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governi locali e mafia

STATO O MAFIA?

Quando manca l’ uno prospera e domina l’ altra.  L’ Italia non ancora, e mi chiedo se mai lo sarà,  “risorgimentata” è un tipico esempio di questo teorema sociale e politico che, per la verità, trova anche in altre Nazioni un’ attuazione a differenti livelli. Lo Stivale però pare proprio immerso, fin oltre la “corona” delle Alpi, nella melma mafiosa che si contrappone, da ciò traendo linfa vitale, a quella burocratico statale che quanto a pericolosità sociale non è certo da meno. Quando uno Stato è assente o peggio troppo presente ed asfissiante, quando non c’è certezza del Diritto e per vedere riconosciute le proprie ragioni o difesa la propria sicurezza, un cittadino deve aspettare una vita, è facile, se non addirittura inevitabile, che si rivolga  alla “Autorità” locale rappresentata dal potere mafioso. Questo riesce non solo a superare le pastoie statali e a dare “sicurezza” esistenziale al manzoniano vaso di coccio ma ne stimola e soddisfa la rabbia contro uno Stato che gli appare come una sanguisuga fiscale, una entità irraggiungibile ed ostile. Rivolgersi alla mafia, supportarla logisticamente e coprirla con l’ omertà, rappresenta la rivincita del cittadino, anzi la sua vendetta verso quella oppressione statalista che è la prima causa del mancato compimento del Risorgimento Italiano.  La realtà, fuori da rappresentazioni retoriche e propagandistiche, è questa e ne è dimostrazione la struttura clientelare e parentale della società italiana composta da un popolo nel quale ognuno è amico, parente o paesano di qualcuno che conta e che può “provvedere”.  Quella italiana appare come una mafia genetica che si manifesta a partire già da semplici rapporti individuali, diciamo “condominiali”, per finire ai più alti livelli economici e politici.  Dalla piccola raccomandazione locale targata partito politico, alla tutela esercitata dalla lobby di appartenenza, dal protettorato sindacale alla trasmissione ereditaria di cariche e privilegi, l’ Italia è tutta una jungla di scorciatoie, di passaggi segreti e trappole mortali per la Democrazia.  Distinguere, come da sempre fa la propaganda antimafiosa ufficiale, tra mafia con lupara e coppola e mafia genetica di popolo è il miglior modo di sostenerla e renderle la vita facile. Identificarla come elemento estraneo alla vita quotidiana, come mondo parallelo rispetto alla così detta legalità, è mistificare la realtà, è ingannare le coscienze, è mentire per interesse privato. La concezione di mafia come presenza intrinseca nella società civile è stata più volte (e inutilmente) denunciata da una delle più illustri e sincere figure che l’ hanno combattuta: il giudice Giovanni Falcone. Egli, figlio di una terra genitrice e prima vittima della mafia, era un profondo conoscitore del cancro genetico di cui è portatrice malata (e inguaribile) la nostra società. Combatterla solo con il  codice penale e l’ azione poliziesca è un’ avventura destinata al fallimento come dimostra la sua ormai secolare presenza e resistenza. Illudersi che leggi speciali,  regimi carcerari strettissimi e dispiegamento di mezzi economici per pagare i “pentiti” sconfiggano la mafia è materia da palco elettorale, è manfrina di propaganda che qualunque Ministro dell’ Interno ha dimostrato di dover imparare a memoria. Il fatto inequivocabile e al di sopra delle chiacchiere è che la mafia, ancora oggi, controlla tutti i settori del crimine, dalla prostituzione alla droga, agli appalti pubblici e privati, alle tangenti politiche, al pizzo nel commercio ed alla circolazione delle merci. E tutto ciò, secondo i bla bla anzi i quaquaraquà “ufficiali”, per dirla in gergo mafioso, sarebbe il segno del trionfo dello Stato sulla mafia? Se essa può contare su migliaia di persone fra affiliati, simpatizzanti, sostenitori e collaboratori, non la sconfiggerà il famoso articolo 41 bis ma la civilizzazione di un popolo, la cancellazione di una casta politica  spesso connivente o addirittura complice e soprattutto l’ eliminazione dell’ incontrollabile flusso di ricchezza statale divorato da Comuni, Province e Regioni. Dove c’è sterco ci sono mosche e dove c’è denaro pubblico da sperperare c’è la mafia che detta regole e quote potendo contare sull’ attiva partecipazione del politicante, del faccendiere, del semplice impiegato statale, dell’ usciere e persino del becchino. Tracce di mafia sono rilevabili in molti comportamenti sociali, e nel Dna dell’ italiano medio è presente il gene con coppola e lupara, il fatto poi che esso si manifesti sottoforma di bullismo, di ideologia politica violenta, di criminalità di strada o di scrivania, rappresenta solo delle variazioni sul tema.

