Blog di Eligio Bartoli

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ITALIA PICCOLA PICCOLA

La vicenda scaturita dalla cancellazione di alcune Provincie, finalmente e maldestramente, decisa dal Governo tecnico denuncia al mondo intero la consistenza di piccolo villaggio primitivo di quell’ insieme di repubblichette che formano la Repubblica Italiana. Finalmente perchè è dall’ epoca della costituzione delle Regioni, come enti politici locali, che le Provincie avrebbero dovuto essere cancellate in forza di precisi accordi allora stabiliti per non creare inutili sovrapposizioni di livelli amministrativi. Maldestramente perchè dovevano essere cancellate tutte, senza cervellotiche distinzioni per popolazione ed estensione, tutte  proprio perchè tutte inutili e dannose fonti di sperpero del denaro pubblico. Ma, si sa, la vocazione burocratica che ispira la mentalità politica gode nel creare problemi più grandi di quelli che finge di voler risolvere. E cosa è saltato prepotentemente fuori da questa “geniale” opera di risanamento amministrativo? Il livore campanilistico, le rivalità contradaiole, gli odi medievali e la pervicace volontà di mantenere a tutti i costi le fonti di guadagno facile offerte dalla cuccagna pubblica. E’ un dato di fatto sancito dalla Storia che l’ Italia, come Nazione, non esiste.  Che non esiste il senso patrio e lo spirito di appartenenza che distinguono le Nazioni più grandi come gli Usa, l’ Inghilterra e la Francia. L’ Italia no, è rimasta al tempo dei Comuni, delle guerre e guerricciole fra le patetiche “potenze economico-militari” rappresentate da paesini e borghi. In Italia si fa a sassate ancora oggi per un nonnulla accaduto mille anni fa, ci si odia fra italiani da secoli di generazioni, mentre si “amano” incondizionatamente gli stranieri che vi approdano da ogni latitudine. Un pisano si farebbe ammazzare pur di non essere amministrato da un livornese ma andrebbe in brodo di giuggiole se a governarlo fosse un ghanese o un marocchino. L’ italiano si gonfia più di un rospo nel sentirsi multiculturalista ma muore se gli si chiede di abbracciare un altro italiano e dimenticare una faida domestica. E’ così privo del senso di appartenenza che un qualunque “condottiero” straniero lo può allineare e comandare più e meglio di quanto riesca a fare un cane da pastore con il gregge. E’ esterofilo in modo rivoltante ed è italofobo in modo altrettanto rivoltante, denunciando una sorta di bastardaggine atavica nata dalle tante dominazioni straniere subìte e favorite proprio dalla mancanza di un sano nazionalismo. In 150 anni di vita l’ Italia non è riuscita a nascere e vive ancora quel travaglio infinito che la ridicolizza agli occhi delle Nazioni evolute ed esalta la permanenza delle toppe di miseria culturale che fanno dello Stivale un’ unica piccola toppa.

I DIECI COMANDAMENTI

“Non nominare il nome di Dio invano”

