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negazionismo della memoria

LE VERITA’ NASCOSTE.

Il tempo è galantuomo e non permette che le falsità, le mistificazioni e il capovolgimento della verità conquistino l’ eternità. Dimostrazione di questo teorema assoluto è l’ ultimo libro di G. Pansa “Ciao bella ciao” che a distanza di 70 anni ridisegna la guerra civile italiana esplosa dopo l’ 8 settembre  1943 e protrattasi sino alla fine della seconda guerra mondiale. Secondo la recensione del libro apparsa su Il Giornale del 7/2/2014  l’ autore, completando il percorso-verità iniziato con la precedente pubblicazione ” Il sangue dei vinti” squarcia i veli ideologici che per decenni hanno coperto le vergognose “imprese patriottiche” compiute dall’ ala  “sovietica” del  movimento partigiano italiano.  Dopo che la “Storia ufficiale” ha creato stuoli di santi e di eroi della Resistenza i quali, nella narrazione “normalizzata” a beneficio esclusivo del PCI e delle sue mai segrete mire egemoniche sull’ Italia post fascista in una sorta di delirante “adesso tocca a noi”, dovevano plasmare le nuove generazioni attraverso l’ apologia dell’ eroismo e della superiorità comunista, finalmente la verità viene a galla per celebrare il riscatto storico dei fatti. Alla luce di queste verità gli accadimenti tragici di quegli anni assumono connotazioni nuove e vengono depurati da quelle incrostazioni ideologiche che per anni ne hanno fatto dei totem ad uso e consumo della propaganda antifascista. Uno di questi è l’ eccidio delle Fosse Ardeatine  che, al netto della ferocia nazista innegabile ed indimenticabile, appare come uno dei tanti cinicamente programmati, in un ottica di escalation bellica, dai GAP allo scopo di favorire la vittoria finale del PCI. Se G. Pansa dice la verità, i veri responsabili della morte di tanti innocenti sono stati gli autori degli attentati che hanno causato le brutali rappresaglie naziste.  Di certo non erano ignote agli attentatori partigiani le conseguenze delle loro gesta sulla popolazione civile, e tale consapevolezza, secondo quanto scrive Pansa, sarebbe stata “gestita” politicamente decidendo di far pagare anche a chi rifuggiva la lotta terroristica un prezzo inaudito in dolore e sofferenze.  I frutti di tale dolore sarebbero “fioriti” ogni anno garantendo una rendita politica a futura memoria.  Se la strategia del terrore partigiano per il terrore delle rappresaglie fosse vera, il partito comunista, comunque oggi opportunisticamente si chiami, dovrebbe risponderne non solo moralmente ma con la cancellazione politica che un popolo, democraticamente  evoluto, nell’ atto supremo di rifiutare il proprio destino di capro espiatorio in questi folli giochi di ruolo, potrebbe sancire al momento del voto politico. Certamente i delitti ed il male commessi lucidamente, con il pretesto della lotta di liberazione dal fascismo per introdurre la dominazione del comunismo, non si cancellerebbero ma la coscienza nazionale si libererebbe della ancor paralizzante presenza di antistorici profeti del Gulag portatori malati di quel razzismo totale verso chi non si piega all’ imperio comunista. Dopo le vergognose verità nascoste delle Foibe carsiche emerge quindi un’ altra verità scomoda per il falso pacifismo rosso, per quella dottrina, fatta di  imperialismo dialettico, che si è appropriata di termini quali Democrazia, Libertà, e Pacifismo, coniugandoli con il loro inconciliabile opposto, il comunismo e la dittatura del proletariato, creando un ossimoro di indecenza morale senza pari. Libri come questo di G. Pansa dovrebbero far parte dei testi scolastici delle classi superiori a bilanciare lo strapotere della propaganda di sinistra che per anni ha spacciato come “storici” testi allineati all’ apologia della Resistenza praticata dai GAP.  Ma questo non accadrà perchè l’ archeologia politica non  ammette ritrovamenti di verità e perchè troppi “santi ed eroi” dovrebbero essere declassati a volgari agitatori di piazza, perchè premi Nobel regalati per militanza ideologica dovrebbero essere restituiti a causa di indegnità morale manifesta.  E poi c’è l’ altro aspetto, da sottolineare ancora una volta, che impedirà alla verità di superare le pagine scritte da Pansa ed essere diffusa: la rendita a futura memoria dei crimini nazisti causati da una sapiente regia di causa-effetto che rende eterni gli effetti speciali della morte di innocenti avvenuta per una causa a loro totalmente estranea.  Se c’è verità nel libro di Pansa essere comunisti ancora oggi  significa non avere una coscienza nazionale e non essere individui intellettualmente liberi.

