Recensioni editoriali

LA PICCOLA SORELLA.

Torna Il Grande Fratello, la kermesse del voyeurismo. La trasmissione che ritengo possa essere considerata l’ emblema di un tempo che, definire culturalmente e socialmente decadente, appare un fastidioso eufemismo. Il Grande Fratello è l’ occhio indiscreto dello sbirciare collettivo che annienta valori fondamentali quali la riservatezza, la discrezione ed il rispetto della libertà individuale. Riprende a far rumore sociologico la casa di vetro che invece di ricerverle, le sassate dell’ anticonformismo più esasperato, le lancia contro la casa tradizionale intesa come habitat della famiglia, del gruppo, della coppia e del singolo, tutti confluenti nel mare magnum chiamato società. La casa di vetro contro la casa dove abita la libertà di essere non indagabili, padroni di una privacy che va oltre il banale comportamento di tutti i giorni ma che sancisce una fascia  di rispetto, una no fly zone interdetta al pianerottolo, al pettegolo occhio della gente, alla piazza e alle piazzate. Credo che Il Grande Fratello rappresenti il tentativo socialmente più cruento di rivoltare l’ individuo ed i suoi comportamenti come si fa con un calzino, la voglia smodata di vedere cosa c’è dietro le pareti di mattoni del privato, la smania di vedere in tempo reale cosa fa e come è “l’ altro” nella sfera intima, normalmente preclusa a curiosi e guardoni. Il Grande Fratello contro La Piccola Sorella, la cultura, sola ed indifesa, dimenticata in questa epoca relativista e materialista. E’ lei la prima vittima del nuovo ed insensato “verbo diretto” e privo delle barriere poste da sempre a difesa della dignità e dello spazio vitale della persona. L’ occhio, falsamente liberatorio, fruga ovunque creando la prigione senza sbarre della mancata intimità, e non c’è difesa da esso pena la squalifica e l’ espulsione dalla casa di vetro. L’ imperativo dogmatico è manifestarsi senza limiti, senza pudore, buttare fuori quel che si ha e si è dentro, soltanto così la persona perde i suoi connotati peculiari, le sue diversità insopportabili per la dottrina collettivista. La Piccola Sorella impone che esistano differenze tra chi sa e chi ignora, stabilisce che qualcuno insegni ed altri apprendano per poi a loro volta insegnare e trasformare il branco in un insieme articolato e differenziato, impone che ci sia chi pensa e chi, incapace di farlo, viva inconsapevolmente.  Il Grande Fratello vuole vedere e mostrare come siamo sotto i “vestiti” della socialità, vuol vedere l’ animale prevalere sullo spirituale. Le comparse di questa commediola, che non può avere attori e che si colloca a metà strada fra novelle decameroniane e lassismo di borgata, si confrontano mettendo a nudo tutta la natura e la pochissima cultura di cui sono portatori. Quella che ne viene fuori è la peggiore umanità, che liberatasi dalle catene dell’ educazione, della raffinatezza, dell’ intimo e del privato ostenta, come trofei vinti alla fiera del cafone, la volgarità, la bestemmia, il linguaggio scurrile e l’ infimo livello di alfabetizzazione. La Piccola Sorella, ormai disconosciuta dal padre Stato e dalla madre Società, assiste impotente alla rappresentazione di questa sorta di Sodoma e Gomorra in salsa paesana ben sapendo di essere ormai una strada abbandonata in favore della scorciatoia maestra per raggiungere il successo e la notorietà.  Il nuovo vangelo degli idioti dice che se deturpi un monumento, se colori la fontana di Trevi, se defechi o fai fellatio omosessuale in pieno giorno al Colosseo, se racconti in eurovisione le tue bassezze e nevrosi, ovviamente uccidendo, nel farlo, congiuntivi e condizionali, meriti la fama perchè sei “in”. Tutto il resto non solo è noia ma pericolosa contaminazione da vita regolare, retta e morale. In questa fiera del bullo palestrato, della pupa maggiorata  e del diverso politicamente inteso, c’è la negazione di ciò che dovrebbe essere una società sana, premurosa verso le nuove generazioni e rispettosa di princìpi purtroppo ormai dimenticati. Se dovessi farne un quadro dipingerei i partecipanti, su una tela sporca, come un branco in folle corsa verso un muro cercando di salirvi per primi sgomitando, sgambettando, vomitando volgarità pur di riuscirvi, certi che dalla cima di esso la vita appaia un semplice scambio di prestazioni occasionali o durature ma  ignorando, al contempo,  che sempre di bassa manovalanza si tratterebbe. Piccola Sorella resisti al vento barbaro e non piegarti mai alla dittatura degli ascolti perchè lunga ed impervia è la strada verso la civiltà.

