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Cronaca

L’ INDEGNITA’ DELLO STATO.

I fatti di cronaca che riempiono le pagine dei quotidiani con le imprese maramaldesche di tanti amministratori pubblici nei vari livelli della burocrazia statale e politica, la notizia di una raffica di dimissioni da parte di componenti la Corte dei Conti, tesa ad evitare ventilate riduzioni di stipendi, e da ultimo la pubblicazione, da parte del quotidiano Libero, di una sorta di diario segreto e personale scritto da un sottufficiale della Guardia di Finanza, che descrive i criteri (in verità sempre sospettati dal comune sentire) ispiratori dell’ attività di verifica fiscale svolta dal Corpo, mettono in seria discussione il principio fondante dello Stato, cioè la sua degnità ed il suo rispetto delle regole democratiche. Quando uno Stato si arroga il potere di vita e  di morte sui propri cittadini attraverso strumenti di distruzione di massa quali la violenza fiscale, giudiziaria, politica ed etica, esso cessa di essere credibile e degno di rispetto essendosi, nella sostanza, trasformato in regime dittatoriale i cui carri armati sono leggi liberticide, tassazione senza controllo, distruzione del tessuto morale e sociale. Quanto emerge dalla lettura di questo “diario”,  vissuto in prima persona dal suo autore, dà il colpo di grazia alle illusioni di coloro che quotidianamente impegnano la propria vita perseguendo una civile convivenza, demolisce gli ideali di chi, sotto una divisa militare o sotto una veste istituzionale, ha immaginato ci fossero solo persone degne essendo per di più pagate per difendere la legalità. Torna a galla il famoso slogan del realista, del disincantato che non crede alle favolette ideologiche, “chi controlla il controllore?”, che riassume il fallimento della Democrazia in  quanto ideale perfetto ma bisognoso di persone per essere applicato e quindi destinato a restare una chimera. La Democrazia conferisce potere in forza di legittimazione politica e contemporaneamente è sua precipua ragione di essere la difesa dagli eccessi del potere stesso, è tutta in questa contraddizione di base la tragedia politica e sociale che stiamo vivendo, illusi da figure, ormai rese retoriche dai fatti, come il Parlamento, La Corte Costituzionale, la Costituzione stessa. Mentre la “sacra” Carta sancisce che ogni cittadino è innocente fino a prova contraria la mostruosa macchina da guerra burocratica stupra la libertà e la democrazia ribaltando questo elementare principio, sparpagliando anticorpi fiscali nel tessuto produttivo con l’ intento, chiaro e dichiarato secondo l’ estensore del “diario”, di ricavare gettito forzoso come un qualsiasi mandamento mafioso. Alla luce delle rivelazioni pubblicate dal quotidiano Libero questo Stato precipita nel buio del malaffare così detto legalizzato e a nulla servono le etichette altisonanti dell’ antievasione fiscale di facciata, delle celebrazioni con sfilate e roboanti cantilene a base di trionfalistici bollettini. Qualcuno obietterà che in fondo già si sapeva e che stupirsi ora sia infantile ma una cosa è supporre che delle mele marce, dei ricattatori in proprio, si annidino nel contesto sano estorcendo mazzette, altra è trovarsi di fronte alla prova di una organizzazione politico-statale tesa a schiacciare come un carro armato i cittadini, a succhiare il sangue dal lavoro, a minacciare la vita stessa delle persone. Questa volta non si può volatare pagina e far finta di niente dopo qualche fuoco artificiale iniziale, questa volta si deve mettere lo Stato davanti alle sue vergognose responsabilità e rimuovere chirurgicamente il cancro della corruzione ideologica che sta al suo interno e che ha ridotto l’ Italia ad una cloaca sociale. Siamo ormai alla chiamata finale per salvare quel poco che resta della Democrazia e non rispondere non solo è da codardi ma anche da autolesionisti idioti che rimandano di qualche giorno l’ effetto finale del nodo scorsoio della dittatura.

L’ OSPEDALE NELLA CAVA.