SCRIVERE CON L’ ANIMA.

Scrivere per non morire è molto diverso e più lacerante che scrivere per vivere. Prestare il proprio ingegno e domare lo spirito per assecondare stomaco ed intestino regala, oltre all’ amaro senso di sazietà, anche il privilegio di una facile notorietà.  Si diventa icone come le lapidi murali che riportano il nome delle vie di una città ma che  in realtà segnano il percorso senza uscita del labirinto di una società basata sull’ effimero apparire che dura quanto la breve stagione della bellezza o della gioventù. Scrivere per vivere è tutto sommato facile perchè è sufficiente mettere nero su biano quel che va di moda e soprattutto quel che la platea indistinta vuol sentirsi raccontare. Farlo per non morire è doloroso, è un’ impresa solitaria e scoraggiante come la scalata del K2 a mani nude e con le scarpe da ginnastica.  Si va controcorrente e si ricevono in faccia gli schizzi dell’ incomprensione, della derisione che la claque avversa erutta a getto continuo, mentre le rapide e la cascata incombono alle proprie spalle. Il mercato dell’ intelletto è aperto da sempre e nei suoi affollati stands si trovano giullari e filosofi on demand che, per quietare i morsi della fame senza dover lavorare,  cantano, ballano e si prostrano davanti alla cartamoneta.  Grandi sono i nomi che hanno firmato capolavori eterni della pittura, della scultura e della poesia regalandoli poi, per un pezzo di pane, a signorotti e Papi progenitori dell’ attuale selva di caste. Pochi sono i Dante  Alighieri che non rinunciano ad esser “…troppo molesti”  o i Buonarroti che hanno la forza di  imporre il nudo nella Cappella Sistina. Oggi si scrive sotto dettatura fregandosene della verità, si rinnegano i sacri ideali di ieri pomeriggio per una redditizia scampagnata mattutina reggendo lo strascico dei “nuovi condottieri”. Credo che la corruzione dell’ intelletto sia il gesto di degrado insuperabile, perchè colui o colei che ne ha il dono e se ne priva per un seggio parlamentare, una direzione di giornale o anche un fittizio Premio Nobel, dimostra la crudele casualità con cui la natura dona qualità mentali a cervelli incapaci di portarne il peso. La viltà intellettuale è a mio giudizio la peggior prostituzione in quanto riguarda un bene spirituale non ripagabile e,  per dirla con Boccaccio, molto diversa da quella del corpo per la quale vale il verso “…bocca baciata non perde ventura ma si rinnova come fa la luna”.   L’ integrità morale non si restaura perchè quando si è ceduto al compromesso e ci si vende si resta impigliati negli ingranaggi e schiacciati da un potere che non fa prigionieri e che l’ intelletto non solo lo compra ma, per assicurarsene la “fedeltà” eterna, lo uccide marchiandolo a fuoco.  Chi scrive per vivere pubblica saggi, romanzi e tomi come fossero pagnotte di pane, arricchisce e riesce a dormire l’ ignaro sonno del venduto. Chi scrive per non morire davanti allo sfacelo di una cultura, davanti alla negazione della superiorità spirituale e davanti al rifiuto della responsabilità “genitoriale” in quanto donne e uomini, rispetto al resto del creato, si gioca la voce urlando nel vuoto, perde la spensieratezza raccontando dolore e sopraffazione e spesso si gioca anche la libertà quando graffia la faccia sporca del potere politico e della nomenklatura. Denunciare la corruzione e la prepotenza, sia essa mafiosa, religiosa, politica o culturale, si fa pericoloso, si diventa sassolini nelle scarpe di troppi, si lede la maestà del sopruso e si danneggia l’ immagine inviolabile del politically correct. E ciò oggi rappresenta un reato più grave del genocidio. Chi scrive per non morire lo fa perchè il giorno non passi invano e la sera giunga come ricompensa per aver vissuto onestamente, gravando sulle proprie gambe e non sulle spalle degli altri. Lo fa perchè non può farne a meno, perchè glielo impongono gli occhi di chi gli vuol bene e lo specchio che l’ odierebbe e si rifiuterebbe di rifletterne l’ immagine se non lo facesse.  Scrivere gridando e gridare scrivendo per vincere il silenziatore imposto dal potere alla dignità. Spero che domani ce ne sia uno in più che riesca a farlo fra noi.

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