LE VERITA’ NASCOSTE.

Il tempo è galantuomo e non permette che le falsità, le mistificazioni e il capovolgimento della verità conquistino l’ eternità. Dimostrazione di questo teorema assoluto è l’ ultimo libro di G. Pansa “Ciao bella ciao” che a distanza di 70 anni ridisegna la guerra civile italiana esplosa dopo l’ 8 settembre  1943 e protrattasi sino alla fine della seconda guerra mondiale. Secondo la recensione del libro apparsa su Il Giornale del 7/2/2014  l’ autore, completando il percorso-verità iniziato con la precedente pubblicazione ” Il sangue dei vinti” squarcia i veli ideologici che per decenni hanno coperto le vergognose “imprese patriottiche” compiute dall’ ala  “sovietica” del  movimento partigiano italiano.  Dopo che la “Storia ufficiale” ha creato stuoli di santi e di eroi della Resistenza i quali, nella narrazione “normalizzata” a beneficio esclusivo del PCI e delle sue mai segrete mire egemoniche sull’ Italia post fascista in una sorta di delirante “adesso tocca a noi”, dovevano plasmare le nuove generazioni attraverso l’ apologia dell’ eroismo e della superiorità comunista, finalmente la verità viene a galla per celebrare il riscatto storico dei fatti. Alla luce di queste verità gli accadimenti tragici di quegli anni assumono connotazioni nuove e vengono depurati da quelle incrostazioni ideologiche che per anni ne hanno fatto dei totem ad uso e consumo della propaganda antifascista. Uno di questi è l’ eccidio delle Fosse Ardeatine  che, al netto della ferocia nazista innegabile ed indimenticabile, appare come uno dei tanti cinicamente programmati, in un ottica di escalation bellica, dai GAP allo scopo di favorire la vittoria finale del PCI. Se G. Pansa dice la verità, i veri responsabili della morte di tanti innocenti sono stati gli autori degli attentati che hanno causato le brutali rappresaglie naziste.  Di certo non erano ignote agli attentatori partigiani le conseguenze delle loro gesta sulla popolazione civile, e tale consapevolezza, secondo quanto scrive Pansa, sarebbe stata “gestita” politicamente decidendo di far pagare anche a chi rifuggiva la lotta terroristica un prezzo inaudito in dolore e sofferenze.  I frutti di tale dolore sarebbero “fioriti” ogni anno garantendo una rendita politica a futura memoria.  Se la strategia del terrore partigiano per il terrore delle rappresaglie fosse vera, il partito comunista, comunque oggi opportunisticamente si chiami, dovrebbe risponderne non solo moralmente ma con la cancellazione politica che un popolo, democraticamente  evoluto, nell’ atto supremo di rifiutare il proprio destino di capro espiatorio in questi folli giochi di ruolo, potrebbe sancire al momento del voto politico. Certamente i delitti ed il male commessi lucidamente, con il pretesto della lotta di liberazione dal fascismo per introdurre la dominazione del comunismo, non si cancellerebbero ma la coscienza nazionale si libererebbe della ancor paralizzante presenza di antistorici profeti del Gulag portatori malati di quel razzismo totale verso chi non si piega all’ imperio comunista. Dopo le vergognose verità nascoste delle Foibe carsiche emerge quindi un’ altra verità scomoda per il falso pacifismo rosso, per quella dottrina, fatta di  imperialismo dialettico, che si è appropriata di termini quali Democrazia, Libertà, e Pacifismo, coniugandoli con il loro inconciliabile opposto, il comunismo e la dittatura del proletariato, creando un ossimoro di indecenza morale senza pari. Libri come questo di G. Pansa dovrebbero far parte dei testi scolastici delle classi superiori a bilanciare lo strapotere della propaganda di sinistra che per anni ha spacciato come “storici” testi allineati all’ apologia della Resistenza praticata dai GAP.  Ma questo non accadrà perchè l’ archeologia politica non  ammette ritrovamenti di verità e perchè troppi “santi ed eroi” dovrebbero essere declassati a volgari agitatori di piazza, perchè premi Nobel regalati per militanza ideologica dovrebbero essere restituiti a causa di indegnità morale manifesta.  E poi c’è l’ altro aspetto, da sottolineare ancora una volta, che impedirà alla verità di superare le pagine scritte da Pansa ed essere diffusa: la rendita a futura memoria dei crimini nazisti causati da una sapiente regia di causa-effetto che rende eterni gli effetti speciali della morte di innocenti avvenuta per una causa a loro totalmente estranea.  Se c’è verità nel libro di Pansa essere comunisti ancora oggi  significa non avere una coscienza nazionale e non essere individui intellettualmente liberi.

