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Eligio Bartoli
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Eligio Bartoli

ladri di scrivania.

CRETINI DI SUCCESSO.

Ho un’ avversione totale verso questa diffusissima sottospecie della razza umana. L’ ho maturata già fra i banchi della mia classe mista alle elementari fra i quali svolazzava il classico beota raccomandatello che faceva strage degli encomi a pagamento elargiti dalla maestra e dei cuori di quelle ninfette che, già in tenera età, avevano ben chiaro cosa fosse un buon partito idiota. Da allora ne ho incontrati a schiere e ne ho visti salire la scala sociale grazie alle doti innate di incapcità, scarsa intelligenza e aspetto fisico mediamente rivoltante. Per loro, per i cretini di successo, pare sia stato ribaltato l’ ordine naturale delle cose e grazie alla duttilità di coscienza, alla bavosa versatilità e alla mancanza assoluta di scrupoli, li si vede piazzati ai vertici politi e istituzionali come a quelli del giornalismo e dello spettacolo. Sono i cretini di successo, poco più che alfabetizzati, a condurre la danza pur privi come sono di ogni nozione “musicale e coreografica” di base.  La politica rappresenta il palcoscenico ideale per questi giullari disposti a tutto pur di fare facili guadagni e pur di soddisfare la loro sete di potere. Giurano e spergiurano con la naturalezza con cui (purtroppo) respirano. Sono inclini al tradimento ideologico, all’ opportunismo carrieristico e si passa dall’ essere loro nemici ad essere loro amici, e viceversa, in un batter di ciglia. Sono dotati di un fiuto particolare per il loro tornaconto e, flessibili come vermi, riescono ad introdursi in ogni pertugio così come ad uscirne. In “arte” si chiamano assessori, consiglieri, deputati, senatori, presidenti, ministri e primi ministri. Li si riconosce sempre dal loro aspetto grigio e vecchio anche a trent’ anni, odorano di ignoranza tutti alla stessa maniera, pontificano sul nulla che possiedono in abbondanza, al pari di pance prominenti, pelle flaccida e colli taurini. Si usa dire “faccia da prete” per descrivere un certo tipo ma si potrebbe dire anche “faccia da politicante” ed essere ancora più precisi ed incisivi di un bisturi. Il fenomeno è trasversale, direi super partes, ed accomuna peppono bolscevichi, sepolcri imbiancati moderati, podestà camerati e masanielli d’ assalto (al denaro pubblico) dell’ ultim’ ora, tutti nella stessa cesta dei panni sporchi ribelli ad ogni sorta di bucato. Il mondo è nelle loro mani e in tal senso la globalizzazione è sempre esistita già da secoli prima ancora che se ne coniasse il termine. Se la felicità è dei pazzi la celebrità è dei cretini di successo, i soli che possano garantire che il mondo non cambi mai, che regnino sempre ignoranza, guerre, fame e povertà. Esistono (purtroppo) per questo e sono imbattibili qualunque sia la loro razza o credo religioso: metastrasi trasversali non estirpabili.

IVA SU ACCISE: STATO LADRO.

