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Eligio Bartoli
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Eligio Bartoli

il nemico del risparmio

BENVENUTI I “FORCONI”.

La situazione politica italiana dimostra che il margine di Democrazia per avviare la soluzione dei problemi strutturali, da decenni rinviata da una casta politica irresponsabile, si è assottigliato fino ad un punto di non ritorno. Se delle intere classi di cittadini e lavoratori non si riconoscono più in una pratica politicante fatta di scandali, ruberie e malversazioni di denaro pubblico proveniente da un livello di tassazione abnorme ed antidemocratico, vuol dire che la misura è colma e che i tanto ironicamente evocati “forconi” ora hanno ragione di essere e di protestare. Fa specie a questo riguardo l’ atteggiamento velatamente autoritario del Ministro dell’ Interno che ammonisce chi fa parte delle istituzioni a non cavalcare la legittima protesta  di questi. Evidentemente ci sono manifestanti di Serie A ai quali è sempre concesso di tutto, anche di distruggere le città, ed altri di Serie B che non devono ledere la maestà di un governo così detto di larghe intese ma, evidentemente, di strette cognizioni democratiche. Se questa casta politicante non avesse ridotto sul lastrico l’ economia italiana, tramite una vergognosa spesa pubblica ed una altrettanto incivile ruberia politica, oggi i “forconi” sarebbero riposti nel magazzino. E viene il dubbio, a sentire i proclami di questi tribuni da strapazzo del Palazzo, che si sarebbero aspettati non solo il silenzio sindacale della “triplice”, garantito da un fin troppo evidente, opportunistico e silenzioso patto di non belligeranza, ma anche un applauso da parte dei “forconi” per la geniale distruzione dell’ economia  attraverso la mannaia fiscale imposta all’ Italia da ” Frau Kartoffeln”.  Evidentemente il Potere ha una contro indicazione “chirurgica” su chi lo detiene e causa una lobotomia cerebrale che si somma alla già scarsa presenza di materia grigia in quelle crape.  La sproporzionata macchina politicante fatta dei troppi livelli assembleari, regionali, provinciali, e comunali, che si contendono a suon di tasse la torta del povero Pil nazionale, sta mettendo a rischio la Democrazia e, ad onta di cotanta rappresentanza, si sta correndo a tutto gas verso il fallimento dello Stato e dunque verso la reazione di chi non ne può più di lavorare per pagare le tasse e di rinunciare anche a mangiare per pagare l’ IMU. Ben venga allora il movimento dal basso della vera disperazione, non da quel basso teorico rappresentato dal bavaglio ideologico e pratico che certi partiti impongono da decenni alle masse attraverso scioperi e manifestazioni on demand.  La protesta non ha proprietari o diritti di corteo riservati a sindacati, partiti o lobbies, se possono sfilare per  le strade bloccando le città gli omosessuali, le “streghe” e i No Tav, ancor più devono averne diritto padri di famiglia imprenditori, artigiani, e lavoratori autonomi, anche a bordo di una jaguar come hanno fatto notare, con non poco qualunquismo populista, certi media  che ritengono la protesta  esclusivo appannaggio di chi ha le pezze al sedere.  Evidentemente la Democrazia fa paura a chi da sempre  ne sfrutta la scia per fare i propri interessi di bottega e per schiacciare milioni di famiglie che vivono con mille o duemila euro al mese mentre così si garantisce stipendi da 500.000,00 euro l’ anno e vitalizi vergognosi. Cavalcare la protesta ed ascoltarla  è segno di democrazia mentre non lo è il tassare oltre il sopportabile  solo per potersi garantire privilegi indecenti, per regalare milioni di euro a presunti imprenditori con tessera specialisti in flop industriali e a banche della parrocchietta politica che distribuiscono miliardi ai soliti noti come fossero noccioline. Benvenuto i “Forconi”.

MISERIA SENZA NOBILTA’.

