Blog di Eligio Bartoli

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LA REALTA’ DELLE FIABE

Il ruolo delle fiabe nel processo di apprendimento e nello sviluppo intellettivo dei bambini è stato sempre oggetto di un dibattito acceso e senza esclusione di colpi fra “realisti” e  “fiabisti”. I primi accusano i secondi di voler cloroformizzare e fuorviare le giovani menti rappresentando loro un mondo che non esiste e illudendole con sogni fiabeschi. I secondi controbattono che la realtà sarebbe  dura e inaccettabile da metabolizzare in tenera età e che, se imposta, creerebbe traumi che la vita intera non basterebbe a rimuovere. La verità è la virtù regina e, in quanto tale, non parteggia per nessuno mantenendosi saggiamente equidistante dagli estremi. Una cosa certa e che non ha bisogno di apologeti che la attestino è che la mente dei bambini sia il congegno più delicato e l’ universo più inesplorato a dispetto delle molteplici teorie sull’ età evolutiva che reclamano, ognuna per sè, il primato della sua totale comprensione, con conseguenti ed inguaribili danni da permissivismo sfrenato o da autoritarismo da caserma. Avere un figlio è biologicamente facile e in molti casi anche piacevole, non rovinarlo è la vera impresa titanica tanto raramente riuscita da fare dell’ infanzia e dell’ adolescenza due autentici campi di battaglia.  Indubbiamente la fiaba del Principe Azzurro sembra dar ragione ai “realisti”, i quali però dimenticano che esso è stato fedelmente ripreso da una realtà secolare di jus prime  noctis, che vale ancora oggi fino all’ ultima notte, e di sudditanza economica della donna rispetto al principe uomo. Se invece la fiaba racconta, con linguaggio anche figurato affidato ad animali o a cose che magicamente si animano, storie di affetti, di amore per i propri simili e per la natura intera, che aiutano a responsabilizzare e a collocare i bambini facendoli sentire parte e non padroni del crato, essa svolge una funzione formativa di altissima importanza.  Per rendersi conto di quanto ciò sia vero basta  osservare l’ aggressività, la violenza gratuita e la crudeltà di quelle generazioni cresciute con i cartoni animati, vere e proprie fiabe in negativo, dei vari robot intergalattici distruttori del bene e, non a caso, sempre invincibili.  Gli occhi e la mente dei bambini sono gli organi più ricettivi e assetati di sapere, e se si mostra loro il male lo interiorizzeranno come un incancellabile imprinting. Quindi perchè non soddisfare questa loro sete con il bene del quale si approprieranno facendone uno stile di vita? Non è un caso che il figlio del cacciatore uccida animali con la stessa insensibile disinvoltura del padre e non è un caso che, all’ opposto, il figlio di un naturista cresca rispettoso di sè stesso e di ogni creatura. Infine mi sento di chiedere a questi “realisti” nemici delle fiabe perchè abbiano così poco da eccepire contro le tristi favole reali  dei bambini soldati allevati a poco pane e tanto odio, e dei bambini operai sui quali potenze economiche non capitaliste basano la loro crescente ricchezza?  

SCUOLA O SQUOLA?