L’ italietta post borbonica ed eternamente in fase puberale totalmente inconsapevole, annovera fra i suoi primati negativi, che le valgono il titolo di villaggio primitivo d’ Europa, anche quello di rubare “legalmente” ai suoi cittadini attraverso certificazioni ufficiali come le bollette  di energia elettrica. Accade infatti che miserabili legislatori in accordo con miserabili burocrati, opportunamente “non visti” da un apparato giudiziario intento a scalare il Potere a colpi di sentenze politicamente orientate, abbiano introdotto la barbarie contabile dell’ assoggettamento ad Iva delle accise, cioè tasse applicate al consumo di energia elettrica ideologicamente considerato un privilegio da punire. A dispetto di una Carta costituzionale sbandierata come simbolo di purezza Istituzionale questi miserabili parassiti, che ingrassano con il lavoro altrui, hanno di fatto stabilito non soltanto che si paghino le tasse (Imu e compagnia bella) anche in assenza di reddito ma che si paghino sulle stesse imposte. L’equazione ideata dallo Stato ladrone è semplice: se servono soldi a causa di sprechi non si riducono questi ma si aumentano le tasse e addirittura si inventano gabelle incostituzionali, illegittime ed estorsive, proprio come fa la mafia con i suoi pizzi. Non è edificante e motivo di ottimismo in ottica futura constatare di vivere in uno Stato mafioso nei comportamenti e con il vizio di infilare la sua untuosa ed insaziabile mano nelle tasche dei cittadini. Non è edificante sapere di far parte di un villaggio primitivo nel quale il contribuente rappresenta l’ anello finale della “catena alimentare sociale e politica”. Ma è ancora più avvilente e desolante constatare che nonostante tutto ciò esso continua ad osannare questi miserabili ladri e a votarli, convinto di potersi sfamare con le briciole che magnanimamente vengono fatte cadere all’ uopo dalla ricca tavola del potere. Ciò che più brucia e risulta devastante ai pochi che si schifano di essere gabbiani sulla scia del peschereccio-Stato è che non c’è uno straccio di magistrato o di avvocato che si prendano la briga di promuovere azioni legali contro lo Stato ladro. Nessuna vestale vergine si erge a difesa del tempio e del totem della pretesa legalità, prima fra tutti la pletorica e, nella sostanza, inutile Corte dei Conti. Pare che il bottino di questa rapina istituzionalizzata dalla consuetudine ladresca pluriennale ammonti a circa 3 miliardi di euro e siccome, qualora il ladro fosse obbligato dall’ applicazione della legge a restituirlo, occorrerebbero nuove tasse per colmare l’ inopinato “buco”, tanto vale che la rapina continui con buona pace della vergine Costituzione, dei “padrini” costituzionalisti e dei valori, ormai senza valore, di onestà finanziaria ed intellettuale. Siamo dunque costretti a tenerci questo cancro perchè la cura è più costosa e dolorosa del male. E’ purtoppo questo il “mare nostrum” nel quale siamo costretti, per nascita, a navigare facendo l’ autostop, anzi il “barcastop” alle tante zattere dell’ opportunismo, del servilismo, della corruzione, con le quali i portaborse politicanti lo solcano facendo gli “scafisti”, i papponi e i ladri di polli. L’ imposizione dell’ Iva sulle accise è uno dei tanti segnali che da anni indicano l’ avvenuta morte del Diritto per  asfissia burocratica e corruzione politica ma, realisticamente, vien da chidersi se esso sia mai nato in questa italietta post borbonica, post fascista e attualmente miseramente comunista.

IL GERGO TOSSICO DEL POTERE.

Il culto della persona e l’ esaltazione della carica ricoperta è alla base della somministrazione, in dosi tossiche, della dottrina del Potere alle masse o mandrie governate. Punto centrale di essa è il lessico, o gergo, distintivi entrambi di due piani diversi di valenza umana e sociale: quello dei governanti e quello dei governati. Nell’ embrione di società rappresentato dal villaggio primitivo (diverso dalle attuali città e metropoli solo per dimensioni) il gran capo e lo stregone erano le “alte cariche dello Stato”  che incarnavano la legge, il tribunale supremo e anche il boia. Oggi, a dispetto del moltiplicarsi dei livelli di potere e governo, siamo ancora lì. Abbiamo le “alte cariche istituzionali”, il “primo cittadino”, la “corte suprema” e via “primeggiando” in ogni ansa del potere. Ciò dimostra come  secoli di commedie sociali e politiche siano passati invano e non sia stato minimamente intaccato il primitivo assoggettamento dei governati ai governanti. Questi sono passati indenni nel tempo chiamandosi ora grandi sacerdoti, grandi visir, re, imperatori, zar, ora presidenti di repubblica, di consiglio, onorevoli, senatori, assessori, portaborse, causando quella  mancata evoluzione sociale tanto bella da apparire chimerica: la Democrazia.  Così come i governati sono rimasti a livello di masse popolari politicamente analfabete, volgo, folla, in sisntesi ciò che Grazia Deledda pietosamente chiamava “Canne al vento”. La decenza sociale ed un minimo di progresso culturale oggi impongono che vengano cancellati questi simboli di attuale preistoria. Basta col “Primo cittadino” che altro non deve essere se non la persona posta dai suoi concittadini al governo della città e non su di un trono di superiorità. Basta con questa alienazione totale tipica del primitivo che trasforma un tronco in Totem e poi lo adora prostrandosi davanti ad esso. All’ umanità, in quanto dotata di anima, è prescritto l’ obbligo di liberarsi dai riti tribali e dall’ osservazione delle viscere di animali per comprendere la realtà. Ad essa è richiesto di volare alto sulle miserabili caste, corporazioni e fazioni, tutte mascherate e bardate come per un eterno ed assurdo carnevale. Non ci sarà progresso, non ci sarà evoluzione fin quando bocche-cloache  vomiteranno espressioni come “primo cittadino”, “alte cariche dello stato”, “cittadino comune” e “uomo della strada”. E’ questo gergo idiota che va tolto di mezzo insieme ai privilegi personali, moralmente scandalosi, che introduce ed istituzionalizza. Sono questi Totem scolpiti da ognuno di noi attrraverso il voto elettorale che vanno cancellati e ricondotti alla loro natura di mandatari di un Ufficio pubblico di cui rispondere e, in estrema sintesi, di dipendenti pubblici. La cultura, la libertà e la democrazia non hanno bisogno di padrini, di grandi sacerdoti che li dispensino dall’ alto di quella poltrona che anche l’ ultimo analfabeta consigliere comunale riesce a far diventare un trono. Il gergo dei “primi”, dei “supremi”, degli “alti” e dei “massimi”, è la zavorra nauseabonda che impedisce all’ umanità di volare con le ali della cultura e di realizzarsi.