L’ Italia di oggi appare come il classico e penoso nobile decaduto che invece di rimboccarsi le maniche e decidersi, una buona volta, a lavorare preferisce vendere (anzi, svendere) gli ultimi gioielli di famiglia e continuare a vivere da ricco pur non essendolo ormai da molto tempo ed avendo inequivocabili pezze al sedere. La vendita di aziende strategiche come Finmeccanica, Eni, Enel, Fincantieri, è l’ ultimo inconsulto rantolo di irresponsabilità politica e, al contempo, il segno tangibile, se ve ne fosse ancora bisogno, della incapacità congenita mostrata dalla casta politicante di affronatre il problema del debito sovrano da essa stessa creato in decenni di follia politica. Li chiamano  “asset”, si pavoneggiano sventagliandosi come vecchie zitelle con frasi ad effetto ed annunci di immaginari avvistamenti di bagliori di luce in fondo al buio assoluto del tunnel recessivo in cui ci hanno infilato. Questi gioielli sono invece la nobiltà dell’ epoca post bellica  che ha consentito ai calcinacci d’ Italia di diventare una potenza economica. Facciamo una domandina semplice, tanto semplice che possa essere capita anche da questi pretesi Premier, da questi pretesi Ministri economici che con la loro pochezza certificano di essere veramente…economici. Una volta racimolati questi 12-15 miliardi di euro con la svendita di quel che resta dell’ Italia industriale e finanziaria, che saranno divorati in un solo semestre dal mostro a 20 teste (quante sono le Regioni) del “Disservizio Sanitario Pubblico”, cosa faranno? Dopo aver sparato l’ ultima cartuccia come pensano d difendere l’ Italia dall’ assedio di un’ Europa sempre più a trazione tedesca? Venderanno Venezia ai Tahilandesi, Roma ai cinesi, la Sardegna agli “oligarchi” russi e Firenze a qualche sceicco itinerante? Tutta questa nobiltà sarà venduta per tornare finalmente alla miseria pre-risorgimentale (per la popolazione) e per mantenere intatti i vergognosi compensi dei burocrati impiegati statali di alto bordo “depositari” della “scienza amministrativa e giuridica”? Invece di rimboccarsi le maniche e ridurre, a cominciare dai propri scandalosi ed incivili privilegi, un costo statale inaudito, questa casta di incompetenti svende lo Stivale al peggior offerente. E dopo? Quale ricetta miracolistica ha in serbo la medesima banda di avventurieri che senza pudore ha tassato l’ economia reale con la sensibilità della ghigliottina e ridotto, in due anni, l’ Italia in fin di vita? Lo scandalo continuo delle ruberie politiche centrali e periferiche, in cui si dilettano i pepponi di ogni colori partitico, rappresenta la miseria di una Nazione rimasta senza nobiltà, e la cui classe dirigente è pronta a chinare la crapa di fronte a qualsiasi valuta starniera ed ancor più pronta ad aprire le gambe per pochi spiccioli pur di non lavorare. Siamo ormai  una Nazione saccheggiata, dove ognuno pensa per sè, dove uno Stato famelico costringe gli imprenditori a delocalizzare le aziende, dove chiunque venga ha il potere di dettare legge ed imporre la propria religione e la propria cultura (?), dove un silenzioso e serpeggiante “si salvi chi può” sta desertificando quello che fu il Bel Paese lasciandolo in miseria e senza più alcuna traccia di nobiltà.

DEMENZA IN CONTANTI.