Siamo in autunno e, puntuali come l’ ingiallimento delle foglie, arrivano i cortei studenteschi, le contestazioni,  le okkupazioni delle aule, insomma si ripete, ormai dal sempre meno lontano 1968, quel rituale a tema fisso che ricicla , come gli appunti che si passano in classe di anno in anno, gli stereotipi della libertà allo studio, della scuola pubblica non di classe e della autogestione didattica. Sono 44 le rappresentazioni di questa tragicommedia che all’ inizio si era posta come azione riformatrice di una scuola presunta  malata e che ha ottenuto solo l’ instaurazione di una squola realmente morta che sforna disoccupati ignoranti. Da luogo di studio, di specializzazione teorica, di crescita culturale individuale, altrimenti detta scuola di classe, essa è stata trasformata in luogo di scontro di idee politiche e di contrapposizione ideologica che hanno piegato e falsato i programmi didattici orientandoli verso la legittimazione esclusiva di una visione livellatrice verso il basso del modello sociale. Il merito è stato cancellato dal diritto di essere promossi  in quanto iscritti perchè l’ iscrizione ai corsi di studio rende tutti uguali mentre la valutazione del merito crea insopportabili disuguaglianze fra il somaro e il bravo. Così sono nati i concetti discriminatori e razzisti che definiscono secchione e introverso chi studia e ragazzo esuberante ed estroverso chi bulleggia e resta analfabeta. E’ sufficiente tentare di instaurare un dialogo con studenti di ogni ordine e grado (oltre che con non pochi dei così detti docenti), per verificare la consistenza del loro bagaglio culturale e la piena disponibilità di non più di 20 vocaboli per comunicare. Riuscire a comporre una frase di senso compiuto senza infarcirla di “cioè” risulta a costoro impresa alpinistica di sesto grado. Mentre fumare in classe ogni sorta di “fumogeno”, far girare siringhe come fossero penne biro, devastare arredi e suppellettili, fare sesso fra i banchi con o senza la supervisione attiva di docenti progressisti, e ignorare chi sia Alessandro Manzoni o conoscere Giacomo Leopardi solo perchè qualche idiota lo annovera, non si sa in base a quali prove, fra gli omosessuali famosi, rappresenta il programma evolutivo della squola  moderna e interclassista. La politca ha sfrattato la didattica ed ha fatto della scuola un mezzo di normalizzazione ideologica attraverso la quale  spogliare lo studente della sua individualità per farne un anonimo ed incolore membro del branco collettivo, che si muove e va se e dove vuole il capobastone. Il gruppo ignorante è il sicuro rifugio dove l’ ignoranza individuale passa inosservata, dove si appare tanti e non si è nessuno.  Di fronte a questa triste realtà ce n’ è un’ altra, quella delle scuole private frequentate dai preziosi pargoli di quegli stessi difensori, a parole, della scuola pubblica: politici, giornalisti, docenti, e magistrati. In queste scuole, al riparo dalle masse, si forma l’ elìte, la futura classe dirigente  che, come quella passata e la presente, ha bisogno del branco ignorante su cui dominare.

VITA IN POESIA

I dati sulla partecipazione ai concorsi letterari di poesia e il clamoroso boom delle nascite di “poeti”, anche solo meramente amatoriali, indicano nell’ arte dei versi un porto di ricreazione mentale, un’ isola personale dove ad ognuno è consentito di rifugiarsi allo scopo di creare gli anticorpi necessari per vivere e soffrire su quell’ isola collettiva che è la società civile. I detrattori della poesia come pratica letteraria la considerano una fuga, una dimostrazione di manifesta incapacità di accettare la lotta, una vile ritirata nell’ eremo solitario del non confronto. Il romanziere, secondo costoro, racconta storie di gente, tristi, allegre o avventurose che siano, sempre di un palcoscenico collettivo si tratta, di realtà vissuta o similare. Il poeta no. Secondo una certa dottrina egli è una specie di malato mentale che parla a sè stesso come davanti ad un finto specchio universale. Un disadattato che racchiude in poche parole o pochi versi tutte le sue nevrosi e la sua incapacità di collocarsi. La realtà in genere è molto diversa dai teoremi dei tanti predicatori del corretto assoluto, di un’ ortodossia fatta in casa a proprio uso e consumo, di quel modo di pensare che esclude tutti gli altri soltanto perchè diversi da esso.  La poesia è sì tristezza, introversione, autopsicoanalisi e sofferenza, ma è anche gioia, canto della vita e persino canto della morte inteso non come la fine di una storia narrata bensì come inizio di un’ esistenza libera dal peso dell’ apparato gastrico. Ma questo modo di vedere la poesia è solo uno dei due piloni su cui poggia il viadotto letterario che vuole sorvolarla, l’altro, paradossalmente, è rappresentato dalla poesia d’ elìte, dai poeti “istituzionali”, da quei sacerdoti del verso che mal sopportano questa onda oceanica non professionista priva del sigillo papale dell’ ufficilità e dell’ ortodossia poetica, secondo i quali è poesia solo ciò che non si capisce, solo ciò che pulsa nelle vene di un vate consacrato tale da anni di travaglio interiore e che lo porta  a scrivere oggi versi incomprensibili quanto quelli di ieri. Questo atteggiamento vagamente snob, lo stesso che partorisce recensioni per pochi eletti e bolla tutto il resto, con pietosa compassione, come smania dilettantesca, pare essere la posizione ufficiale del pianeta Poesia. Personalmente credo che essa sia da intendersi invece come un respiro più ampio di quelli che, inconsapevolmente, facciamo ogni 20 secondi. E se è tale non può sottostare a codifiche ed a timbri notarili della rima ma può e deve respirare liberamente avendo dignità di cittadinanza letteraria perchè quando delle parole poste in sequenza fanno battere il cuore a chi le legge, quella è Poesia.    

