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Eligio Bartoli

Sociologia della morte.

EUTANASIA DI STATO.

Apparentemente il mondo si dichiara sconvolto dalla morte del piccolo Alfie di Liverpool ma non lo è per niente. Questa commedia del dolore è una farsa interpretata da giudici (spesso la parola fa rima con sudici), da Papi che si dicono addolorati ma nel contempo si scagliano contro la medicina rigenerativa, da politicanti che,  per far cassa elettorale, regalano una cittadinanza platonica mentre professano l’ eutanasia come pilastro della libertà.  La verità è che stiamo vivendo un’ era di morte, un’ epoca dominata da crudeltà quotidiane servite ai pasti da telegiornali meramente sensazionalistici realizzati nei sottoscala della “kultura” e dell’ ideologia. Si parla solo di morte, si coniano parole stupide come femminicidio, tutto si classifica e si codifica facendo sì che le peggiori manifestazioni della bestia umana diventino moda e vengano, in sostanza, accettate come inevitabili, anzi normali. Il fatto poi che una persona, si è tale anche a due anni di età,  possa essere “sequestrata” da un magistrato, che altro non è se non un impiegato statale, e che costui possa impedire ai suoi genitori di esercitare la loro legittima potestà, rappresenta la fine della civiltà occidentale nella quale domineranno sempre più gli stregoni in toga, in tutto identici a quelli con monili d’ avorio infilati nelle narici. Nel luna park della chiacchiera le categorie deboli (categorie appunto) sono al centro delle balle elettorali ma poi, grattando appena con l’ unghia la società (in) civile, si scoprono maestrine di gender intente a malmenare bambini come fossero punch-ball, infermieri e badanti a malmenare vecchi  indifesi e, dulcis in fundo, governi (anzi governicchi) che incentivano l’ eutanasia pensando di riscattare con essa la solitudine a cui il malato e la sua famiglia sono condannati dalla infernale macchina della burocrazia politicamente corretta. Il piccolo Alfie sarebbe stato “amorevolmente” sottratto a dolore e sofferenza da un giudice che ne ha decretato la morte per abbandono terapeutico. Il teorema che postulano questo “genio” in toga ed il codazzo dei fautori dell’ eutanasia è, in sintesi, che una volta conclamatasi una malattia grave e rara si debba alzare le mani e risparmiare i soldi dei contribuenti, magari per impiegarli proficuamente in aumenti salariali a beneficio di tutta la Nomenklatura. No all’ accanimento terapeutico dunque. Ma la ricerca scientifica  cosa è se non accanimento conoscitivo e quindi terapeutico, in chiave futura?  Per quale motivo allora si spendono miliardi di euro per stipendiare pletore di ricercatori che sconfiggano le malattie rare se poi il malato, che detto con tutto rispetto può essere esso stesso strumento di studio e di ricerca, viene soppresso per abbandono terapeutico? Dobbiamo fare donazioni, sentirci in colpa mentre mangiamo solo per non essere malati e donare un X per mille e basta.  A questi stregoni serve soltanto questo. A noi e alla Civiltà serve che questi stregoni scompaiano quanto prima.

MASTER SCHIF(O)

Impazzano su tutti i canali televisivi, sono l’ ultima frontiera della nouvelle cucine, la kermesse nevrotiva a base di cotolette e di omelette, tutti vogliono diventare Master Chef, accomunati dal medesimo sogno-chiodo di vivere in cucina e soprattutto di cucina. Mentre la famiglia è sgretolata dal politicamente corretto (e demente) e i predicatori della “nuova natura” vogliono cancellare la donna-madre-moglie-cuoca, mentre l’ apparato  pubblicitario, servo del pensiero unico, la bombarda con i cibi pronti, precotti e anche premasticati, tentando di eliminare sia pranzo che cena, fioriscono, come zombi tentacolari, le trasmissioni e i concorsi per diventare chef. Nessuno cucina più e poco ormai si mangia se non prodotti “dietetici” privi di grassi, senza olio di palma, senza tutto, eppure il sogno di aprire ristoranti e fregiarsi del cappellone da chef ha contaminato più della peste Manzoniana. Ma ciò che spicca e fa vergognare di appartenere a queste masse ondeggianti spinte ad arte, ora qua ora là, dai pastori prezzolati della comunicazione, è la assoluta mancanza di rispetto verso tutta quella Grazia di Dio, quei poveri animali e quegli ingredienti che vengono coinvolti in questa isterica corsa all’ oro di cucina. Già soltanto pensare alle distese di “carne” che, è bene non dimenticare, sono corpi di animali fatti a pezzi, esposta nei supermercati fa rabbrividire. Non è semplice abbondanza, è spreco e dispregio immorali. Ma vedere questi resti trattati come mero mezzo di esercitazione da parte di analfabeti e incapaci per cimentrsi nella “creazione” (guai a parlare di realizzazione!) di piatti pretesi gourmet, rappresenta un vero e proprio abisso morale.  Per “creare” un porzione di filetto in crosta, obbligatoriamente ridottissima altrimenti non entra nelle bocche a culo di gallina degli snob degustatori, si utilizza un intero taglio di carne per ogni aspirante “cuoco”. Oppure per realizzare (ho piene le tasche di tutto questo”creare”), una tazza di besciamella si saccheggiano intere stipe di sacchi di farina colpevolmente lasciati alla mercè di concorrenti-cavallette. La assoluta mancanza di rispetto verso i frutti della Provvidenza imposta da esigenze di spettacolo televisivo non è tollerabile e disegna il profilo amorale di un intero sistema privo della minima traccia di sensibilità. Tutti a friggere, tagliare, cuocere per poi gettare nel lavello “opere d’ arte culinaria” classificabili il più delle volte come vomiti. Cosa si trae da questo compulsivo pretendere di cucinare? Forse l’ evidenza di una rincorsa al premio finale per il quale, improvvisati e velleitari pretesi cuochi  non si vergognano di apparire in televisione per quel misero che sono. Non un modesto e fattivo apprendistato per raggiungere con merito e consapevolezza la padronanza di fornelli e tavoli di cucina, meglio tentare di laurearsi senza aver frequentato nemmeno le scuole elementari e accaparrarsi un assegno in gettoni d’ oro che sparirà più velocemente della neve al sole. E’, in fondo il motto esistenziale delle generazioni cresciute con i video giochi e colpevolmente fatto proprio anche dai loro genitori: mordi e fuggi, chi costruisce è un coglione.

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