In questi giorni è in piena rappresentazione  la tragicommedia della stesura, per capitoli di spesa e per quelli di incasso a mezzo tasse, che va sotto il nome, mai più illusorio, di legge di stabilità.  L’ orgia mediatica  con fughe di notizie, illazioni diffuse ad arte per depistare logica e razionalità in una fase cruciale per la stessa sopravvivenza economico-finaziaria dell’ Italia, tiene col fiato sospeso milioni di italiani che ogni giorno si risvegliano più poveri e alla fine di questa giostra richiano di trovarsi sul lastrico. Fra le innumerevoli sparate che si attribuiscono ai geni ministeriali dell’ economia, i quali si distinguono per follia e sospetta incapacità, è riemersa la storiella staliniana della riduzione, in pratica dell’ eliminazione, del contante quale rimedio supremo contro la presunta evasione fiscale.  E’ il tarlo cerebrale degli incompetenti, la valvola di salvezza di chi non sa dove mettere mano per stilare un bilancio di previsione che non ci faccia vergognare di essere italiani. E’ il classico specchietto per allodole usato a beneficio di masse rancorose ed inconsapevoli che sognano il famelico fisco vestito da Zorro. Senza dimenticare l’ incostituzionalità di una norma che vieti l’ uso della carta moneta oltre un limite esclusivamente e abusivamente politico, lo Stato, tramite i suoi più o meno sgangherati governi, non ha alcun diritto di imporre ai cittadini  norme che implichino l’ utilizzo di un conto corrente bancario o di qual si voglia natura per gestire i loro soldi, come non ha alcun diritto di imporre tasse occulte obbligando a pagare commissioni bancarie, su cui lucra, per poter incassare pensioni oltre un certo importo. Ma questo Stato se ne frega e fa ciò che vuole in barba a diritti sanciti dalla Costituzione.  E questo rappresenta uno dei tanti motivi per i quali il nostro Paesello vanta un debito sovrano fra i più grandi del mondo civile. Pare che il burocrate abbia una visione monocromatica della realtà ed il grigio domina il suo stretto orizzonte, il grigio della sottomissione di un popolo ad una azione incontrastabile  dello Stato che, attraverso la longa manus del fisco, può entrare nella vita privata e condizionarla a fini di gettito fiscale.  Ma la verità è che quando un cittadino ha pagato le tasse sul reddito dichiarato, ciò che gli resta in mano è suo e nessuno, meno che mai lo Stato, può sindacarne l’ uso e le modalità dello stesso.  Altro che azione di contrasto all’ evasione fiscale! Quì siamo in presenza di una prevaricatrice imposizione di stile di vita, in tutto uguale alla divisa ideologica imposta dal comunismo cinese o alla camicia nera imposta dal fascismo.  La libertà non è una parola da slogan ideologico, è l’ essenza stessa della vita, ed è sufficiente vedere quanto accade a questo proposito nel resto del mondo occidentale, per capire quanto l’ Italia sia caduta in basso nella difesa del supremo principio-valore. I piccoli bottegai politico-burocratici si cimentano nell’ impresa, superiore alle loro capacità, di gestire i conti di un Paese fino a qualche anno fa civile, e cosa ti escogitano?  Il blocco del contante insieme alla supertassazione della casa. Sono questi i miseri capisaldi di una follia politica che, come un cancro, sta uccidendo il Paese che fu di Santi, eroi e navigatori.  Basterà questo manipolo di  espressioni in grigio dell’ inettitudine fatta persona a far esplodere una Nazione che, prima delle loro nefaste azioni, era riuscita a risorgere da una guerra mondiale persa sia militarmente che dal punto di vista della dignità nazionale.  E’ la demenza, che in Italia viaggia in  contanti,  la trovi sulle scrivanie pubbliche e, molto spesso, a braccetto con la corruzione,  anch’ essa in contanti, fatta di “metodi”  che prendono il nome delle località centrali e locali nelle quali germogliano e si sviluppano come gramigna. E’ questa demenza, non è chiaro quanto sia voluta o connaturata, del burocrate ad imporgli, anche quando si traveste da Ministro, Sindaco o Presidente di Regione,  di non capire ciò che è lapalissiano per una pietra e cioè che se non si taglia la spesa corrente fuori controllo, bloccare il contante o distruggere fiscalmente la casa serve solo a fare dell’ Italia un’ altra tragica Cuba. Purtroppo storicamente il popolo italiano ha dimostrato di essere meno organizzato e consapevole di un qualsiasi branco e subisce angherie politiche scaricandole attraverso l’ arte di arrangiarsi rifugiandosi nel misero escamotage del “se tu freghi me io poi frego te”, che è il simbolo della precaria identità nazionale  e della totale ignoranza di cosa sia la Democrazia. La circolazione del contante è un falso problema fiscale mentre la smania politica ed ideologica di limitarla è una autentica clava per colpire  la libertà nei suoi punti vitali.