SESSO ANIMALE

Riferendomi  al precedente articolo Bestia sarai tu e ad una notizia apparsa giorni addietro su “Il Giornale” che denunciava il crescente reclutamento di donne da avviare alla sconvolgente pratica del sesso con animali, in particolare cani e cavalli, non posso non tornare sulla miseria culturale umana.  Assodata la insaziabile mania dell’ uomo per la distruzione di ciò che è bello e naturale, certificata, oltre ogni ragionevole dubbio, dal saccheggio “lanzichenesco” del nostro sfortunato, proprio perchè abitato dal bipede insensato, Pianeta, il nostro stomaco di persone normali si deve rivoltare una volta di più davanti alla maniacale interpretazione del sesso nelle sue varianti della follia note come bondage e altre forme di sottomissione. Il sesso per sua natura è la fonte della vita. Ma il bipede insensato è riuscito a farne fonte di morte, di prevaricazione, di annullamento della persona soggetta al potere del boia sessuale, il quale si nutre delle  sofferenze inflitte, fisiche e psichiche, fino all’ estremo risultato. Sono note le devianze mentali di individui che si eccitano e godono davanti a scene di sesso fatale la cui conclusione consiste nell’ uccisione, tragicamente vera, di povere donne cadute in questa bolgia alimentata dalla tratta di esseri umani. Ora questa miserabile frontiera si sposta oltre i confini dell’ immaginabile e, in un mondo servo del denaro e schiavo del potere, approda al sacrilego coinvolgimento di creature innocenti e inconsapevoli come gli animali, i quali, sia detto a beneficio di sua maestà l’ ignoranza padrona assoluta di certe menti, il sesso lo praticano con esclusiva finalità procreatrice ubbidendo a precise regole naturali. Dunque il miserabile bipede umano,  dopo aver sporcato il sesso della sua specie non esita ad infangare l’ anima nobile degli animali per raggiungere le vette più alte della depravazione e della malattia mentale.  Qualcuno si chiederà il perchè di tanto sdegno visto che parliamo di uomini e donne capaci di ideare i campi di concentramento e di praticare la pedofilia. Perchè sorprendersi della miseria umana quando medici si sono dedicati alla vivisezione di persone nei lager, quando psichiatri hanno assunto la direzione tecnica e politica di campi di tortura e di annientamento di popoli? In verità non c’è sorpresa alcuna, solo lo schiaffo di un’ altra drammatica conferma di appartenere, nostro malgrado, alla specie più miserabile, più crudele, più sanguinaria ed immorale che esista al mondo.    

TRUFFA ASSICURATA?