MORIRE DI BUONISMO.

Hanno cercato la salvezza nella morte tenendosi per mano. Una donna e suo marito, italiani, secondo quanto riportato da molti organi di stampa nazionali, travolti da una crisi studiata e voluta dalla crape burocratiche della UE, dopo aver perso il lavoro, la casa e la speranza di un futuro, hanno mollato anche la dignità dandosi la morte. L’ eutanasia di un popolo, quello italiano, percorre così un’ altra tragica tappa di quel percorso abominevole tracciato dalle vestali della globalizzazione etnica, da quei comunisti che hanno sempre avuto sullo stomaco il tricolore italiano (meglio la bandiera rossa), il precetto di Stato libero e la natura cristiana di un popolo. Già nel secondo dopo guerra avevano provato a mettere le fameliche grinfie sulla carcassa della Nazione uscita distrutta dal fascismo e,  visto che il callo della dittatura era ormai fatto da un ventennio, volevano cambiare colore al regime e sottometterla al dominio sovietico, come accaduto alla Polonia e a tutto il blocco dell’  Est europeo.   Non ci sono riusciti per molte ragioni, una delle quali era l’ identità del popolo italiano. La grande forza della famiglia, che dava senso di appartenenza a tutti, e la sua valenza patrimoniale, sono stati gli scogli su cui è naufragato il bastimento rosso e i capi bastone di Stalin hanno dovuto ripiegare su una strategia a lungo termine che sarebbe passata attraverso il miserabile  ’68 e la progressiva frantumazione sociale del Paese. Oggi siamo arrivati all’ anticamera del dissolvimento dell’ Italia e degli italiani. La prima dovrà diventare la falsa patria di tutti e la vera patria di nessuno. Una discarica etnica dove ammassare torri di Babele e campi di zingari, moschee e terrorismo, il cui inno nazionale dovrà essere un lamento internazionale e dove dominerà l’ illegalità legalizzata voluta da una frangia di rinnegati.  I secondi, i discendenti del Risorgimento, dovranno abdicare a nuove etnie e consegnare loro il frutto delle lotte di liberazione belliche e sociali combattute per oltre un secolo. Al popolo italico resterà, intoccato, il ruolo di contribuente spaventato dalle ganasce fiscali, dall’ esproprio da parte di uno Stato  cialtrone che riesce ad inventarsi tasse anche sull’ ombra proiettata al suolo dalla tenda di un negozio. Non dovevano cercare la morte questi nostri sfortunati connazionali. Dovevano provare ad uccidere, politicamente, i responsabili della loro vergognosa situazione: quei politicanti giunti al seggio politico con le toppe economiche e culturali ben stampate sul deretano ed oggi divenuti ricchi e “capitalisti” dopo decenni di anticapitalismo viscerale predicato ai coglioni che li hanno ascoltati e che hanno bevuto la cicuta della pretesa “superiorità” del comunismo. Nessun italiano deve più uccidersi per la perdita della sicurezza economica ma tutti dobbiamo ritrovare quella forza Risorgimentale attraverso la quale sbarazzarci di questo liquame di fogna politicante che odia la Croce, il Natale, la Cristianità e gli italiani veri. Ci si accusa di razzismo quando i veri razzisti hanno massacrato migliaia di innocenti nelle foibe carsiche e nei lager sovietici, e considerano “inferiori” coloro che non si piegano al diktat buonista e irresponsabile. Uccidersi significa fare posto all’ invasore e fare il gioco degli anti italiani appollaiati nelle assemblee politiche e intenti a succhaire il sangue risorgimentale insieme a miliardi di euro. Uccidiamoli con il voto politico, basta un segno e una Croce, la stessa che questi collaborazionisti dell’ invasore odiano e di cui hanno infinito terrore. Non uccidiamoci, uccidiamo noi l’ ignoranza, la menzogna e la viltà di quella parte di pseudo italiani, bastardi e senza patria. La nostra vicinanza ed una preghiera va a questi due coniugi che non sono stati tanto forti da resistere al degrado nazionale e alla ferocia di uno Stato che, dietro il paravento buonista, sta facendo dell’ illegalità la sua nuova bandiera.

PECUNIA OLET! (CRONACA DI RUBERIE POLITICHE E NON).

