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La piccola sorella.

CRETINI ADVERTISING.

Ogni tempo ha la sua Pubblicità. Al nostro è toccata quella servile ed omologata al politically correct che ne ha fatto un megafono della dottrina più livellante in basso che la civiltà (?) abbia mai conosciuto. A causa di questo asservimento la defunta arte pubblicitaria è diventata strumento del potere perdendo, forse definitivamente,  la sua indipendenza ideologica, la freschezza annunciatrice della nouvelle vague sempre contrapposte al conservatorismo ottuso dello status quo, che l’ avevano consacrata nuova arte contemporanea. L’ advertising, prima di scolorirsi in leccapiedi del sistema ne era la spina nel fianco e la sua insaziabile ricerca del nuovo imponeva accelerazioni al costume e alla costruzione della persona con mente e mentalità autonome. Oggi la Pubblicità ha imboccato il suo viale del tramonto che, ineluttabilmente, sbocca nella piazza della normalizzazione di massa, rovesciando l’ equazione secondo cui prima essa distingueva e marcava le differenze mentre ora massifica e marca l’ omologazione. La Pubblicità impersonava lo spirito libero della  pecora nera, diversa dal gregge della cultura ufficiale color panna sporca, anima contro corrente e geniale anticipatrice sociologica (chi non ricorda il famoso slogan “…contro il logorio della vita moderna” lanciato quando sulle strade della giovane Repubblica “imperversavano” le prime Fiat 500?). Ora essa attacca i manifesti e distribuisce volantini come un avanguardista qualunque spingendo, da ex pecora nera divenuta cane da pastore, il grande gregge sui pascoli del politically correct. In questa sua metamorfosi involutiva ha mollato la non più attuale donna in carriera per prendere sotto l’ ala protettrice il dio del momento, il single, miracolosamente trasformato da idiota e accidioso abitatore del divano in casalingo da 10 e lode.  Ha abbandonato la coppia naturale composta da madre e padre (e moglie e marito) per narrare storielle di ex coniugi, finalmente sorridenti, insieme a non credibili pargoli benedetti dal divorzio e pronti per l’ anonima e deficiente dicotomia di genitore uno e genitore due.  Il cornetto gelato non è più l’ amuleto di amori estivi fra belle ragazze ed intraprendenti  “sciupafemmine” ma deve estendere la sua magia ad improbabili, patetiche e preconfezionate commediole spot omosessuali. Dunque anche la pubblicità si è convertita al nuovo verbo del non genere e presto vedremo lo spot che narrerà dell’ amore “nuovo e diverso”  fra un tavolo e una sedia, fonte generatrice di innumerevoli sgabellini. Ma essa oltre ad omologarsi al mortale morbo del politically correct rivendica una propria “idiozia” specifica e peculiare, esaltata da quello spot che racconta di donne incontinenti (giovani e belle per altro) impossibilitate perfino ad utilizzare l’ ascensore perchè portatrici di olezzi non proprio da profumeria. La mente che l’ ha “ideato” dovrebbe avere una struttura a labirinto da cui discende una visione malata e orientata della realtà perchè per “puzzare tanto” non possono certo bastare alcune gocce di incontenibile “pìpì” ma occorrerebbero giorni di latitanza da docce e civiltà, ormai presenti solo in accampamenti etnici ben noti e ancor più ben protetti politicamente (che sia un richiamo subliminale a non storcere più il naso quando si incontrano determinati soggetti per strada?) Ormai la donna, secondo l’ advertising, è solo quella piena di smagliature, cellulite e, appunto, incontinenza,  mentre la dentiera è democraticamente ripartita fra cinquantenni di ambo i sessi e la sordità resta  appannaggio esclusivo del maschietto precocemente nonno. Infine la missione “no racism” rappresenta la punta di diamante dell’ azione normalizzatrice dell’ advertising. Non c’è più spot, a prescindere dal prodotto, che non preveda la presenza multirazziale per cui la classe elementare risulta indoafricana, l’ amica del cuore è del Gabon, il neolaureato (rigorosamente di corso laurea breve) è congolese, cinese o pakistano. Il pennello ideologico imposto dal politically correct alla Pubblicità, ha dunque dipinto un quadro a due tonalità fisse: montascale, dentiere, pannoloni e apparecchi acustici  sono reclamizzati esclusivamente dalla razza bianca cioè da un mondo destinato (faccio i miei scongiuri più sentiti e toccati) a scomparire mentre feste in spiaggia, imprese sportive, sorrisi, futuro e un infinito orizzonte, sono feudo di etnie politicamente emergenti. Urge spiegare a chi ha il dovere di non vendersi, per un misero piatto ideologico di lenticchie all’ attuale peggior offerente, che la Pubblicità deve essere strumento di crescita sociale e non semplice e volgare utensile di persuasione politica.