Il fatto che il costo dell’ assicurazione per la Rca e le garanzie accessorie di furto, incendio e varie, sia in Italia tra i più alti d’ Europa è arcinoto e frutto sia di inciviltà congenita che di speculazione finanziaria. L’ aspetto che invece sfugge ai più è che, grazie ad una campagna livellatrice delle idee e di imbavagliamento delle notizie, con la attuale legislazione le compagnie di assicurazione hanno potuto spostare il rischio di impresa da sè stesse al groppone dell’ assicurato.  Infatti se questi ha un sinistro ed ha torto si ritroverà per i successivi 5 o 6 anni un aggravio di polizza e l’aumento della classe di merito che, da un lato ripagheranno la compagnia dell’ esborso risarcitorio del danno e dall’ altro bolleranno la sua “fedina  assicurativa” più di un reato penale impedendogli anche di cambiare compagnia se non a costi altissimi. L’ alternativa a tutto ciò è pagare di tasca propria il sinistro togliendo all’ assicurazione il rischio di impresa.  Ciò prefigura il pagamento del premio assicurativo come una tassa occulta  sulla quale poi calcolare anche accise di comodo per esigenze regionali, provinciali e comunali. Questa è l’ Italia  della semplificazione secondo cui il così detto cetriolo è sempre diretto nello stesso posto del medesimo e invariabile Pasquale.

PERCHE’ L’ALIENO.

Ho tracciato un profilo  del Presidente Silvio Berlusconi in quanto egli rappresenta, al di là dei meriti, dei demeriti e della condivisione del suo credo politico, l’ unico personaggio innovatore di quella politica italiana che si è aggrovigliata e ripiegata su sè stessa nell’ intento di perseguire il triste obbiettivo di creare il debito pubblico e la ricchezza privata della casta politica.  Le vicende giudiziarie, le scomposizioni e le capriole di tanti professionisti della poltrona di questi giorni dimostrano la diversità e l’ assoluta mancanza di opportunismo politicante che distinguono l’ Alieno, vero extraterrestre rispetto alla politica di corridoio. Leggerlo può aiutare a capire quanto noi elettori e cittadini siamo in balìa di una casta che se ne frega della nostra intenzione di voto, tanto da programmare un futuro Governo a prescindere dal risultato elettorale che così viene ridotto a frutto di puro esercizio di insulto a chi vota.  Leggerlo, al di là dell’ odio di parte, può aiutare a difenderci da questa casta che per sopravvivere e dominare trasversalmente ha dovuto “far fuori” politicamente l’ unico ostacolo al suo strapotere.  Leggerlo e continuare ad odiarlo significherebbe essere felici di questo strapotere e di meritarlo.

PRINCIPI E LEGGI.