Il secondo comandamento e secondo princìpio, anch’ esso, come del resto tutti gli altri, valido e sacrosanto per utte le religioni del mondo, prescrive che non sia fatto il nome di Dio vanamente e non sia usato come pretesto per azioni che nulla hanno a che fare con la Fede ma che rispondono solo a logiche ed ambizioni di bassa umanità.  La Storia, e questo davvero invano,  prova da millenni ad insegnare al peggiore allievo che esista, l’ umanità, come troppo spesso il nome di Dio sia stato utilizzato per giustificare guerre e come, sia in Suo nome che contro, siano stati perpetrati delitti inenarrabili. Utilizzare il nome di Dio per realizzare progetti di dominazione e di espansione è l’ esercizio preferito del penoso bipede cha sa di trarre vantaggio dal grande richiamo e dal fascino che esso esercita sulle masse. E’ l‘alibi per eccellenza che serve a “santificare” le più abiette azioni umane. Sono nate così espressioni-ossimori come “guerra santa“, utilizzate per giustificare le Crociate e per legittimare lo sterminio di chi professa un diverso Credo. Ma quale Dio può celarsi dietro le armi, dietro l’ uccisione “ imposta per comandamento divino“? E’ il dio uomo che per i suoi squallidi disegni ha bisogno di un paravento, di mettere a tacere la coscienza ipocrita che lo agita, scaricando le responsabilità di chi si macchia le mani di sangue con l’ imperativo di difendere il suo preteso Dio. In nome  di questo sono stati consumati sacrifici umani  e di animali su altari edificati sull’ ignoranza e sulla sottomissione delle masse acefale, in nome di questo inesistente dio la donna è stata consacrata ad immagine vivente del male, sono stati accesi infami roghi e sono state spente le speranze di interi popoli. Il nome di Dio è servito da pretesto all’ Impero Romano per sterminare i cristiani portatori del virus, per esso letale, del Suo messaggio spirituale, insopportabile antitesi del regno dell’ uomo. Le stesse confessioni religiose si combattono ancora, in nome di un loro Dio, per stabilire la supremazia di una sulle altre. Protestanti contro cattolici, mussulmani contro cristiani, taoisti contro buddisti, hanno rappresentato e ancora oggi, nel mezzo della finta apoteosi della civiltà, continuano a rappresentare la negazione assoluta del comandamento-princìpio “Non nominare il nome di Dio invano“. Le gesta umanoidi hanno visto innalzare la Sua effige per sottomettere interi popoli, e hanno visto combatterla per annientare ogni altra “divinità” che non fosse l’ ideologia della supremazia dell’ uomo sull’ uomo.Non nominare il none di Dio invano” significa non dare un nome, un’ identità, una patente a un Dio a scapito di altri. Il Dio che ama, che perdona, che non chiede sacrifici di sangue, che non discrimina fra la “santità intrinseca” dell’ uomo e della donna, che non professa la crudele sottomissione degli animali e della natura, è Dio in ogni parte del mondo e comunque lo si chiami, è Lui il solo Dio.

TESTA O NON TESTA?

C’è un programma che Rai Due trasmette il sabato e la domenica mattina dal titolo “Mezzogiorno in famiglia”  (ovviamente allargata). Nulla da segnalare di questo modestissimo remake del lontano e famoso “Campanile Sera” dove si cimentano volenterosi concorrenti in rappresentanza di paesini e città, e condotto da presunte “celebrity” che al confronto con personaggi  storici della Rai  del  calibro di Enza Sampò, Renato Tagliani ed Enzo Tortora, paiono parcheggiatori abusivi infiocchettati che tentano di guidare una rolls royce. Dunque questa sorta di “Campanile mattina” non avrebbe nulla meritevole di essere menzionato se non fosse per la pretesa della voce fuori campo, non a caso chiamata condominio, di dettare una nuova lingua italiana. Infatti quando si verifica la parità di punteggio nei “giochini“, il punto viene assegnato per sorteggio tramite il classico testa o croce mutato per l’ occasione, in ossequio non si sa se di sudditanza religiosa o politica o soltanto in omaggio ad una demenza semantica, in testa o non testa.  Sta di fatto che la parola croce è proibita e bandita  su questa piccola e infantile ribalta. Dunque secondo tale follia dovremmo parlare di Benedetto Non Testa in filosofia, l’ incontro di due strade si chiamerà Non Testo, le braccia, in caso di sciopero, saranno Non Intestate e le razze si “Non Intesteranno” mescolandosi fra loro. I cristiani si faranno il segno della Non Testa e sulla scheda elettorale si apporrà la Non Testa sul nome del “non candidato”. Ora, lasciando perdere le convinzioni religiose di ognuno quel che preme sottolineare è che questo termine sostitutivo coniato dalla zecca  (proprio nel senso di parassita) dell’ ideologia, lo si pretende di diffondere attraverso la Tv di Stato, quella che sta in piedi (si fa per dire) con il canone pagato dagli italiani. Ragione per la quale un programma di intrattenimento, con qualche risvolto anche piacevole, viene trasformato in pulpito per prediche e comizi di parte, in cattedra per insegnamenti di partito.  Proprio come facevano le dittature comuniste e fasciste che, al loro nascere, per prima cosa hanno dettato e imposto un nuovo modo di parlare, ad esempio coniando al posto del termine persona i surrogati di compagno e camerata e al posto del, per loro, pericoloso termine individuo la più manovrabile collettività. La cosa oltre modo penosa è la genuflessione, l’ atto di ubbidienza, il chinare del capo delle tante pretese “celebrity” a questo diktat dal sapore nazi-comunista, le quali per una comparsata e pur di esserci rinunciano all’ esistere. L’ oltraggio peggiore che si possa fare ad una persona è imporle un modo di parlare con la violenza silenziosa della normalizzazione. Se la Rai dovesse fare il testa o croce non v’è dubbio che uscirebbe sempre il Non Testa.

