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Il piromane come criminale sociale

PIROMANI AL ROGO.

L’ estate è ormai in tutto il mondo sinonimo di incendi e distruzione.  E’ la stagione nella quale trionfa la follia e l’ ipocrisia di un disegno, che sembra studiato a tavolino, secondo cui ogni anno devono essere inceneriti migliaia di ettari di boschi e foreste allo scopo di favorire speculazioni di diverso genere: rimboschimenti, vendita e gestione di mezzi antincendio, contratti stagionali di mano d’ opera, svalorizzazione di aree a scopi di varia edilizia. Si tratta di un universo di interessi composito e capillare che vive e cresce se gli alberi bruciano. Da qui il carattere doloso di quasi tutti gli incendi che divorano natura e case. Se fosse significativo l’ effetto di autocombustione nel causare incendi, cosa accadrebbe nelle torride zone africane dove si registrano temperature spaventosamente alte e la siccità regna sovrana?  Ma la falsità del politicamente corretto impone di dubitare della criminale volontarietà come causa degli incendi ed anche quando, raramente, vengono pizzicati con in mano il kit dell’ incendiario, i “poveri” piromani godono del buonista salvagente costituito dalla presunzione di innocenza, ed invece di essere esemplarmente puniti verngono accarezzati dalla comprensione dei “medici pietosi” a comando politico. E così ogni estate miliardi di euro e di dollari vanno apparentemente in fumo mentre realmente finiscono nelle tasche della lunga filiera che prospera sulla fiamma dolosa. Per fare un discorso serio e compiuto però non ci si può limitare alla semplice, ancorchè sentita e rabbiosa, denuncia del fatto in sè.  Bisogna ricondurre anche questa manifestazione di criminalità organizzata, in senso sociale e dunque in senso mafioso ante litteram, a vergognose motivazioni economiche. Pare infatti che l’ economia sia così evoluta nel tasso produttivo che se non si distrugge, per poi ricostruire, si inceppa il meccanismo spirale  produzione-consumo-produzione… tendente all’ infinito. Molti teorizzavano in tale senso il preteso lato positivo delle guerre per il quale, a fronte di un inevitabile ed increscioso “danno collaterale” in vite umane e distruzione,  si abbia un imperioso impulso al rinnovamento e al progresso. Secondo questo criterio che ormai pare essere parte integrante delle strategie di marketing internazionali sono dunque  benvenuti terremoti, tornado, tsunami e incendi che, come un potente volano, fanno girare tanti miliardi per rifare cose già fatte e distrutte. Mi domando cosa ci sia di diverso dalla idolatria del fuoco come divinità purificatrice professata nei villaggi primitivi. Il concetto è lo stesso anche nei moderni villaggi, Parigi, Roma, Washington, Atene, Madrid ecc. Incendiare per spegnere e per ricostruire in ossequio alla Neroniana follia e la “pagnotta” è garantita. In questa quarta era, definita dalla dottrina Hare Krsna la più violenta ed ipocrita, c’è posto per gli apologeti del caos e della distruzione che nemmeno il fuoco potrà mai purificare.

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