Gli antichi latini negavano l’ essenza ipnotizzatrice del denaro affermando, forse senza consapevolezza, quanto esso fosse portatore sano della peggiore malattia che abbia mai colpito il Pianeta: l’ umanità. Il denaro è l’ Umanità.  Sia chiaro non ce l’ho con questa perchè amo e stimo gli animali esseri superiori ma proprio per la mancata evoluzione della specie che, caso unico nel Creato, essa manifesta. E’ innegabile infatti che l’ umanità sia da sempre così come oggi appare in tutta la sua desolante primitività  e da sempre uccida, devasti, distrugga e rubi allo stesso modo. Il denaro, oggi e  ieri, come la clava  l’ altro ieri, rappresenta il fine ed il mezzo per essere conquistato e poi conquistare. Constatare che ancora oggi come ai tempi, culturalmente nemmeno lontani, delle caverne esistano umanoidi che si appropriano della casa altrui solo perchè la si lascia per recarsi in ospedale, demolisce tutte le dottrine autoreferenziali enfaticamente inventate sulla evoluzione e sulla crescita della razza umana. La pecunia, cari furbetti antichi latini, olet eccome e soprattutto puzza di umanità, di quel lezzo che permane intatto ed insopportabile anche di fronte alla grandezza delle Piramidi, della Muraglia cinese, del Colosseo, e dei grattacieli alti centinaia di metri. L’ autore di tutte queste “meraviglie” è sempre lui,  l’ omuncolo che ancora oggi ha bisogno di violare e sottomettere la donna, la natura, gli altri omuncoli e la ormai irraggiungibile Civiltà. La cronaca delle ruberie, dell’ accattonaggio ricco ed infinito praticati da omuncoli metà mafiosi e matà sterco che sono eletti in forza di “alti teoremi di costituzionalità e progresso sociale”, dipinge un quadro di inappellabile condanna. Qualcuno obbietterà che non tutta l’ umanità sia così. Certo non tutti costruiscono campi di concentramento o tagliano teste, fanno esperimenti nucleari devastanti,  stuprano bambini,  sono serial killer,  scaricano nei cassonetti la propria creatura,  violentano inermi animali con la vivisezione,  cambiano clandestini in valuta pregiata, o entrano in case altrui per saccheggiare ed uccidere.  Ma questi innocenti passatempi sono praticati da persone che mai ammetterebbero di essere diverse in quanto assassine e ladre. La verità è che si può diventare dittatori sanguinari perchè si può rubare al vicino, alla ditta per cui si lavora, ad un proprio familiare, ad uno sconosciuto e alla società civile come fanno i bravi corrotti politici. La scala delinquenziale, dal classico furto della mela all’ aggressione bellica, non ha gradini liberi, sono tutti occupati da persone e non certo da animali. Quanto sia nauseabondo e tossico l’ odore del denaro lo si evince dalla sopraffazione quotidiana che avviene nel formicaio selvaggio dell’ umanità. Altro che evoluzione della specie! Il proto umanoide ha solo cambiato la clava con lo smart phone.

L’ INDEGNITA’ DELLO STATO.

I fatti di cronaca che riempiono le pagine dei quotidiani con le imprese maramaldesche di tanti amministratori pubblici nei vari livelli della burocrazia statale e politica, la notizia di una raffica di dimissioni da parte di componenti la Corte dei Conti, tesa ad evitare ventilate riduzioni di stipendi, e da ultimo la pubblicazione, da parte del quotidiano Libero, di una sorta di diario segreto e personale scritto da un sottufficiale della Guardia di Finanza, che descrive i criteri (in verità sempre sospettati dal comune sentire) ispiratori dell’ attività di verifica fiscale svolta dal Corpo, mettono in seria discussione il principio fondante dello Stato, cioè la sua degnità ed il suo rispetto delle regole democratiche. Quando uno Stato si arroga il potere di vita e  di morte sui propri cittadini attraverso strumenti di distruzione di massa quali la violenza fiscale, giudiziaria, politica ed etica, esso cessa di essere credibile e degno di rispetto essendosi, nella sostanza, trasformato in regime dittatoriale i cui carri armati sono leggi liberticide, tassazione senza controllo, distruzione del tessuto morale e sociale. Quanto emerge dalla lettura di questo “diario”,  vissuto in prima persona dal suo autore, dà il colpo di grazia alle illusioni di coloro che quotidianamente impegnano la propria vita perseguendo una civile convivenza, demolisce gli ideali di chi, sotto una divisa militare o sotto una veste istituzionale, ha immaginato ci fossero solo persone degne essendo per di più pagate per difendere la legalità. Torna a galla il famoso slogan del realista, del disincantato che non crede alle favolette ideologiche, “chi controlla il controllore?”, che riassume il fallimento della Democrazia in  quanto ideale perfetto ma bisognoso di persone per essere applicato e quindi destinato a restare una chimera. La Democrazia conferisce potere in forza di legittimazione politica e contemporaneamente è sua precipua ragione di essere la difesa dagli eccessi del potere stesso, è tutta in questa contraddizione di base la tragedia politica e sociale che stiamo vivendo, illusi da figure, ormai rese retoriche dai fatti, come il Parlamento, La Corte Costituzionale, la Costituzione stessa. Mentre la “sacra” Carta sancisce che ogni cittadino è innocente fino a prova contraria la mostruosa macchina da guerra burocratica stupra la libertà e la democrazia ribaltando questo elementare principio, sparpagliando anticorpi fiscali nel tessuto produttivo con l’ intento, chiaro e dichiarato secondo l’ estensore del “diario”, di ricavare gettito forzoso come un qualsiasi mandamento mafioso. Alla luce delle rivelazioni pubblicate dal quotidiano Libero questo Stato precipita nel buio del malaffare così detto legalizzato e a nulla servono le etichette altisonanti dell’ antievasione fiscale di facciata, delle celebrazioni con sfilate e roboanti cantilene a base di trionfalistici bollettini. Qualcuno obietterà che in fondo già si sapeva e che stupirsi ora sia infantile ma una cosa è supporre che delle mele marce, dei ricattatori in proprio, si annidino nel contesto sano estorcendo mazzette, altra è trovarsi di fronte alla prova di una organizzazione politico-statale tesa a schiacciare come un carro armato i cittadini, a succhiare il sangue dal lavoro, a minacciare la vita stessa delle persone. Questa volta non si può volatare pagina e far finta di niente dopo qualche fuoco artificiale iniziale, questa volta si deve mettere lo Stato davanti alle sue vergognose responsabilità e rimuovere chirurgicamente il cancro della corruzione ideologica che sta al suo interno e che ha ridotto l’ Italia ad una cloaca sociale. Siamo ormai alla chiamata finale per salvare quel poco che resta della Democrazia e non rispondere non solo è da codardi ma anche da autolesionisti idioti che rimandano di qualche giorno l’ effetto finale del nodo scorsoio della dittatura.