I DIECI COMANDAMENTI

NON AVRAI ALTRO DIO ALL’ INFUORI DI ME.

Riferendomi al precedente articolo “Pricìpi e leggi” desidero iniziare una disamina laica dei Dieci Comandamenti contenuti in quelle che sono state, ritengo erroneamente, chiamate le Tavole della legge essendo esse in realtà le Tavole dei princìpi. Non avrai altro Dio all’ infuori di me appare a prima e superficiale vista essere una dichiarazione esclusiva e preclusiva rispetto alle religioni che non siano quella cristiana. Ma proprio perchè esso è un princìpio e non una legge, si colloca al di sopra delle dispute di navata o di sacrestia, ponendosi come riferimento esistenziale e morale privo di insegne e colori sociali, contro le “divinità” del denaro, del potere, dell’ egoismo e della sopraffazione.  “Divinità” che generano violenza, malvagità, guerre e distruzioni. Non avere altro Dio all’ infuori di Lui significa non essere servi di queste divinità, ma essere liberi dal loro potere e dal loro dominio. Significa non prostitursi al più forte, non rinnegare mai la sacralità della vita di ognuno, non cibarsi dei sogni e delle carni dei propri simili. Non avere altro Dio all’ infuori di me è la condizione ineludile  per fare della natura umana, incline al peccato e a fare del male quasi implicitamente al suo essere, una espressione divina diretta emanazione di Dio. Questo primo principio dei Dieci è stato invece snaturato ed utilizzato come autocertificazione di superiorità di una religione sulle altre. Il Dio di cui si parla in modo sbagliato appare come l’ unico autenticato, in chiave notarile, e abilitato ad essere chiamato tale e a rappresentare uno schieramento, quasi un partito. La verità è il contrario di ciò. Essa afferma che l’ unico Dio, che può essere comune a tutte le religioni, è Colui che rappresenta la negazione delle “divinità” di derivazione umana menzionate prima.  Non avrai altro Dio all’ infuori di me significa che non ucciderai mai, non sfrutterai il tuo simile per denaro, non ne comprerari mai il corpo e la mente, non farai guerre, non sterminerai popoli e animali, non ucciderai in nome Suo o di qualunque altro Dio.

LA MASSIMA DELLA SETTIMANA

“Se rispetti la goccia d’ acqua avrai sempre un mare  in cui nuotare”