DEMENZA IN CONTANTI.

In questi giorni è in piena rappresentazione  la tragicommedia della stesura, per capitoli di spesa e per quelli di incasso a mezzo tasse, che va sotto il nome, mai più illusorio, di legge di stabilità.  L’ orgia mediatica  con fughe di notizie, illazioni diffuse ad arte per depistare logica e razionalità in una fase cruciale per la stessa sopravvivenza economico-finaziaria dell’ Italia, tiene col fiato sospeso milioni di italiani che ogni giorno si risvegliano più poveri e alla fine di questa giostra richiano di trovarsi sul lastrico. Fra le innumerevoli sparate che si attribuiscono ai geni ministeriali dell’ economia, i quali si distinguono per follia e sospetta incapacità, è riemersa la storiella staliniana della riduzione, in pratica dell’ eliminazione, del contante quale rimedio supremo contro la presunta evasione fiscale.  E’ il tarlo cerebrale degli incompetenti, la valvola di salvezza di chi non sa dove mettere mano per stilare un bilancio di previsione che non ci faccia vergognare di essere italiani. E’ il classico specchietto per allodole usato a beneficio di masse rancorose ed inconsapevoli che sognano il famelico fisco vestito da Zorro. Senza dimenticare l’ incostituzionalità di una norma che vieti l’ uso della carta moneta oltre un limite esclusivamente e abusivamente politico, lo Stato, tramite i suoi più o meno sgangherati governi, non ha alcun diritto di imporre ai cittadini  norme che implichino l’ utilizzo di un conto corrente bancario o di qual si voglia natura per gestire i loro soldi, come non ha alcun diritto di imporre tasse occulte obbligando a pagare commissioni bancarie, su cui lucra, per poter incassare pensioni oltre un certo importo. Ma questo Stato se ne frega e fa ciò che vuole in barba a diritti sanciti dalla Costituzione.  E questo rappresenta uno dei tanti motivi per i quali il nostro Paesello vanta un debito sovrano fra i più grandi del mondo civile. Pare che il burocrate abbia una visione monocromatica della realtà ed il grigio domina il suo stretto orizzonte, il grigio della sottomissione di un popolo ad una azione incontrastabile  dello Stato che, attraverso la longa manus del fisco, può entrare nella vita privata e condizionarla a fini di gettito fiscale.  Ma la verità è che quando un cittadino ha pagato le tasse sul reddito dichiarato, ciò che gli resta in mano è suo e nessuno, meno che mai lo Stato, può sindacarne l’ uso e le modalità dello stesso.  Altro che azione di contrasto all’ evasione fiscale! Quì siamo in presenza di una prevaricatrice imposizione di stile di vita, in tutto uguale alla divisa ideologica imposta dal comunismo cinese o alla camicia nera imposta dal fascismo.  La libertà non è una parola da slogan ideologico, è l’ essenza stessa della vita, ed è sufficiente vedere quanto accade a questo proposito nel resto del mondo occidentale, per capire quanto l’ Italia sia caduta in basso nella difesa del supremo principio-valore. I piccoli bottegai politico-burocratici si cimentano nell’ impresa, superiore alle loro capacità, di gestire i conti di un Paese fino a qualche anno fa civile, e cosa ti escogitano?  Il blocco del contante insieme alla supertassazione della casa. Sono questi i miseri capisaldi di una follia politica che, come un cancro, sta uccidendo il Paese che fu di Santi, eroi e navigatori.  Basterà questo manipolo di  espressioni in grigio dell’ inettitudine fatta persona a far esplodere una Nazione che, prima delle loro nefaste azioni, era riuscita a risorgere da una guerra mondiale persa sia militarmente che dal punto di vista della dignità nazionale.  E’ la demenza, che in Italia viaggia in  contanti,  la trovi sulle scrivanie pubbliche e, molto spesso, a braccetto con la corruzione,  anch’ essa in contanti, fatta di “metodi”  che prendono il nome delle località centrali e locali nelle quali germogliano e si sviluppano come gramigna. E’ questa demenza, non è chiaro quanto sia voluta o connaturata, del burocrate ad imporgli, anche quando si traveste da Ministro, Sindaco o Presidente di Regione,  di non capire ciò che è lapalissiano per una pietra e cioè che se non si taglia la spesa corrente fuori controllo, bloccare il contante o distruggere fiscalmente la casa serve solo a fare dell’ Italia un’ altra tragica Cuba. Purtroppo storicamente il popolo italiano ha dimostrato di essere meno organizzato e consapevole di un qualsiasi branco e subisce angherie politiche scaricandole attraverso l’ arte di arrangiarsi rifugiandosi nel misero escamotage del “se tu freghi me io poi frego te”, che è il simbolo della precaria identità nazionale  e della totale ignoranza di cosa sia la Democrazia. La circolazione del contante è un falso problema fiscale mentre la smania politica ed ideologica di limitarla è una autentica clava per colpire  la libertà nei suoi punti vitali.