RACCONTIAMOCI IN BREVE- NON PERCHE’ TI AMO?

Beatrice ripiega il foglio per l’ ennesima volta dopo averlo letto per l’ ennesima volta. Si guarda allo specchio dell’ ingresso, non ha posato nemmeno le chiavi di casa sull’ ampio portacenere a cui ha cambiato la destinazione d’ uso. Quel biglietto trovato sul pavimento appena dentro la porta l’ ha fermata, cristallizzandola come una foto che immortala e fissa un veloce sorriso. 

“Un’ unica semplice cosa.” Mentre appoggia la borsa sulla mensola bassa e si sfila le scarpe, insegue quelle tre apparentemente innocue parole che le girano vorticosamente nella testa. Non è sorpresa, è sgomenta. Tante volte si è chiesta dove l’ avrebbe portata il fiume di sensazioni che la travolse la sera che li avevano presentati. Ora lo sa. Ma, in cuor suo, ha sempre temuto di saperlo anche se il desiderio di un finale diverso l’ aveva illusa oltre il ragionevole. “Un’ unica semplice cosa, la chiama. E’ tipico del suo modo di ragionare: minimizzare gli sforzi altri e massimizzare le necessità, o presenute tali, proprie.”  Non ha voglia di accendere la luce in camera, il lampione della strada le regala quel minimo accettabile di chiarore che disegna la stanza ed i mobili in maniera morbida, discreta.  Sa che stasera non cenerà, le lunghe ore che la separano dal sonno, se verrà, le trascorrerà rannicchiata sul divano a far finta di sfogliare una rivista, mentre davanti ai suoi occhi scorreranno le poche righe del biglietto che parlano di quella stramaledetta unica, semplice cosa.  L’ acqua della doccia passa sulla sua pelle senza lasciare la solita magica sensazione di piacere, meccanicamente si ritrova seduta con una scatola di stecchini salati fra le mani, e questi, diligentemente, si rompono fra le sue labbra senza fare rumore. 

“E se mi avesse trovata in casa?”  Il pensiero l’ attraversa come la lama di un prestigiatore: trovarsi davanti a quella massa di parole, a quegli occhi belli e antipatici quando guardano solo sè stesso, essere stretta dalle sue braccia che catturano e non abbracciano, sentire il suo respiro sulle tempie che le sussurra martellante, il bisogno di lei.