Il risparmio è la forma di rispetto del denaro per antonomasia. Ma in senso lato esso si può applicare ad ogni aspetto dell’ esistenza sia di individui che di intere Nazioni e rappresenta la filosofia di vita da contrapporre al saccheggio selvaggio del nostro Pianeta.  Rispettare la goccia è la garanzia di sopravvivenza del mare in quanto sancisce la sacralità del poco, dell’ apparentemente insignificante, quali basi fondanti dell’ abbondanza e della ricchezza.  Quando la scuola era maestra di vita oltre che di cultura si usava festeggiare con solennità la giornata del risparmio e agli scolari si donavano i salvadanai  in cui custodire i magrissimi loro risparmi fatti sui già  magrissimi salari dei genitori. Si educavano le giovani menti a realizzare il piccolo gruzzolo prima e progettare piccole spese poi. L’ esatto contrario di quel che accade oggi per cui, a fronte della corposa e pretesa paghetta, ci sono tali capricci da soddisfare che non basta una finanziaria di famiglia varata ogni trimestre.  Prima non era infrequente che anche i piccoli risparmi realizzati, spesso con rinunce, confluissero nei bilanci familiari dando un  minimo contributo alla gestione della casa e facendo sentire i figli partecipi e coinvolti. Ritornare a questa concezione del ruolo e del significato della parola risparmio è la strada obbligata per tutte le società occidentali che, irresponsabilmente, nella finta opulenza costruita sul debito sovrano di ogni Stato, ne hanno smarrito il senso. Ritornare al risparmio, anche sotto forma di avvedutezza nello spendere, è indispensabile dato che si è ormai raschiato il fondo del barile del saccheggio e che su ognuno di noi pende la spada di Damocle di una quota del debito pubblico che rende precarie e a rischio le più elementari consistenze patrimoniali quali casa e conto in banca. L’ alibi per non farlo è ormai il luogo comune della sua impraticabilità per cui la coperta sarebbe troppo corta e se si risparmia non si mangia e viceversa. Ma dando uno sguardo alle non irrilevanti voci di spesa considerate “indispensabili” ci si rende conto di quanto sia strumentale questo alibi.  Il fumo, il video poker, il consumo di droghe, l’ alcool, il sesso a pagamento, la duplicazione delle famiglie con divorzi alla prima lite, la moda della chirurgia estettica, sono solo alcuni dei capitolati di spesa per ” esigenze esistenziali imprescindibili” che hanno cancellato la parola risparmio dal vocabolario sociale e dalla morale.  Stesso panorama troviamo su scala macroeconomica. Si divorano boschi e foreste per stampare giornali e libri che finiscono al macero, si svuota il sottosuolo per estrarre petrolio e trasferirlo, sotto forma di gas, nell’ atmosfera che ce lo restituisce con la pioggia e, attraverso l’ insalata, finisce nelle nostre vene.  Si producono milioni di tonnellate di merci per farne milioni di tonnellate di rifiuti da smaltire in discariche e inceneritori (della salute) mentre oltre la metà della popolazione mondiale muore di fame ogni giorno. Si sperperano miliardi a non finire per fabbricare armi nucleari che non saranno più nemmeno smaltibili oltre ad essere praticamente inutilizzabili. Se cominciamo ad educare e rispettare il bambino, la goccia, salveremo il mare, l’ umanità. Ma per farlo bisogna cancellare l’ attuale scala di disvalori e ad essa sostituire quella nuova dei valori, bisogna ridisegnare il genere umano, il suo significato e la sua finalità. Bisogna cioè diventare civili.

RAVE DI STATO ?

L’ Italia appare come un gigantesco iceberg la cui gran parte è sommersa e, grazie al silenzio mediatico, sconosciuta ai più. Ci sono numerosi mondi paralleli nei quali l’ esistenza di coloro che li popolano scorre a prescindere dalla facciata ufficiale  ed istituzionale della Nazione. Il pianeta droga è uno di questi mondi e i raduni così detti rave ne sono l’ espressione clandestina falsamente non tollerata. Il controllo del territorio è oggi a livelli tecnologici tali che nulla può sfuggire alle forze dell’ ordine, tuttavia si sentono notizie di continui raduni dello sballo definiti, guarda caso, “ non autorizzati” (e come potrebbero esserlo?) anzichè illegali e funzionali allo smercio e allo sfruttamento di droghe e tossicodipendenze. La domanda che nasce spontanea è: perchè alla polizia viene chiesto di intervenire per disperdere i partecipanti a questa follia autodistruttrice e non di farlo in via preventiva impedendo che essi si radunino avendo, come si diceva, il supporto del controllo del territorio pressochè totale? E’ l’ atteggiamento complessivo di tutti gli Stati occidentali rispetto al problema droga che lascia perplessi. Si strombazzano sequestri di enormi quantità di essa ma contemporaneamente ogni Nazione supera l’ altra stabilendone dei consumi da capogiro. Se le fogne di Milano sono risultate “tossiche” significa che di droga ne gira liberamente tanta di più di quella che viene intercettata. E se così è viene ancora da domandarsi se non sia più giusto, anche se politicamente meno redditizio,  non distogliere la Guardia di Finanza con operazioni roboanti contro “scontrino selvaggio” e concentrare tutti i mezzi disponibili, esercito compreso, nella lotta ai trafficanti e spacciatori. Di contro abbiamo i geni che amministrano la cosa pubblica  che sono arrivati ad impegnare le guardie forestali in compiti di traffico e contravvenzioni stradali, distogliendole dal loro ambito naturale dove imperversano criminali bracconieri e piromani. Con quale autorevolezza si pone uno Stato che lascia morire intere generazioni per l’ uso di droghe di ogni genere, che consente la diffusione di questo morbo fin dentro le sale operatorie dove chirurghi devono prima sniffare o bucarsi per “riuscire” ad usare il bisturi? Che razza di Stato è quello che tollera e anzi sembra favorire l’ esistenza di mondi chiusi su se stessi, off limits, dove dominano la sopraffazione, il crimine, la violenza e la droga? Scampìa non è forse Italia? O lo è soltanto per promuovere libercoli e propaganda politica?