LA PRIMAVERA ITALIANA.

Come si esce da un “cul de sac”?  In un solo modo: sfondandolo!  Che l’ Italia ci si trovi dentro è chiaro come il sole ed altrettanto chiaro è che  chi tiene sigillato il sacco (la casta politico burocratica) non ha alcuna intenzione di mollare la presa ed il potere incondizionato che ne deriva. Dunque sfondare, sfondare, sfondare! Tranquille, voi sentinelle dello status quo, non mi passa per l’ anticamera del cervello quella parola, sempre scritta con il sangue ed inutile e dannosa  quanto la stessa casta politica, che è  rivoluzione. Non serve. Almeno nella forma già sperimentata contro il Re di Francia, lo Zar di tutte le Russie, il dittatore di Cuba Fulgencio Batista ecc. Questi penosi fuochi artificiali che a parole hanno portato il popolo al potere e in realtà hanno solo cambiato le facce e il colore della dittatura deposta, non sono segno di civiltà ma solo il trionfo della barbarie. Quello di cui parlo è un rivolgimento delle coscienze, di quella parte sana della Nazione che, seppure largamente minoritaria rispetto alla casta trasversale di mungitori e saccheggiatori dello Stato, può e deve sollevarsi, avere il coraggio di prendere per mano la Nazione e toglierla dalle sabbie mobili della corruzione ideologica e dei patti sotterranei fra finti avversari politici. Non è impossibile. Anzi è doveroso verso quei milioni di italiani che la mattina non si svegliano per rubare ma per lavorare. Penso a quei padri di famiglia, a quelle madri che vogliono un presente dignitoso per sè stessi ed un futuro di libertà per i loro figli. Per questa Italia e con questa Italia si può ribaltare la decadenza politico economica e culturale che sta distruggendo la nostra civiltà. La strada da percorrere è politica e senza alternative. Non quella ideologica che punta al dominio di una parte sull’ altra in una lotta continua e senza speranza per nessuno. Occorre una Primavera Italiana, una rottura con un passato che mai è riuscito ad essere futuro, perchè il bene sociale non ha colore o marchio ideologico a dispetto delle fallimentari chimere che illusionisti rossi e neri decantano da sempre. In una società moderna chi è al  potere non ruba, non corrompe e non si fa corrompere. Essa è dunque l’ esatto opposto di quella in cui viviamo. Occorre quindi che nasca davvero un movimento politico e culturale capace di governare l’ economia spazzando via i finti buoni e finti cattivi che si palleggiano le nostre vite arricchendosi. Un movimento politico snello e privo degli orpelli statutari, delle zavorre di parassiti che ne reggono lo strascico facendosi essi stessi mafia politica e ragnatela sociale.  Non un colore, non una divisa, non un gergo nè una gestualità di mani tese, pugni chiusi o mani morte e viscide. Un movimento che si giovi di professionalità a tempo determinato, che non muoia di asfissia strangolato dai mezzi busti carrieristi della chiacchiera,  simboli di incapacità contigua con la peggiore malafede. Un movimento liberale e libero dal passato che non venda posti di lavoro (e di stipendio) in cambio di voti, che non viva sul debito sovrano ma che creda nel rispetto della cosa pubblica come bene intoccabile. Non è fantasia e non è una favola. E’ solo il contrario di ciò che oggi è la realtà. E se essa può essere marcia così come è chi può negare che possa diventare ciò che dovrebbe essere? Soltanto coloro che ne beneficiano e si ingrassano con il marciume.

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