FISCO A MANO ARMATA.

Ormai è ufficiale (non era necessario ma il politically correct ne ha ipocritamente bisogno) e per ammissione  (purtroppo) quasi postuma di uno degli artefici della miserabile impresa, oggi tutti sanno che il debito publlico italiano è stato creato dalla casta politica scientemente e volutamente. La balla ideologica secondo cui sarebbe stata la presunta, e obbiettivamente non calcolabile, evasione fiscale a provocarlo viene frantumata, oltre che da elementari ragionamenti non di moda, dalla fredda ed insopportabile confessione di uno dei più (purtroppo) longevi fruitori del debito pubblico. Dunque la politica politicante di ieri lo ha creato e la stessa becera e impresentabile politica politicante di oggi lo vorrebbe ridurre tramite il comodo saccheggio delle tasche degli italiani per le generazioni a venire. Il teorema è semplice e terrificante: siccome del debito sovrano ne hanno beneficiato “pro quota” tutti i cittadini, dal portinaio ai falsi invalidi, dal pensionato baby al cassaintegrato a vita, dal burocrate al politicante, fino al pensionato cinquantenne con “scivolo” incorporato, durante gli anni delle presunte vacche grasse, ora è il momento di restituire il “ciucciato”. Fatta salva la casta politico-burocratica che ha divorato il grosso della torta e, non solo non ne restituirà un centesimo ma continuerà a fagocitarne ancora in eterno, il ceto medio e quello basso della popolazione sono destinati a morire di fame, a ridimensionare il tenore di vita per i prossimi trenta anni. Ecco perchè la longa manus fiscale si è avventata sul bene più importante e non occultabile rappresentato dalla casa per spolparlo. Se poi essa è seconda o terza la famelicità fiscale supera i livelli del licantropo. A sostegno di tale folle teorema negli anni passati è stata diffusa la religione delle tasse e della loro “santità”. Lo stesso Papa polacco se ne è fatto paladino arrivando a minacciare la scomunica per gli evasori fiscali  mentre i pedofili, dentro e fuori dalle gerarchie ecclesiastiche, in quegli anni hanno potuto “peccare” indisturbati indugiando, senza lo spauracchio della scomunica, nel loro “veniale” passatempo. Dunque la casta politico-burocratica ha promosso la religione delle tasse dopo aver minato lo Stato creando il debito pubblico, ha scatenato la caccia all’ evasore ideando la spia fiscale e ha inventato la peste diffusa da chi non paga fino all’ ultimo centesimo di imposte. Nel frattempo la Costituzione, risultando per questo la vergine più stuprata al mondo, è stata calpestata nel suo articolo 53 sulla capacità contributiva, su cosa sia imponibile e sulla uguaglianza di tutti i cittadini di fronte al fisco. Lo Stato inoltre è arrivato a tassare lo stesso reddito più volte, attraverso i suoi tentacoli locali, quelle immense voragini che rispondono ai nomi di Comuni, Province e Regioni,  a cui ha permesso di applicare svariate addizionali che si sommano al prelievo centrale. Gli stessi consumi,  già  gravati dall’ Iva, sono stati oggetto in molti casi di accise a favore dei suddetti tentacoli,   quando addirittura non si sia arrivati a considerare imponibili le  imposte stesse in una spirale parossistica di burocratese.  La bramosia del licantropo fiscale non conosce limiti ed anzi pare non avere scrupoli nell’ usare strumenti legalizzati (che è molto diverso da legali!) per ottenere il pagamento di quanto preteso (che è molto diverso da quanto dovuto!) dai presunti morosi o “evasori”. La mano del fisco oggi è una mano armata oltre che lunga e spaventa, terrorizza e sgomenta al punto che non si contano più i suicidi di cittadini spinti dalla disperazione ad abbracciare la morte pur di liberarsi del mortale abbraccio fiscale. L’ ingiustizia plateale, il buio culturale, questa sorta di dittatura fiscale che accompagnano gli anni attuali hanno l’ aria di voler far rivivere al popolo italiano momenti tragici paragonabili alla guerra mondiale e alla dittatura fascista. Ciò che è umanamente impossibile, tecnicamente irrealizzabile e moralmente indegno sta per essere messo in atto dalla politica politicante appecoronata di fronte al diktat tedesco, al falso totem dello spread e alla follia burocratica mitteleuropea. E per questo serve un fisco a mano armata.