ANCORA SULLA “SQUOLA”

Un luogo comune molto diffuso e passivamente condiviso afferma che chi si dedica all’ arte dello scrivere narrativa, non debba schierarsi politicamente restando, come essa, al di sopra delle parti. Sarebbe come imporre al pittore di non dipingere sulla tela ma nell’ aria. Quando poi l’ argomento in questione è la scuola come si può non schierarsi, almeno dalla sua parte? L’ offensiva mediatica di cui essa è oggetto in questi giorni attraverso una campagna pubblicitaria istituzionale e la pressione politica che la schiaccia volendone confermare la natura di territorio occupato e limitato da recinti ideologici, spingono chi ama la cultura e chi scrive, non certo chi copia e incolla on demand,  a spendere inchiostro e qualche idea in sua difesa. Tale campagna pubblicitaria ha rispolverato in toni lacrimevoli la lavagna, il gesso e la “cancellina”, i banchi, l’ amore per i professori, i grembiuli bianchi e neri con fiocco e colletto, e tutto quel mondo che una certa parte politica ha voluto demolire a partire dal triste  ’68. Oggi, a distanza di 44 anni la stessa parte politica, attraverso uno dei suoi tanti menestrelli, finge di riscoprirla con dichiarazioni d’ amore tanto finte quanto palesemente strumentali al solo fine di riaffermare, e questa volta non con toni di piazza ma con mielose parole, che la “squola” non si cambia.  Essa deve restare una prolunga dell’ ufficio di collocamento, un luogo di incontro e non di studio, insomma una fabbrica di manovalanza ideologica che si traduce poi in voti.  Se denunciare ciò vuol dire schierarsi mi chiedo perchè vergognarsi di farlo? Perchè restare con le parole in tasca e lasciare che la scuola perda definitivamente la sua precipua funzione di fonte della cultura superpartes? Perchè rassegnarsi ad avere studenti ignoranti, normalizzati e allineati nell’ unifrome mentale unica per tutti? Perchè rinunciare al bene supremo dell’ individualità morendo di inedia e di insignificanza dentro un branco monosillabico che giunge inconsapevole fino alla vecchiaia?  Uguaglianza non è appiattimento e liberi non si è se non si è colti! Si chiedano i giovani studenti se al Potere essi servano ignoranti o istruiti e poi vedano se sia necessario e giusto schierarsi o no. 