Nella  medievale Italia dei Comuni, dove può accadere di tutto, c’è una località, medievale anch’ essa, intellettualmente ed orgogliosamente suddivisa in contrade contrapposte, nella quale accade un qualcosa che definire insolito equivale a vincere l’ Oscar dell’ eufemismo. Si narra infatti che per dare vita ad un nuovo ospedale “intercomunale” si siano miracolosamente “incontrate” sinergie amministrative ed imprenditoriali in un abbraccio da libro Cuore. Da una parte ci sarebbe una impresa di escavazione calcarea che “dona” al Comune di appartenenza una porzione dismessa di una cava, tra le più grandi del centro Italia, in piena attività adiacente e senza significative “soluzioni di continuità”. Dall’ altra ci sono la ASL che ringrazia per non dover  pagare la superficie su cui sorgerà (?) il nuovo nosocomio e il Comune che non deve impazzire a cercare e soprattutto giustificare scelte alternative, perchè si sa  che a caval donato non si guarda in bocca. Vista così la faccenda appare, come si diceva, deamicisiana ma grattando un pò con l’ unghia della malizia si intravedono angolature decisamente meno poetiche. Per non far torto a nessuno e per non essere tacciati di condizionamento ideologico, immaginiamo di far “osservare” il caso da due tipi di “medici”: quello pietoso e buonista e quello a cui certe “fiabe” non possono essere raccontate. Al primo verranno giù i lacrimoni di fronte allo spirito di servizio sociale che trasuda da questa donazione, una sorta di riscatto moral-paesaggistico da parte di chi, dopo aver divorato una collina ed averla, legittimamente in base ad autorizzazioni pubbliche, trasformata in utili di impresa, ne dona l’ alveo alla collettività affinchè da una rovina ambientale nasca un centro della salute. E tutti vissero felici e contenti. Proprio tutti? Pare proprio di no, perchè il “medico” non pietoso eccepisce alcune cosette che sembrano qualcosa di più di semplici pulci nell’ orecchio. Dice costui che tutti sanno che un’ area di cava dismessa debba essere “ricomposta” cioè, secondo la legge regionale che regola queste attività, devono essere garantite opere di ricomposizione ambientale tali da restituire a quei luoghi le sembianze naturali che avevano prima della “coltivazione”. Sono interventi che, se fatti realmente e per raggiungere l’ obiettivo riparatore, costano cifre enormi perchè si tratta in sostanza di ricostruire, nel caso specifico, un bosco, e la piantumazione deve essere assistita, fino a che essa non risulti  tale, attraverso ripetuti cicli che riparino gli inevitabili danni da siccità ed altro. Ma, vien da chiedersi, se su quella superficie deve  invece, opportunamente, crescerci un ospedale che bisogno c’è di accollarsi “mutui ventennali” di “plastica ricostruttrice”  floro vivaistica?  L’ incontentabile eccepisce anche che un ospedale   costruito ad irrisoria distanza da una grande cava in pieno esercizio possa risentire, in maniera non certo raccomandabile dal punto di vista terapeutico, delle emissioni di polveri e rumori dovute all’ esercizio dell’ attività ed al transito intenso di mezzi pesanti connesso. Il rompiscatole si chiede se un ospedale possa essere concepito ai margini di una strada provinciale congestionata di traffico locale, a ridosso di un raccordo autostradale e soprattutto a ridosso di una cava di impressionanti dimensioni “impegnata” a “coltivare” cioè ad eliminare la residua parte di montagna posta alle spalle di esso. E’ vero che ormai siamo abituati ed intossicati dagli effetti della “amministrazione creativa” pubblica, grazie alla quale non esiste iniziativa,  attività o Ente  di interesse pubblico che non siano  in pauroso ed insanabile deficit, ma un ospedale immerso in un’ oasi ambientale come quella appena descritta non si era ancora visto. Il rompiscatole, impietoso e non collaborativo, insensibile agli “sforzi umanitari” che hanno reso possibile ideare e progettare questo “miracolo di solidarietà”, si è permesso di andare a leggere la variante al Piano Regolatore Generale che il Comune in parola ha dovuto apportare ed approvare, ovviamente nel rigoroso rispetto della legge. Ebbene, risulta deamicisiana anche questa e tutti i rilievi di carattere ambientale, persino l’ approvvigionamento idrico per usi non potabili del futuro nosocomio  pare garantito da un pozzo profondo 300 metri messo a disposizione dalla donatrice, trovano ampie e rassicuranti risposte. Sembra che persino i venti siano convenzionati con la ASL perchè spireranno sempre a favore delle future finestre ospedaliere e allontaneranno polveri e rumore in ossequio alla “concertazione illimitata” che responsabilizza e codifica pure gli eventi atmosferici se ciò è necessario. D’ altra parte viene ancora da chiedersi, cosa ci farebbe un ospedale in una zona non industriale, dove il silenzio non sia un illustre sconosciuto e dove una finestra possa anche restare inavvertitamente aperta senza che bisturi e pinze siano ricoperti di polveri? Suvvia, non siamo sofisticati e pretenziosi, le ridenti e salutari località si addicono a centri di vacanze, a resort di lusso, perchè crearsi un problema per mutuati non paganti e malconci? Dopo tutto in ospedale, stando alle statistiche e alle cronache di malasanità, ci si va più per morire che per guarire. Questa è l’ Italia dei Comuni che lasciano costruire “ecomostri” sulle spiagge per poi demolirli ostentando enfasi ambientalistica elettorale, centri abitati lungo i muri di cinta di industrie siderurgiche e chimiche per poi organizzare processi risarcitori elettorali anch’ essi, Comuni che mescolano, come fossero minestroni, zone industriali e zone residenziali in una promiscuità insensata e senza uno straccio di programmazione. Questa è l’ Italia dei Comuni capaci di far costruire un ospedale dove c’ era la costola collinare di una cava “madre” in pieno esercizio. Il male è Comune, di gaudio nemmeno mezzo. Mentre l’ interrogativo per il futuro è: vista la difficile compatibilità sarà demolito “l’ ecomostro ospedale” o sarà chiusa la cava donatrice?