“Cosa avrei fatto?”  Si chiede conoscendo già la risposta. Non riesce a resistere, deve rileggere il biglietto, scorrere ancora quelle righe sperando di trovare fra esse le parole che mancano, le sole che avrebbero potuto far nascere un sì. Accende la lampada sul tavolo basso accanto al divano, è uno dei suoi regali utili, come li chiama lui, una lampada a led economica e luminosa. “Accidenti a lui!”  

Apre e legge. Niente, quelle parole non ci sono. “E’ sicuro, è certo, ha bisogno! E mi ama. Sì e questo è il suo modo di amarmi.”  I suoi due emisferi cerebrali si rimpallano, come le torrette di un flipper, quelle parole ed ogni rilancio è più violento del precedente. Più legge e più affiora la paura che le fanno le persone sicure, tanto certe delle loro idee da non porle mai in discussione. Mentre lei si ripete da sempre che il dubbio è il suo miglior amico, che l’aiuta a sbagliare di meno e a chiedersi se quel che è bene per lei lo sia anche per gli altri. E questo purtroppo ne fa la persona più buona e brava.

“Lui no. E’ sicuro, è certo, ha bisogno!”  Urla la sua mente “E poi cosa vuol dire che saprei farla bene quest’ unica semplice cosa? Saprei cioè essere una comoda scala mobile per salire ovunque senza fatica, un morbido tappeto per proteggere i suoi passi, la soffice coperta che scalda e non ha mai bisogno di dormire?” Il rumore del flipper si fa insopportabile e gli stecchini salati sono finiti.

“Cosa ti aspettavi, che ti chiedesse di sposarlo? Sai bene che lui non chiede.  Pensa, anzi è sicuro che devi sposarlo, che devi infilarti, da sola, l’ anello al dito e fare, in fondo solo un’ unica semplice cosa.” Sbatte il foglio sul divano.

“Non perchè ti amo? Sarebbero bastate queste uniche semplici parole perchè io facessi, volando, quest’ unica semplice cosa!”

RACCONTIAMOCI IN BREVE – LA CHIAVE DELL’ ANIMA.

Sa che lui è all’ altro capo del filo, in fondo basterebbe che le sue dita agissero senza ascoltare il cervello e saprebbe subito quel che ha paura di sapere. Certe volte il giorno è solo la prosecuzione della notte, non la sua negazione.  “Ti prego suona, dimmi che sono l’ acqua per la tua sete!”  I pensieri, volteggiando nell’ aria possono anche incontrare i desideri, e quel trillo arrivò.

“Bell’ amica che sei! Mi sono voltata un attimo e non ti ho più vista, nessuno ha saputo dirmi dove fossi sparita.”

“Anch’ io mi sono voltata un momento e non mi sono più ritrovata, forse oggi scoprirò dove sono finita.”

“Cosa dici? Ma, Roberta, stai bene?”

“Oh sì, scusami cara. E’ che insieme a questa notte se ne è andata una buona parte di me e delle mie certezze. Sentivo che non avrei dovuto accettare il tuo invito…”

“Ma cosa è successo, puoi essere più chiara?”

“Sì certo. Ho perso il mazzo delle chiavi della mia vita e stamattina ho trovato cassetti, scmparti e stanze, che fino ad oggi erano in perfetto ordine, tutti sottosopra! E’ come se porte e finestre spalancate avessero fatto volare non solo qualche foglio di carta ma anche i miei pesanti codici esistenziali. Sento di essere sconosciuta a me stessa: è possibile specchiarsi tutti i giorni e non vedere mai come si è veramente?”

“Si dice che la chiave della nostra anima l’ abbiano in mano gli altri e che la usino senza chiederci il permesso aprendola su scenari sconosciuti ai nostri pensieri.”

” Cosa vuoi dire? Non capisco.”

“Dico, cara Roberta, che forse sei improvvisamente caduta nella vita o, il che è ancora peggio, nell’ amore.”

