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Eligio Bartoli
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Eligio Bartoli

pastore mediatico

NON TESTA!

Ritorno sul tema della normalizzazione linguistica posta in essere dai gangli capillari della propaganda di sinistra, madre sempre incinta dell’ idiota politically correct, anche attraverso trasmissioni televisive popolari. In particolare denunciai il tentativo, eternamente destinato al fallimento, di eliminare la parola CROCE dalla lingua italiana parlata utilizzando espedienti in apparenza innocui come la manomissione della formula “Testa o Croce?” che regola da sempre il sorteggio. Sede di questa “riforma linguistica” è quella trasmissione, che ebbi a definire il “Campanile giorno” della Rai anche per indicare   che a distanza di decenni  le grandi novità del palinsesto televisivo pubblico consistono nel replicare o copiare un vecchio format di impareggiabile successo, e che va in onda sabato e domenica mattina. Orbene, quando nel corso di essa c’è da sorteggiare, in caso di parità di punteggio, questi “rifondatori dell’ Accademia della Crusca” interrogano il fato affidandosi a quella che sbandierano essere “la moneta più famosa del mondo” grazie ahimè, forse proprio alla mia precedente segnalazione intitolata “Testa o non Testa?”. E siccome tale autocelebrazione reiterata ed insistita sa di sfida e di dispetto verso i fautori del “Testa o Croce?” è il caso di ritornare a sottolineare quella che pare essere una forma di demenza isterica che colpisce chi non è capace di pronunciare liberamente, cioè contro un diktat ideologico, la parola più dolorosa e al contempo più bella perchè fonte di speranza per milioni di credenti. Intanto va denunciato l’ uso della Tv pubblica per un interesse privato riconducibile ad una ideologia anticristiana, che non può e non deve sfruttare il canone, pagato su imposizione di legge, per lavare cervelli o lobotomizzarli, portando avanti campagne di normalizzazione lessicale tipiche dei regimi fascisti, nazisti e comunisti. Nel caso specifico sono presenti tutte le caratteristiche di un’ azione partigiana (nel senso di strategia di parte) tendente a cancellare, attraverso una grande parola, una grande tradizione religiosa ed il suo simbolo di riferimento. Lo zelo pedante ed appiccicoso con cui piccole e non significanti figure, del sempre più culturalmente microscopico schermo Tv, si impegnano nel miserevole ruolo di squadristi della lingua la dice lunga sul compenso presente e futuro che ne deriva loro. Nel menù dell’ attivista prezzolato ci sono piatti che non si possono umanamente rifiutare e le porzioni abbondanti di popolarità, ricchezza ed apparenza, riempiono il capace apparato digerente intorno al quale resta circoscritto quel tipo di individuo. Fare dell’ ANTICROCE una crociata ideologica definisce quella sorta di mercenario inconsapevole,  quella massa non strutturata psichicamente, quel codazzo simile ai gabbiani eternamente al seguito di pescherecci. Questo accessorio della società civile, questa manovalanza di mediocre livello scolastico e di corto respiro artistico, segue il carrozzone politico e lustra le scarpe dei capibastone ben sapendo che, altrimenti, mai arriverebbe a calpestare (è proprio il caso di dire) scene televisive, palcoscenici e set cinematografici.  Ma questa “servitù di passaggio” è garantita anche nell’ Olimpo della “Kultura” dove riescono a salire pennivendoli quotidiani, presunti e pretesi scrittori di libercoli che definire spazzatura equivale a riconoscimento accademico. C’è tutta una fronda “laico-atea per posa” che si atteggia ad intellighenzia superiore e che dell’ anti Croce, dell’ anti Fede Cristiana fa il suo appassito fiore all’ occhiello. Tutti costoro si sentono diversi e sono convinti di far parte di una elìte, tutto il resto è catechismo per “povere menti bisognose di anima, di preghiera, di Dio”. Copisti etichettati scrittori, giullari promossi attori e premiati con Oscar e Nobel, presentatori televisivi, tassativamente brutti in ossequio al politically correct, contornati da caricature di ancelle appena alfabetizzate. Questa è la corte della normalizzazione linguistica, questa è l’ avanguardia “artistica” che si paga con la moneta più famosa del mondo: “non testa” e basta. E mai verità fu più verità.

SCRIVERE CON L’ ANIMA.