STATO O MAFIA?

Quando manca l’ uno prospera e domina l’ altra.  L’ Italia non ancora, e mi chiedo se mai lo sarà,  “risorgimentata” è un tipico esempio di questo teorema sociale e politico che, per la verità, trova anche in altre Nazioni un’ attuazione a differenti livelli. Lo Stivale però pare proprio immerso, fin oltre la “corona” delle Alpi, nella melma mafiosa che si contrappone, da ciò traendo linfa vitale, a quella burocratico statale che quanto a pericolosità sociale non è certo da meno. Quando uno Stato è assente o peggio troppo presente ed asfissiante, quando non c’è certezza del Diritto e per vedere riconosciute le proprie ragioni o difesa la propria sicurezza, un cittadino deve aspettare una vita, è facile, se non addirittura inevitabile, che si rivolga  alla “Autorità” locale rappresentata dal potere mafioso. Questo riesce non solo a superare le pastoie statali e a dare “sicurezza” esistenziale al manzoniano vaso di coccio ma ne stimola e soddisfa la rabbia contro uno Stato che gli appare come una sanguisuga fiscale, una entità irraggiungibile ed ostile. Rivolgersi alla mafia, supportarla logisticamente e coprirla con l’ omertà, rappresenta la rivincita del cittadino, anzi la sua vendetta verso quella oppressione statalista che è la prima causa del mancato compimento del Risorgimento Italiano.  La realtà, fuori da rappresentazioni retoriche e propagandistiche, è questa e ne è dimostrazione la struttura clientelare e parentale della società italiana composta da un popolo nel quale ognuno è amico, parente o paesano di qualcuno che conta e che può “provvedere”.  Quella italiana appare come una mafia genetica che si manifesta a partire già da semplici rapporti individuali, diciamo “condominiali”, per finire ai più alti livelli economici e politici.  Dalla piccola raccomandazione locale targata partito politico, alla tutela esercitata dalla lobby di appartenenza, dal protettorato sindacale alla trasmissione ereditaria di cariche e privilegi, l’ Italia è tutta una jungla di scorciatoie, di passaggi segreti e trappole mortali per la Democrazia.  Distinguere, come da sempre fa la propaganda antimafiosa ufficiale, tra mafia con lupara e coppola e mafia genetica di popolo è il miglior modo di sostenerla e renderle la vita facile. Identificarla come elemento estraneo alla vita quotidiana, come mondo parallelo rispetto alla così detta legalità, è mistificare la realtà, è ingannare le coscienze, è mentire per interesse privato. La concezione di mafia come presenza intrinseca nella società civile è stata più volte (e inutilmente) denunciata da una delle più illustri e sincere figure che l’ hanno combattuta: il giudice Giovanni Falcone. Egli, figlio di una terra genitrice e prima vittima della mafia, era un profondo conoscitore del cancro genetico di cui è portatrice malata (e inguaribile) la nostra società. Combatterla solo con il  codice penale e l’ azione poliziesca è un’ avventura destinata al fallimento come dimostra la sua ormai secolare presenza e resistenza. Illudersi che leggi speciali,  regimi carcerari strettissimi e dispiegamento di mezzi economici per pagare i “pentiti” sconfiggano la mafia è materia da palco elettorale, è manfrina di propaganda che qualunque Ministro dell’ Interno ha dimostrato di dover imparare a memoria. Il fatto inequivocabile e al di sopra delle chiacchiere è che la mafia, ancora oggi, controlla tutti i settori del crimine, dalla prostituzione alla droga, agli appalti pubblici e privati, alle tangenti politiche, al pizzo nel commercio ed alla circolazione delle merci. E tutto ciò, secondo i bla bla anzi i quaquaraquà “ufficiali”, per dirla in gergo mafioso, sarebbe il segno del trionfo dello Stato sulla mafia? Se essa può contare su migliaia di persone fra affiliati, simpatizzanti, sostenitori e collaboratori, non la sconfiggerà il famoso articolo 41 bis ma la civilizzazione di un popolo, la cancellazione di una casta politica  spesso connivente o addirittura complice e soprattutto l’ eliminazione dell’ incontrollabile flusso di ricchezza statale divorato da Comuni, Province e Regioni. Dove c’è sterco ci sono mosche e dove c’è denaro pubblico da sperperare c’è la mafia che detta regole e quote potendo contare sull’ attiva partecipazione del politicante, del faccendiere, del semplice impiegato statale, dell’ usciere e persino del becchino. Tracce di mafia sono rilevabili in molti comportamenti sociali, e nel Dna dell’ italiano medio è presente il gene con coppola e lupara, il fatto poi che esso si manifesti sottoforma di bullismo, di ideologia politica violenta, di criminalità di strada o di scrivania, rappresenta solo delle variazioni sul tema.