“Non lo so. So che fino a ieri avevo bisogno soltanto di me e adesso sono appesa a fili sconosciuti come una marionetta.”

“Ho capito, è meglio che liberi la linea e vedrai che il prossimo squillo sarà quello che aspetti, ciao Rob.”

Era seduta sul letto e dalla finestra entrava l’ aria impertinente del mattino. Non potè impedire che il film della sera prima scorresse di nuovo davanti ai suoi occhi spalancati: come graffiano i ricordi! E quelle mani! Quelle parole dette dalla sua bocca senza il permesso della mente ma con il pieno consenso del cuore. Una parte di sè aveva rotto gli argini e, come gioiosa  acqua libera, si era gettata su rocce appuntite che l’ avevano divisa in mille gocce, ognuna capace di togliere la sete. Come è diversa la spiaggia vista dal mare, lontana, sfumata e sottile, non è più la terra ferma che ti sostiene e ti trattiene ma diventa dolce e persuasiva come un bicchiere di felicità da bere d’ un fiato e senza chiderti nulla. Le domande, semmai, vengono dopo, dopo che forse hai trovato le risposte: sarà vero? Sarà quel che desidero? Quanto è fastidiosa questa zanzara nella fresca mattina. No, è solo quel trillo che l’ ha inseguita fin dentro i pensieri.

“Ciao, credevo dormissi ancora e stavo per riattaccare.”

Il cuore ora batte, la vita, come un’ improvvisa marea, fluisce attraverso le vene e le tempie rimbalzano come due cuori all’ aperto.

“No… stavo pensando a quella donna che hai, anzi che abbiamo conosciuto ieri sera…”

“Che impressione ti ha fatto? A me è parsa meravigliosa!”

“Dici sul serio?”

“Certo! E’ strano ma ho avuto la sensazione che tu davvero non la conoscessi… E poi, siete diventate amiche?”

“Mi sta guardando dallo specchio e, da come sorride, direi di sì.”

“Ben venute nel mio cuore allora! Ho paura che non potrò più fare a meno di voi. E’ incredibile, vi conosco appena ma credo d’ amarvi.”

“Grazie dolce chiave della mia anima, a nome di tutte due!”

TE’ ALL’ AMORE

Breve racconto per giocare con la fantasia

L’ acqua della doccia picchiettava sui vetri della cabina mentre Dafne si massaggiava voluttuosamente sotto il caldo getto. Eros ascoltava dalla stanza accanto standosene pigramente sdraiato sul letto disfatto che portava evidenti  i segni delle loro evoluzioni erotiche. Erano di nuovo le cinque del pomeriggio, l’ora magica dell’irrinunciabile e particolarissimo tè all’amore. Per due giorni della settimana Dafne lavorava nello studio dentistico di questa simpatica città di provincia, lì aveva conosciuto Eros quando, disteso sul lettino, aveva spalancato la bocca su una carie superficiale dell’arcata superiore. In due sedute gli aveva curato il dente e ammalato l’anima. Non ci fu bisogno di tante parole, bastarono le vibrazioni che emanavano dai loro corpi a tracciare il sentiero che, all’unisono, decisero di esplorare. L’appartamento di Eros era piccolo ma essenziale e caldo quanto bastava a far sciogliere i biondi capelli che Dafne teneva raccolti sulla nuca durante il lavoro. Quando si sedeva sulla sponda del letto e li lasciava liberi di inondarle le spalle la mente di Eros scattava come un purosangue alla partenza di una corsa. Nel loro cielo saettavano le scariche elettriche di un passione fisica senza controllo. In quegli interminabili, eppur velocissimi, minuti perdevano la loro identità per acquisire le sembianze di una donna e di un uomo senza nomi  e senza passato mentre il futuro attendeva di essere disegnato da quel bollente presente. Eros era single, Dafne felicemente sposata e madre di due bambine. Una donna che per due giorni alla settimana cambiava pelle ed anima avventurandosi alla ricerca di qualcosa che fino a poco tempo prima le era totalmente sconosciuto. Quante persone abitano nel corpo di un uomo e di  una donna? Se lo chiedeva accarezzandosi sotto l’acqua calda, quasi stordita dall’averne appena scoperta una nuova. La vita fluiva come un fiume di lava attraverso le sue vene e lei la dispensava senza riserve in quegli incontri fuori dal tempo e dallo spazio di tutti i giorni. Non pensava al male o al bene, aveva sete e si dissetava a quella fonte che, stranamente, non le mancava per nulla nei restanti giorni della settimana. Le sue vite erano sovrapposte ma separate ermeticamente dai bottoni della camicetta che per due volte liberavano una Dafne latente, quasi nascosta ed in paziente e silenziosa  attesa dell’uragano che l’avrebbe fatta volare. Eros aprì l’anta della cabina, entrò e si fuse sotto la doccia con quella magnifica donna  che viveva solo due giorni alla settimana. Il tè all’amore va servito fumante.