LA PRIMAVERA ITALIANA.

Come si esce da un “cul de sac”?  In un solo modo: sfondandolo!  Che l’ Italia ci si trovi dentro è chiaro come il sole ed altrettanto chiaro è che  chi tiene sigillato il sacco (la casta politico burocratica) non ha alcuna intenzione di mollare la presa ed il potere incondizionato che ne deriva. Dunque sfondare, sfondare, sfondare! Tranquille, voi sentinelle dello status quo, non mi passa per l’ anticamera del cervello quella parola, sempre scritta con il sangue ed inutile e dannosa  quanto la stessa casta politica, che è  rivoluzione. Non serve. Almeno nella forma già sperimentata contro il Re di Francia, lo Zar di tutte le Russie, il dittatore di Cuba Fulgencio Batista ecc. Questi penosi fuochi artificiali che a parole hanno portato il popolo al potere e in realtà hanno solo cambiato le facce e il colore della dittatura deposta, non sono segno di civiltà ma solo il trionfo della barbarie. Quello di cui parlo è un rivolgimento delle coscienze, di quella parte sana della Nazione che, seppure largamente minoritaria rispetto alla casta trasversale di mungitori e saccheggiatori dello Stato, può e deve sollevarsi, avere il coraggio di prendere per mano la Nazione e toglierla dalle sabbie mobili della corruzione ideologica e dei patti sotterranei fra finti avversari politici. Non è impossibile. Anzi è doveroso verso quei milioni di italiani che la mattina non si svegliano per rubare ma per lavorare. Penso a quei padri di famiglia, a quelle madri che vogliono un presente dignitoso per sè stessi ed un futuro di libertà per i loro figli. Per questa Italia e con questa Italia si può ribaltare la decadenza politico economica e culturale che sta distruggendo la nostra civiltà. La strada da percorrere è politica e senza alternative. Non quella ideologica che punta al dominio di una parte sull’ altra in una lotta continua e senza speranza per nessuno. Occorre una Primavera Italiana, una rottura con un passato che mai è riuscito ad essere futuro, perchè il bene sociale non ha colore o marchio ideologico a dispetto delle fallimentari chimere che illusionisti rossi e neri decantano da sempre. In una società moderna chi è al  potere non ruba, non corrompe e non si fa corrompere. Essa è dunque l’ esatto opposto di quella in cui viviamo. Occorre quindi che nasca davvero un movimento politico e culturale capace di governare l’ economia spazzando via i finti buoni e finti cattivi che si palleggiano le nostre vite arricchendosi. Un movimento politico snello e privo degli orpelli statutari, delle zavorre di parassiti che ne reggono lo strascico facendosi essi stessi mafia politica e ragnatela sociale.  Non un colore, non una divisa, non un gergo nè una gestualità di mani tese, pugni chiusi o mani morte e viscide. Un movimento che si giovi di professionalità a tempo determinato, che non muoia di asfissia strangolato dai mezzi busti carrieristi della chiacchiera,  simboli di incapacità contigua con la peggiore malafede. Un movimento liberale e libero dal passato che non venda posti di lavoro (e di stipendio) in cambio di voti, che non viva sul debito sovrano ma che creda nel rispetto della cosa pubblica come bene intoccabile. Non è fantasia e non è una favola. E’ solo il contrario di ciò che oggi è la realtà. E se essa può essere marcia così come è chi può negare che possa diventare ciò che dovrebbe essere? Soltanto coloro che ne beneficiano e si ingrassano con il marciume.

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