BOMBE DA COMMEDIA.

La Storia, come una giostra itinerante, ritorna e con essa tornano i riti che hanno reso tristemente celebre il ’68.  Si rivedono i cortei pseudo studenteschi per le vie delle città, vetrine in frantumi, cassonetti dell’ immondizia incendiati e slongans così vecchi e stantii da far rivoltare lo stomaco all’ intelligenza. Come sempre ci sono padri di famiglia in divisa che vengono feriti e presi d’ assalto come fossero simboli del potere mentre ne sono vittime come tanti altri. Per le strade svolazza l’ illusione di cambiare il mondo come se bastasse incappucciarsi la crapa, brandire spranghe e lanciare bombe carta per migliorare la società e combattere le ingiustizie. Ogni volta che torna la Storia muore la speranza che il tragicomico bipede, convinto di essere il padrone dell’ Universo, possa crescere e tagliare il cordone ombelicale che lo tiene legato  ancora a caverne e palafitte. Non un solo dettaglio della scenografia cambia. C’è sempre un Governo che in economia e politica sociale non ne azzecca una, c’è sempre un sindacato che cavalca il malcontento popolare grazie al quale è diventato una multinazionale finanaziaria, ci sono i proclami provenienti dai palazzi del potere che riecheggiano antichi “armiamoci e partite” alternati a “a voi le tasse a noi i privilegi”.  Mentre volano sassi e bombe carta ci sono sempre i super pensionati d’ oro della casta politica che sogghignano alla finestra brindando alla loro nomina a Giudici Costituzionali  quale compenso per aver contribuito a saccheggiare le tasche degli italiani e a fabbricare il debito sovrano. C’è sempre lo stesso Quirinale che come un vecchio disco rotto richiama tutti, e quindi nessuno, ad atteggiamenti responsabili dimenticando ovviamente che la Presidenza della Repubblica italiana è la più costosa del mondo occidentale. Non mancano neppure i soffiatori sul fuoco, quelli del tanto peggio tanto meglio, che scommettono sullo sfascio generale non avendo la minima cognizione di come si governi una Nazione. Confusi con lo sferragliare del  carrozzone politico si odono i discorsi ovattati dei burocrati della finanza pubblica che fanno accapponare la pelle. Il (non) Governatore della Banca d’ Italia, che se la governasse non esisterebbero casi come il Monte dei Paschi di Siena, scopre che non conviene studiare per trovare lavoro, dopo che la sua generazione ha demolito la scuola facendone una cellula di partito e una fabbrica di mandrie ignoranti. I predicatori del sacrificio quale strada maestra per raggiungere la crescita economica furbescamente la evitano imboccando il comodo sentiero del privilegio personale e di casta. Sono i politicanti, coloro che insaccocciano tesori ad ogni legislatura, sono i burokrati di Stato con i loro faraonici stipendi, che hanno la faccia di bronzo e salgono sul pulpito per predicare sacrifici e rinunce. Sono loro, i creatori del cancro insanabile del debito pubblico con una premeditazione politica meritevole della sedia elettrica, che bombardano l’ Italia sganciando quotidianamente bombe da tragicommedia su etica politica e sul dovere di rispettare le leggi. Tutto torna nella Storia, per fortuna anche le rivoluzioni con la loro inutilità,  violenza   e capacità di derattizzazione politica. Per adesso siamo al remake della contestazione giovanile del ’68 dalla quale usciranno i caporali di domani che, smessa la divisa da black block, indosseranno l’ abito buono del parlamentare e dimenticheranno perfino perchè sono arrivati fino lì. Il segreto sembra sia tutto nella capacità di scegliersi la parte giusta da recitare e una bomba molotov lanciata al momento giusto e al posto giusto ti può portare anche alla Presidenza del Consiglio. Giostra itinerante, buffoni in pianta stabile e giullari di corte spolpano l’ Italia passandosi il testimone di padre in figlio, dimostrando che non soltanto la mafia è strutturata in famiglie, clan e mandamenti.

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