Il connotato distintivo di una società civile evoluta è il giusto rapporto fra i princìpi che ispirano la sua coesione e le leggi che li tutelano. In linea generale si può affermare che più sono riconosciuti e rispettati i princìpi e meno sono le leggi necessarie. Può sembrare strano ma gli uni e le altre non sono complementari anzi sono spesso contrapposti e, chi di essi prevale, definisce il tipo di società, il grado di libertà individuale e nazionale.  Una società è libera se a regolarla sono i princìpi mentre non lo è se sono le leggi a dettarne le linee guida. La grande differenza sta nel fatto che i pincìpi sono valori morali al di sopra di tutti gli uomini mentre le leggi sono strumenti concepiti ed amministrati da alcuni di essi sui loro simili. In sintesi non è la legge che stabilisce la validità di un principio poichè nel momento in cui essa pretende di farlo ne intacca il carattere di universalità e lo degrada a semplice norma. Infatti che la vita sia sacra dal suo inizio alla sua fine è un principio fondamentale e non c’è legge che lo possa stabilire con più forza. Il principio quindi è esente dalla legge la quale si deve limitare a stabilire le sanzioni per chi lo viola. Non uccidere è un principio e non è la legge che lo afferma, non si deve uccidere per principio e non per la paura della punizione di legge e l’ accettazione di questo concetto è fondamentale per la difesa della libertà di una Nazione poichè, la proliferazione di leggi e il loro travestimento da princìpi favoriscono prevaricazioni e dittature in nome di interessi di parte camuffati da interessi universali. In particolare chi amministra le leggi e l’ apparato della giustizia si può dotare di strumenti che nulla hanno a che fare con il bene comune ma che consentono di piegarlo a specifiche opportunità. E’ così che viene scolpito il totem della giustizia basata sulle leggi anzichè sui princìpi. Il custode del totem, il giudice, estende su di sè i poteri della finta divinità divenendo esso stesso un sotto totem da idolatrare. Chi ha la sventura di frequentare aule di tribunali sa che al cospetto del giudice, in un totale ossequio, devono essere spenti i telefoni cellulari e se qualche disattento lo dimentica rischia anche sanzioni gravi. Ciò che non accade in Chiesa se lo stesso cellulare suona durante la messa, chiaro segno che il giudice è più importante di Dio.  Da ciò scaturisce che costui in tale veste può riuscire, in base a convinzioni personali a porsi come soggetto politico dominante. La scritta “La legge è uguale per tutti” campeggia con la solennità di un principio alle spalle del Giudice ma tutti sappiamo che troppo spesso essa non lo è perchè amministrata da uomini sugli uomini. Ed ecco perchè deve soggiacere al principio che è il solo istituto giuridico super partes. La scarsa onestà del genere umano fa sì che prevalga la legge perchè se oggi è contraria, domani sarà a favore essendo mutevole come i rapporti di forza politici e gli scenari sociali. Di fronte al principio tutti gli uomini sono uguali ed equidistanti, di fronte alla legge i suoi sacerdoti e le vestali del Tempio risultano diversi, quasi intoccabili perchè, è risaputo, chi giudica il giudice? Non certo le persone comuni, ma altri giudici che potrebbero essere restiì a togliere un mattone dal muro che li separa e protegge dal resto della società. In questi ultimi anni abbiamo assistito ad una vera e propria escalation giudiziaria nei confronti della società civile che in molti casi ha stravolto rapporti ed equilibri fra gli attori che la animano. Se la scuola boccia uno studente si ricorre al giudice che può ribaltare il verdetto accademico emesso dagli unici aventi il diritto-dovere di farlo,  riabilitandolo. Non c’è istituto o realtà che non subisca l’ intervento giudiziario: la famiglia, la sessualità, il lavoro, lo sport, la politica e la vita privata. Tutte realtà che dovrebbero invece essere regolate da princìpi. Soppiantare questi con le leggi porta allo Stato giudiziario che stabilisce e regola tutto attraverso esse. Si nascerà e si morirà secondo legge, come e quando legge comanda. Un altro aspetto essenziale che stabilisce la sovranità del principio è quello della interpretabilità, mentre esso non ne è soggetto, la legge sconta in maniera drammatica questa caratteristica. E siccome ad applicare la legge sono gli uomini, nulla è più facile del constatarne le difformità anche di fronte allo stesso crimine. Valga ad esempio il diverso trattamento per i delitti dei terroristi, sia fra loro stessi in base all’ ideologia che li ispira, che rispetto ad un omicida “laico”. E’ infatti frequente e legittimo che quest’ ultimo sconti qualche decina di anni di carcere per aver ucciso magari il proprio coniuge o un conoscente, mentre i primi, per vari e reiterati omicidi così detti politici, spesso si ritrovano liberi e con un lavoro intellettuale fra le mani, dopo appena qualche anno di galera, se nel frattempo non sono riusciti a fuggire verso quei paradisi politici sempre aperti e pronti ad ospitarli con ogni confort. La discrezionalità è dunque la discriminante che può fare di una legge uno strumento di potere mentre essa non ha alcuna possibilità di inficiare  la forza e la sacralità di un principio. Più princìpi e meno leggi è lo slogan della libertà.

CARCERI E CIVILTA’