DEMENZA IN CONTANTI.

In questi giorni è in piena rappresentazione  la tragicommedia della stesura, per capitoli di spesa e per quelli di incasso a mezzo tasse, che va sotto il nome, mai più illusorio, di legge di stabilità.  L’ orgia mediatica  con fughe di notizie, illazioni diffuse ad arte per depistare logica e razionalità in una fase cruciale per la stessa sopravvivenza economico-finaziaria dell’ Italia, tiene col fiato sospeso milioni di italiani che ogni giorno si risvegliano più poveri e alla fine di questa giostra richiano di trovarsi sul lastrico. Fra le innumerevoli sparate che si attribuiscono ai geni ministeriali dell’ economia, i quali si distinguono per follia e sospetta incapacità, è riemersa la storiella staliniana della riduzione, in pratica dell’ eliminazione, del contante quale rimedio supremo contro la presunta evasione fiscale.  E’ il tarlo cerebrale degli incompetenti, la valvola di salvezza di chi non sa dove mettere mano per stilare un bilancio di previsione che non ci faccia vergognare di essere italiani. E’ il classico specchietto per allodole usato a beneficio di masse rancorose ed inconsapevoli che sognano il famelico fisco vestito da Zorro. Senza dimenticare l’ incostituzionalità di una norma che vieti l’ uso della carta moneta oltre un limite esclusivamente e abusivamente politico, lo Stato, tramite i suoi più o meno sgangherati governi, non ha alcun diritto di imporre ai cittadini  norme che implichino l’ utilizzo di un conto corrente bancario o di qual si voglia natura per gestire i loro soldi, come non ha alcun diritto di imporre tasse occulte obbligando a pagare commissioni bancarie, su cui lucra, per poter incassare pensioni oltre un certo importo. Ma questo Stato se ne frega e fa ciò che vuole in barba a diritti sanciti dalla Costituzione.  E questo rappresenta uno dei tanti motivi per i quali il nostro Paesello vanta un debito sovrano fra i più grandi del mondo civile. Pare che il burocrate abbia una visione monocromatica della realtà ed il grigio domina il suo stretto orizzonte, il grigio della sottomissione di un popolo ad una azione incontrastabile  dello Stato che, attraverso la longa manus del fisco, può entrare nella vita privata e condizionarla a fini di gettito fiscale.  Ma la verità è che quando un cittadino ha pagato le tasse sul reddito dichiarato, ciò che gli resta in mano è suo e nessuno, meno che mai lo Stato, può sindacarne l’ uso e le modalità dello stesso.  Altro che azione di contrasto all’ evasione fiscale! Quì siamo in presenza di una prevaricatrice imposizione di stile di vita, in tutto uguale alla divisa ideologica imposta dal comunismo cinese o alla camicia nera imposta dal fascismo.  La libertà non è una parola da slogan ideologico, è l’ essenza stessa della vita, ed è sufficiente vedere quanto accade a questo proposito nel resto del mondo occidentale, per capire quanto l’ Italia sia caduta in basso nella difesa del supremo principio-valore. I piccoli bottegai politico-burocratici si cimentano nell’ impresa, superiore alle loro capacità, di gestire i conti di un Paese fino a qualche anno fa civile, e cosa ti escogitano?  Il blocco del contante insieme alla supertassazione della casa. Sono questi i miseri capisaldi di una follia politica che, come un cancro, sta uccidendo il Paese che fu di Santi, eroi e navigatori.  Basterà questo manipolo di  espressioni in grigio dell’ inettitudine fatta persona a far esplodere una Nazione che, prima delle loro nefaste azioni, era riuscita a risorgere da una guerra mondiale persa sia militarmente che dal punto di vista della dignità nazionale.  E’ la demenza, che in Italia viaggia in  contanti,  la trovi sulle scrivanie pubbliche e, molto spesso, a braccetto con la corruzione,  anch’ essa in contanti, fatta di “metodi”  che prendono il nome delle località centrali e locali nelle quali germogliano e si sviluppano come gramigna. E’ questa demenza, non è chiaro quanto sia voluta o connaturata, del burocrate ad imporgli, anche quando si traveste da Ministro, Sindaco o Presidente di Regione,  di non capire ciò che è lapalissiano per una pietra e cioè che se non si taglia la spesa corrente fuori controllo, bloccare il contante o distruggere fiscalmente la casa serve solo a fare dell’ Italia un’ altra tragica Cuba. Purtroppo storicamente il popolo italiano ha dimostrato di essere meno organizzato e consapevole di un qualsiasi branco e subisce angherie politiche scaricandole attraverso l’ arte di arrangiarsi rifugiandosi nel misero escamotage del “se tu freghi me io poi frego te”, che è il simbolo della precaria identità nazionale  e della totale ignoranza di cosa sia la Democrazia. La circolazione del contante è un falso problema fiscale mentre la smania politica ed ideologica di limitarla è una autentica clava per colpire  la libertà nei suoi punti vitali.