AMORE MALATO.

Inesorabile come il passare del tempo la cronaca ci schiaffeggia ogni giorno con tragedie causate da quello che non si può non chiamare “amore malato”. Alla sequela inarrestabile delle uccisioni di donne “colpevoli” di voler mollare un maschietto idiota ed ancora antropologicamente immaturo o peggio indefinito, si aggiungono i tremendi gesti di follia compiuti sui figli di molte disgraziate coppie. Si dice, dai pulpiti della demenza ufficiale ed autoreferenziante, che la famiglia sia in profonda crisi, che stia scoppiando e mostrando i limiti di un istituto antico e dunque da superare. E’ vero l’ opposto e cioè che la crisi della società basata sulla negazione del dovere e sulla apologia del diritto, qualunque esso sia, perfino quello di negare la natura vera e spirituale dell’ individuo, sta travolgendo tutto e tutti. Le vestali del diritto assoluto hanno trasformato l’ amore in possesso, da bene supremo da donare ad esercizio di un potere esclusivo del più forte (solo fisicamente) sul più debole. Fulcro di questa visione da cerebrolesi è il maschilismo che rigurgita dalla fogna dell’ ignoranza e sommerge qualsiasi valore morale. Sono infatti piccoli  miserabili maschietti coloro che uccidono, violentano e distruggono il giocattolo preferito, la donna-moglie-fidanzata che in un atto di inaccettabile insubordinazione si ribella alla loro pochezza piantandoli in asso.  L’ amore malato è il demone ispiratore di delitti perpetrati per idolatria del possesso, è quel processo mentale degenerativo per cui si crede di amare mentre in realtà si vuole solo possedere qualcuno, a prescindere da cosa provi questo povero qualcuno. E’ una malattia mentale molto diffusa che origina dall’ inferiorità mentale e dall’ autoritarismo dovuto alla primitiva forza bruta, una sorta di jus primae noctis esteso a tutte le notti della vita, uno stato di coma vigile della razionalità che fa sembrare normali persone la cui personalità è invece al limite della follia omicida latente. In queste tragedie dell’ egoismo, in queste supreme manifestazioni di egocentrismo, la società ha gravissime responsabilità morali avendo essa deresponsabilizzato l’ individuo per qualunque azione  compia. Se procrea alla cieca può rimediare con l’ aborto, se giuoca come un cretino a sposarsi può divorziare, se tradisce il contratto di lavoro la colpa è dell’ azienda che lo sfrutta, se violenta una donna la colpa è della vittima che l’ ha provocato, se ruba è perchè rubano tutti. La verità è che il bipede idiota non ha ancora imparato a camminare ma ha soverchie velleità di correre e tutta la società è costruita su queste false fondamenta. Quando un padre riesce a dare fuoco alla propria figlia tradendola con un abbraccio mortale soltanto perchè non è più “sua”, perchè vive con la madre e moglie separata, ripete il gesto infantile e demente di rompere il giocattolo che non lo diverte più. Purtroppo per diventare padri basta una semplice abilitazione biologica, per diventare mariti basta un semplice “sì” detto con consapevolezza ignota a tutto il mondo e per diventare assassini è sufficiente sentirsi privati di privilegi arrogati unilateralmente. Tutto ciò è possibile nella società malata del diritto ad ogni costo, nella quale il dovere è bandito, il senso di responsabilità è negato e nella quale nessuno deve toccare Caino essendo Abele un mero incidente di percorso carico di responsabilità oggettiva per la sua stessa fine. Tutto ciò è possibile nella società che ha dilaniato la famiglia, che ha azzerato la cultura, la spiritualità della vita e dell’ amore, che ha tolto valore legale all’ onore mentre ha dato suprema rilevanza al piagnisteo, all’ autocommiserazione e all’ autoassoluzione. L’ amore malato è il frutto di una pianta malata capace di far germogliare fra i suoi rami campi di concentramento, vivisezione animale, sterminio nelle foibe, guerre, genocidi, stupro, safari, caccia, spaccio di droga, adozione di figli agli omosessuali, pedofilia e traffico di organi umani. E ancora pare non basti.

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