“Nelle carceri vivono in assoluta libertà i peggiori istinti dell’ uomo” . Credo che in questa massima che fa parte della pubblicazione “Aforismi in libertà” sia condensata l’ essenza di un universo relegato oltre i margini della società civile in una sorta di bolgia infernale conosciuta, temuta ed usata, per scaricarvi il peggio dell’ umanità che risiede in ognuno di noi. L’ uomo nella sua infinita capacità di fare e farsi del male ha concepito attraverso le carceri lo strumento di tortura per eccellenza, il quale non si giova solo della privazione della libertà individuale, già di per sè pena suprema, per annientare la persona ma impone la convivenza più stretta ed asfissiante senza la minima regola che non sia dettata dalla forza, dalla prevaricazione e dalla violenza. Ufficialmente la carcerazione è la punizione inflitta a chi commette reati e consiste nella revoca pro-tempore della libertà. In realtà essa rappresenta la terra di nessuno dove l’ individuo perde ogni connotata di civiltà divenendo un oggetto fra oggetti, un ammasso di carne da dilaniare, un altare pagano su cui esercitare la capacità di odio e di violenza che, come detto, nell’ uomo è infinita. La civiltà si ferma sull’ ingresso del carcere, lo Stato civile cessa di esistere oltre le cancellate di ferro dove il valore della vita umana è inferiore allo zero. Esso, lo Stato, si ritiene il custode della Giustizia e si autocompiace del cerimoniale dei processi, delle aule di tribunale dove essa campeggia sottoforma di bilancia e di promessa di imparzialità, ma in realtà si disinteressa dei crimini che vengono commessi quotidianamente e che restano impuniti come se rientrassero in una sorta di terribile autogestione, non scritta ma codoficata dai fatti, della singola galera e che fa di ogni reclusione una condanna a morte eseguita a rate. Cosa dovrebbe fare uno Stato degno di questo nome di fronte a ciò? Poche e semplici cose. Prima di tutto far entrare la legalità nelle carceri e farne uscire l’ illegalità ormai istituzionalizzata. Poi adeguare le strutture eliminando le fatiscenti prigioni in tutto simili ai Piombi di Venezia. Diversificarle per tipi di reati evitando così che chi abaglia un codice fiscale finisca in cella con un pluriassassino. Depenalizzare i reati amminitrativi pinendoli con pene pecuniarie pari al frutto del reato. Tenere separati dagli altri i detenuti in attesa del primo giudizio e, fin quando non ci sarà la civiltà  delle celle singole, far convivere condannati con uguali pene detentive. Infine porre alla direzione delle carceri persone preparate che non permettano alle guardie carcerarie, anch’ esse detenuti part time, di farsi chiamare “superiore” e di avere, al pari dei boss della galera, potere di vita e di morte sui detenuti specie su quelli innocenti che per lo sbaglio di “infallibili” giudici finiscono nell’ inferno. Tutti sappiamo che nel triste segreto delle celle avvengono soprusi e crimini contro l’ umanità ad opera degli stessi detenuti e anche del personale pagato per sorvegliarli. Lo sa anche lo Stato come lo sanno tutti i suoi sacerdoti ma nulla si fa perchè cessi questa orribile,  inarrivabile dimostrazione di umanità, cioè di gesta vergognose di colui, l’ uomo, che si ritiene padrone del mondo, superiore agli animali e destinatario di tutti i diritti immaginabili. E’ sufficiente e più facile chiudere la botola e far finta di non sentire le urla, la disperazione del silenzioso pianto di chi non può farsi sentire piangere perchè è in balìa di assassini autorizzati ad uccidere da un’ omertà, che diviene complicità, dello Stato finto sordo e finto cieco. La civiltà non si misura con il numero di prigioni ma con il numero di individui recuperati ad essa, ciò non significando l’ obbligo buonista di rimettere in libertà criminali e pluriassassini dopo solo qualche anno di detenzione e sulla scorta di una conversione non credibile, ma garantire loro una reclusione adeguata al crimine commesso in condizioni di decenza, che riduca alla sola privazione della libertà la pena da scontare senza le torture accessorie frutto della umanità che abbiamo dentro di noi.

BESTIA SARAI TU!