Scrivere per non morire è molto diverso e più lacerante che scrivere per vivere. Prestare il proprio ingegno e domare lo spirito per assecondare stomaco ed intestino regala, oltre all’ amaro senso di sazietà, anche il privilegio di una facile notorietà.  Si diventa icone come le lapidi murali che riportano il nome delle vie di una città ma che  in realtà segnano il percorso senza uscita del labirinto di una società basata sull’ effimero apparire che dura quanto la breve stagione della bellezza o della gioventù. Scrivere per vivere è tutto sommato facile perchè è sufficiente mettere nero su biano quel che va di moda e soprattutto quel che la platea indistinta vuol sentirsi raccontare. Farlo per non morire è doloroso, è un’ impresa solitaria e scoraggiante come la scalata del K2 a mani nude e con le scarpe da ginnastica.  Si va controcorrente e si ricevono in faccia gli schizzi dell’ incomprensione, della derisione che la claque avversa erutta a getto continuo, mentre le rapide e la cascata incombono alle proprie spalle. Il mercato dell’ intelletto è aperto da sempre e nei suoi affollati stands si trovano giullari e filosofi on demand che, per quietare i morsi della fame senza dover lavorare,  cantano, ballano e si prostrano davanti alla cartamoneta.  Grandi sono i nomi che hanno firmato capolavori eterni della pittura, della scultura e della poesia regalandoli poi, per un pezzo di pane, a signorotti e Papi progenitori dell’ attuale selva di caste. Pochi sono i Dante  Alighieri che non rinunciano ad esser “…troppo molesti”  o i Buonarroti che hanno la forza di  imporre il nudo nella Cappella Sistina. Oggi si scrive sotto dettatura fregandosene della verità, si rinnegano i sacri ideali di ieri pomeriggio per una redditizia scampagnata mattutina reggendo lo strascico dei “nuovi condottieri”. Credo che la corruzione dell’ intelletto sia il gesto di degrado insuperabile, perchè colui o colei che ne ha il dono e se ne priva per un seggio parlamentare, una direzione di giornale o anche un fittizio Premio Nobel, dimostra la crudele casualità con cui la natura dona qualità mentali a cervelli incapaci di portarne il peso. La viltà intellettuale è a mio giudizio la peggior prostituzione in quanto riguarda un bene spirituale non ripagabile e,  per dirla con Boccaccio, molto diversa da quella del corpo per la quale vale il verso “…bocca baciata non perde ventura ma si rinnova come fa la luna”.   L’ integrità morale non si restaura perchè quando si è ceduto al compromesso e ci si vende si resta impigliati negli ingranaggi e schiacciati da un potere che non fa prigionieri e che l’ intelletto non solo lo compra ma, per assicurarsene la “fedeltà” eterna, lo uccide marchiandolo a fuoco.  Chi scrive per vivere pubblica saggi, romanzi e tomi come fossero pagnotte di pane, arricchisce e riesce a dormire l’ ignaro sonno del venduto. Chi scrive per non morire davanti allo sfacelo di una cultura, davanti alla negazione della superiorità spirituale e davanti al rifiuto della responsabilità “genitoriale” in quanto donne e uomini, rispetto al resto del creato, si gioca la voce urlando nel vuoto, perde la spensieratezza raccontando dolore e sopraffazione e spesso si gioca anche la libertà quando graffia la faccia sporca del potere politico e della nomenklatura. Denunciare la corruzione e la prepotenza, sia essa mafiosa, religiosa, politica o culturale, si fa pericoloso, si diventa sassolini nelle scarpe di troppi, si lede la maestà del sopruso e si danneggia l’ immagine inviolabile del politically correct. E ciò oggi rappresenta un reato più grave del genocidio. Chi scrive per non morire lo fa perchè il giorno non passi invano e la sera giunga come ricompensa per aver vissuto onestamente, gravando sulle proprie gambe e non sulle spalle degli altri. Lo fa perchè non può farne a meno, perchè glielo impongono gli occhi di chi gli vuol bene e lo specchio che l’ odierebbe e si rifiuterebbe di rifletterne l’ immagine se non lo facesse.  Scrivere gridando e gridare scrivendo per vincere il silenziatore imposto dal potere alla dignità. Spero che domani ce ne sia uno in più che riesca a farlo fra noi.

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