SOSPESI NEL… V(U)OTO

Parlare della politica italiana non entusiasma. Sia per il fatto che, giocoforza, si debba parlare dei politicanti, di quei penosi personaggi che trovano collocazione soltanto nel mondo virtuale della irresponsabilità delle proprie azioni, sia perchè ritengo che essa si tratti di un’ attività nella quale si accalcano, in maggioranza, coloro che nella vita non saprebbero fare altro e coloro che, svolgendo un mestiere o una professione, si servono di questo secondo lavoro per mera ambizione e sete di denaro. Infatti un dato incontrovertibile testimonia il facile e repentino arricchimento dei politicanti di ogni ordine e grado.  Sono migliaia coloro che si sono accostati alla politica avendo le pezze al sedere e che nel volgere di un paio di legislature si son trovati a calcare parquet  di yachts, ad arredare ville e garçonniere con marmi in tutto simili a quelli dei palazzi del potere politico. Ma la ragione prima di tanta repulsione per la politica è che essa si è trasformata, e non certo da oggi, da servizio in potere. E il potere, si sa,  è la droga delle droghe, è quella cosa per cui si è disposti a compiere qualunque azione e a scendere al più basso dei compromessi con la propria coscienza. Se la politica fosse svolta e soprattutto retribuita come servizio alla società non regalerebbe potere e sarebbe meno ambita e frequentata.  Ecco perchè assistiamo, in questa fase di eclatanti fallimenti di partiti e di obbligato ricambio generazionale, al penoso spettacolo dei tanti politicanti preistorici aggrappati ai pomelli delle poltrone con gli artigli ossuti e sbiancati dallo sforzo. E’ in questa fase che precede le elezioni che i politicanti vivono la parte brutta della loro bella vita: la cattura del voto, di quel magico lasciapassare per il paradiso dei privilegi e del potere. Da adesso alle votazioni essi sono preda dell’ incubo di un calcio elettorale nel loro sedere rammollito da legislature di poltrona.  Sono deboli e attaccabili, privi delle ali del potere, che solo l’ avvenuta elezione può dare, strisciano e chiedono consensi promettendo un Eldorado per ogni elettore ben sapendo che, all’ indomani dell’ agognata riconferma, scorderanno facce e nomi di chi li ha votati. Chi fa politica come servizio fatalmente finisce come Socrate e quanti Socrate ha incontrato la politica?  Uno e poi più nessuno. Siamo sospesi nel  v(u)oto, noi che votiamo, e non sappiamo farlo, e loro che di esso vivono e ingrassano con sapiente opportunismo. 

LA REALTA’ DELLE FIABE

Il ruolo delle fiabe nel processo di apprendimento e nello sviluppo intellettivo dei bambini è stato sempre oggetto di un dibattito acceso e senza esclusione di colpi fra “realisti” e  “fiabisti”. I primi accusano i secondi di voler cloroformizzare e fuorviare le giovani menti rappresentando loro un mondo che non esiste e illudendole con sogni fiabeschi. I secondi controbattono che la realtà sarebbe  dura e inaccettabile da metabolizzare in tenera età e che, se imposta, creerebbe traumi che la vita intera non basterebbe a rimuovere. La verità è la virtù regina e, in quanto tale, non parteggia per nessuno mantenendosi saggiamente equidistante dagli estremi. Una cosa certa e che non ha bisogno di apologeti che la attestino è che la mente dei bambini sia il congegno più delicato e l’ universo più inesplorato a dispetto delle molteplici teorie sull’ età evolutiva che reclamano, ognuna per sè, il primato della sua totale comprensione, con conseguenti ed inguaribili danni da permissivismo sfrenato o da autoritarismo da caserma. Avere un figlio è biologicamente facile e in molti casi anche piacevole, non rovinarlo è la vera impresa titanica tanto raramente riuscita da fare dell’ infanzia e dell’ adolescenza due autentici campi di battaglia.  Indubbiamente la fiaba del Principe Azzurro sembra dar ragione ai “realisti”, i quali però dimenticano che esso è stato fedelmente ripreso da una realtà secolare di jus prime  noctis, che vale ancora oggi fino all’ ultima notte, e di sudditanza economica della donna rispetto al principe uomo. Se invece la fiaba racconta, con linguaggio anche figurato affidato ad animali o a cose che magicamente si animano, storie di affetti, di amore per i propri simili e per la natura intera, che aiutano a responsabilizzare e a collocare i bambini facendoli sentire parte e non padroni del crato, essa svolge una funzione formativa di altissima importanza.  Per rendersi conto di quanto ciò sia vero basta  osservare l’ aggressività, la violenza gratuita e la crudeltà di quelle generazioni cresciute con i cartoni animati, vere e proprie fiabe in negativo, dei vari robot intergalattici distruttori del bene e, non a caso, sempre invincibili.  Gli occhi e la mente dei bambini sono gli organi più ricettivi e assetati di sapere, e se si mostra loro il male lo interiorizzeranno come un incancellabile imprinting. Quindi perchè non soddisfare questa loro sete con il bene del quale si approprieranno facendone uno stile di vita? Non è un caso che il figlio del cacciatore uccida animali con la stessa insensibile disinvoltura del padre e non è un caso che, all’ opposto, il figlio di un naturista cresca rispettoso di sè stesso e di ogni creatura. Infine mi sento di chiedere a questi “realisti” nemici delle fiabe perchè abbiano così poco da eccepire contro le tristi favole reali  dei bambini soldati allevati a poco pane e tanto odio, e dei bambini operai sui quali potenze economiche non capitaliste basano la loro crescente ricchezza?  