Quando si vuole definire nel peggiore dei modi una persona si è soliti apostrofarla con un vigoroso  “sei peggio di una bestia”, con ciò dando un’ accezione estremamente negativa al termine che genericamente indica creature animali le quali, come vedremo, non sono certo peggiori del genere umano. Coloro, e sono i più, che usano espressioni di questo tipo, implicitamente e sostanzialmente, ritengono il bipede umano al di sopra di tutto il resto della fauna, flora inclusa. Sono gli apologeti della superiorità umana sul mondo, gli apostoli del diritto assoluto di compiere ogni azione, di poter usare ogni creatura vivente per il divertimento dello stomaco e della mente conferito, non si sa da chi, all’ umanità. Ma sfogliando la storia delle gesta di questa “eroica” creatura non è difficile arrivare alla conclusione inconfutabile su chi siano in realtà le “bestie“. Proviamo a chiederci se esista un animale che abbia ideato i campi di concentramento con annessi forni di cottura totale, camere a gas e stanze di tortura. Se esista un bestia che getti nei cassonetti o nel cesso un suo feto o un suo cucciolo appena nato. Se esista una belva feroce che costringa in schiavitù la femmina della sua specie e la faccia prostituire arricchendosi sul suo corpo. Se esista un animale che produce e spaccia droga riducendo in schiavitù intere generazioni di suoi simili che poi, per drogarsi, a loro volta rubano, uccidono o si vendono. Se esista una bestia che violenti cuccioli maschi e femmine filmandoli, mettendoli in rete e scambiandoli come trofei di caccia. Se esista un animale che per bramosia di potere e soldi faccia guerre, stermini intere popolazioni, le deporti, le sotterri vive. Proviamo a farci queste domande davanti allo specchio e proviamo a riuscire a non sputarci in faccia. Credo che chiunque, perfino un apologeta del primato dell’ umanità, possa capire che questi sono comportameni non bestiali ma tipicamente umani e che disumano non è sempre sinonimo di cattivo ed efferato ma al contrario, se ci fosse più disumanità cioè meno umanità di questo tipo nei comportamenti, il mondo sarebbe un posto per vivere,  non per morire. Quindi esimio (de)genere umano bestia sarai tu!

SCANDALI AL SOLE.

Come fossero comandati da un congegno a tempo sono emersi, al pari dei letti di fiume in secca, gli scandalosi comportamenti della casta politica locale in merito all’uso-abuso di soldi pubblici. La cosa strana e sulla quale è necessario riflettere per non subire oltre al danno anche la beffa di una presa in giro, è perchè proprio ora l’ ufficialità si accorge di un fenomeno ben conosciuto da decenni, perchè solo adesso lo si è degnato della ribalta mediatica e non quando la Corte dei Conti in ripetute e inascoltate denunzie aveva segnalato il malcostume diffuso di “mangiarsi il vitello in pancia alla mucca” da parte di amministratori pubblici e giunte di cui aveva fatto nomi e cognomi? Perchè il Presidente Silvio Berlusconi è stato lapidato, e non solo metaforicamente, quando ha chiesto alla casta politicante locale di ridurre il costo della politica per consentire al Governo di ridurre le tasse? Perchè adesso coloro che allora sono insorti e scesi in piazza corredati di fascia tricolore come sottopancia contro l’ idea “blasfema” del CAV, oggi si ergono a paladini di un risparmio prima impossibile ed ora divenuto improvvisamente doveroso e fattibile? Se lo chiedano tutti quelli che hanno sbraitato per strada contro di lui accusandolo di voler tagliare i servizi ai cittadini, perchè a far ciò ci hanno pensato i vari Fiorito, Tedesco,  Lusi e i tanti capibastone locali a fare il “servizio” a tutti noi. Ma perchè proprio ora cade questo velo di ipocrisia? Non a caso è iniziata la campagna elettorale e non è un caso che l’ Italia stia morendo del morbo delle tasse e, ancora, non è un caso che i movimenti della protesta di facciata, che viaggiano in Ferrari e in barca a vela, abbiano raccolto voti da parte di gente che non ne può più di questi politicanti. Quindi la casta si ferisce da sola, come l’ assassino che si fa trovare sanguinante sulla scena del delitto, e senza farsi troppo male cerca di stemperare il furore popolare attraverso il “sacrificio” di alcuni capri espiatori destinati ad accollarsi la vergogna di un sistema corrotto intestandola a proprio nome. Il loro compenso è stato anticipato e la consapevolezza di una fine ingloriosa per i vari Fiorito,Lusi ed altri, ben retribuita per sempre. Poi, passato il temporale e, quietate le masse, nuova erba crescerà nel pascolo e nuove mandrie di politicanti puri  e vergini potranno abboffarsi nel paradiso riverniciato. Amen e così sia.

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