TESTA O NON TESTA?

C’è un programma che Rai Due trasmette il sabato e la domenica mattina dal titolo “Mezzogiorno in famiglia”  (ovviamente allargata). Nulla da segnalare di questo modestissimo remake del lontano e famoso “Campanile Sera” dove si cimentano volenterosi concorrenti in rappresentanza di paesini e città, e condotto da presunte “celebrity” che al confronto con personaggi  storici della Rai  del  calibro di Enza Sampò, Renato Tagliani ed Enzo Tortora, paiono parcheggiatori abusivi infiocchettati che tentano di guidare una rolls royce. Dunque questa sorta di “Campanile mattina” non avrebbe nulla meritevole di essere menzionato se non fosse per la pretesa della voce fuori campo, non a caso chiamata condominio, di dettare una nuova lingua italiana. Infatti quando si verifica la parità di punteggio nei “giochini“, il punto viene assegnato per sorteggio tramite il classico testa o croce mutato per l’ occasione, in ossequio non si sa se di sudditanza religiosa o politica o soltanto in omaggio ad una demenza semantica, in testa o non testa.  Sta di fatto che la parola croce è proibita e bandita  su questa piccola e infantile ribalta. Dunque secondo tale follia dovremmo parlare di Benedetto Non Testa in filosofia, l’ incontro di due strade si chiamerà Non Testo, le braccia, in caso di sciopero, saranno Non Intestate e le razze si “Non Intesteranno” mescolandosi fra loro. I cristiani si faranno il segno della Non Testa e sulla scheda elettorale si apporrà la Non Testa sul nome del “non candidato”. Ora, lasciando perdere le convinzioni religiose di ognuno quel che preme sottolineare è che questo termine sostitutivo coniato dalla zecca  (proprio nel senso di parassita) dell’ ideologia, lo si pretende di diffondere attraverso la Tv di Stato, quella che sta in piedi (si fa per dire) con il canone pagato dagli italiani. Ragione per la quale un programma di intrattenimento, con qualche risvolto anche piacevole, viene trasformato in pulpito per prediche e comizi di parte, in cattedra per insegnamenti di partito.  Proprio come facevano le dittature comuniste e fasciste che, al loro nascere, per prima cosa hanno dettato e imposto un nuovo modo di parlare, ad esempio coniando al posto del termine persona i surrogati di compagno e camerata e al posto del, per loro, pericoloso termine individuo la più manovrabile collettività. La cosa oltre modo penosa è la genuflessione, l’ atto di ubbidienza, il chinare del capo delle tante pretese “celebrity” a questo diktat dal sapore nazi-comunista, le quali per una comparsata e pur di esserci rinunciano all’ esistere. L’ oltraggio peggiore che si possa fare ad una persona è imporle un modo di parlare con la violenza silenziosa della normalizzazione. Se la Rai dovesse fare il testa o croce non v’è dubbio che uscirebbe sempre il Non Testa.