LA PRIMAVERA ITALIANA.

Come si esce da un “cul de sac”?  In un solo modo: sfondandolo!  Che l’ Italia ci si trovi dentro è chiaro come il sole ed altrettanto chiaro è che  chi tiene sigillato il sacco (la casta politico burocratica) non ha alcuna intenzione di mollare la presa ed il potere incondizionato che ne deriva. Dunque sfondare, sfondare, sfondare! Tranquille, voi sentinelle dello status quo, non mi passa per l’ anticamera del cervello quella parola, sempre scritta con il sangue ed inutile e dannosa  quanto la stessa casta politica, che è  rivoluzione. Non serve. Almeno nella forma già sperimentata contro il Re di Francia, lo Zar di tutte le Russie, il dittatore di Cuba Fulgencio Batista ecc. Questi penosi fuochi artificiali che a parole hanno portato il popolo al potere e in realtà hanno solo cambiato le facce e il colore della dittatura deposta, non sono segno di civiltà ma solo il trionfo della barbarie. Quello di cui parlo è un rivolgimento delle coscienze, di quella parte sana della Nazione che, seppure largamente minoritaria rispetto alla casta trasversale di mungitori e saccheggiatori dello Stato, può e deve sollevarsi, avere il coraggio di prendere per mano la Nazione e toglierla dalle sabbie mobili della corruzione ideologica e dei patti sotterranei fra finti avversari politici. Non è impossibile. Anzi è doveroso verso quei milioni di italiani che la mattina non si svegliano per rubare ma per lavorare. Penso a quei padri di famiglia, a quelle madri che vogliono un presente dignitoso per sè stessi ed un futuro di libertà per i loro figli. Per questa Italia e con questa Italia si può ribaltare la decadenza politico economica e culturale che sta distruggendo la nostra civiltà. La strada da percorrere è politica e senza alternative. Non quella ideologica che punta al dominio di una parte sull’ altra in una lotta continua e senza speranza per nessuno. Occorre una Primavera Italiana, una rottura con un passato che mai è riuscito ad essere futuro, perchè il bene sociale non ha colore o marchio ideologico a dispetto delle fallimentari chimere che illusionisti rossi e neri decantano da sempre. In una società moderna chi è al  potere non ruba, non corrompe e non si fa corrompere. Essa è dunque l’ esatto opposto di quella in cui viviamo. Occorre quindi che nasca davvero un movimento politico e culturale capace di governare l’ economia spazzando via i finti buoni e finti cattivi che si palleggiano le nostre vite arricchendosi. Un movimento politico snello e privo degli orpelli statutari, delle zavorre di parassiti che ne reggono lo strascico facendosi essi stessi mafia politica e ragnatela sociale.  Non un colore, non una divisa, non un gergo nè una gestualità di mani tese, pugni chiusi o mani morte e viscide. Un movimento che si giovi di professionalità a tempo determinato, che non muoia di asfissia strangolato dai mezzi busti carrieristi della chiacchiera,  simboli di incapacità contigua con la peggiore malafede. Un movimento liberale e libero dal passato che non venda posti di lavoro (e di stipendio) in cambio di voti, che non viva sul debito sovrano ma che creda nel rispetto della cosa pubblica come bene intoccabile. Non è fantasia e non è una favola. E’ solo il contrario di ciò che oggi è la realtà. E se essa può essere marcia così come è chi può negare che possa diventare ciò che dovrebbe essere? Soltanto coloro che ne beneficiano e si ingrassano con il marciume.

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