SCUOLA O SQUOLA?

Siamo in autunno e, puntuali come l’ ingiallimento delle foglie, arrivano i cortei studenteschi, le contestazioni,  le okkupazioni delle aule, insomma si ripete, ormai dal sempre meno lontano 1968, quel rituale a tema fisso che ricicla , come gli appunti che si passano in classe di anno in anno, gli stereotipi della libertà allo studio, della scuola pubblica non di classe e della autogestione didattica. Sono 44 le rappresentazioni di questa tragicommedia che all’ inizio si era posta come azione riformatrice di una scuola presunta  malata e che ha ottenuto solo l’ instaurazione di una squola realmente morta che sforna disoccupati ignoranti. Da luogo di studio, di specializzazione teorica, di crescita culturale individuale, altrimenti detta scuola di classe, essa è stata trasformata in luogo di scontro di idee politiche e di contrapposizione ideologica che hanno piegato e falsato i programmi didattici orientandoli verso la legittimazione esclusiva di una visione livellatrice verso il basso del modello sociale. Il merito è stato cancellato dal diritto di essere promossi  in quanto iscritti perchè l’ iscrizione ai corsi di studio rende tutti uguali mentre la valutazione del merito crea insopportabili disuguaglianze fra il somaro e il bravo. Così sono nati i concetti discriminatori e razzisti che definiscono secchione e introverso chi studia e ragazzo esuberante ed estroverso chi bulleggia e resta analfabeta. E’ sufficiente tentare di instaurare un dialogo con studenti di ogni ordine e grado (oltre che con non pochi dei così detti docenti), per verificare la consistenza del loro bagaglio culturale e la piena disponibilità di non più di 20 vocaboli per comunicare. Riuscire a comporre una frase di senso compiuto senza infarcirla di “cioè” risulta a costoro impresa alpinistica di sesto grado. Mentre fumare in classe ogni sorta di “fumogeno”, far girare siringhe come fossero penne biro, devastare arredi e suppellettili, fare sesso fra i banchi con o senza la supervisione attiva di docenti progressisti, e ignorare chi sia Alessandro Manzoni o conoscere Giacomo Leopardi solo perchè qualche idiota lo annovera, non si sa in base a quali prove, fra gli omosessuali famosi, rappresenta il programma evolutivo della squola  moderna e interclassista. La politca ha sfrattato la didattica ed ha fatto della scuola un mezzo di normalizzazione ideologica attraverso la quale  spogliare lo studente della sua individualità per farne un anonimo ed incolore membro del branco collettivo, che si muove e va se e dove vuole il capobastone. Il gruppo ignorante è il sicuro rifugio dove l’ ignoranza individuale passa inosservata, dove si appare tanti e non si è nessuno.  Di fronte a questa triste realtà ce n’ è un’ altra, quella delle scuole private frequentate dai preziosi pargoli di quegli stessi difensori, a parole, della scuola pubblica: politici, giornalisti, docenti, e magistrati. In queste scuole, al riparo dalle masse, si forma l’ elìte, la futura classe dirigente  che, come quella passata e la presente, ha bisogno del branco ignorante su cui dominare.

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