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Eligio Bartoli
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Eligio Bartoli

Costume

ATEISMO, UN TEOREMA ACEFALO.

Il tic non passa mai di moda ed anzi trova sempre nuove motivazioni “estetiche” che calamitano povere schegge di ferro ammassandole intorno al totem dell’ ateismo.  Ne consegue che dichiararsi atei, assuma quel carattere misero tipico di chi, incontrato per caso un pò di denaro, sfoggi abiti griffati e dimentichi le toppe al sedere possedute fino a ieri. E’ un modo scolastico e puerile per definirsi diversi o meglio, superiori rispetto alla massa credente e, perciò, automaticamente credulona. Ma su cosa è basata la “dottrina” atea? Prima di tutto sulla negazione del Dio Creatore, dello Spirito dal quale tutto proviene e al quale tutto è destinato a tornare. Ma l’ ateo non si limita a non credere in Dio, va oltre e si spinge a credere in sè stesso quale unico dio,  quale mente pensante e capace di spiegare l’ Universo sapendone quasi nulla. Dunque l’ ateo nega Dio perchè si considera un dio. Quanti mediconzoli, quanti ricercatori del nulla scientifico in camice bianco e tasche piene di “scienza”,  appresa nei “Bignamini”, si dichiarano “scienziati” e dunque, necessariamente atei, avendo essi “compreso” tutto il comprensibile?  Tanti, troppi. E dietro di essi si snoda una processione di filosofi, cattedratici, giornalisti e pennivendoli  dalla sintassi claudicante ma fieri di un ateismo distintivo, come un tempo furono il fiore all’ occhiello, i baffetti alla cretina e il pizzetto all’ idiota. Ci sono stati anni in cui ci si vergognava di essere democristiani mentre essere di sinistra era sinonimo di superiorità culturale e attestato di totale comprensione del mondo. Non andare più alla Messa era segno di emancipazione come fumare e bestemmiare, d’ altra parte che “uomo” è colui che si inginocchia e chiede aiuto al proprio Dio per affrontare i dolori della vità? Inginocchiarsi davanti al Dio Craetore ed onorarlo attraverso la preghiera è comportamento  disdicevole,  da donnicciole pie ma stupide.  Il “vero uomo” si inginocchia solo davanti al capo bastone di partito, bacia le mani del boss mafioso, del corruttore trasudante denaro riciclato. Il “vero uomo”, l’ ateo, non ha bisogno di nulla, non ha dubbi ed è la certezza scientifica fatta persona. E’ capace di rispondere ai perchè esistenziali soltanto perchè non se li pone, limitandosi a sentenziare che ciò che non è spiegabile oggi lo sarà certamente in futuro. Peccato però che non sono stati sufficienti millenni di “scienza atea” a spiegare sia l’ origine dell’ umanità che le sue finalità. Per l’ ateo l’ esistenza di Dio è un fastidio insopportabile, un richiamo alla responsabilità che gli impedisce di vivere libero dalla sua coscienza e da quella comune. Tapparsi le orecchie è comodo, consente di autoassolversi dichiarando inesistente il peccato  e l’ offesa, salvo ripristinarne tutta la sacralità se l’ offeso è egli stesso o la sua ideologia per parallelepipedi di marmo. Proprio perchè l’ ateismo è certissimo di spiegare ogni cosa, dimostra di essere un teorema acefalo  che poggia non sul ragionamento (e come potrebbe?) ma sull’ esclusione tout cur di risvolti spirituali estranei all’ apparato gastro intestinale che gli fa da motore. Esso rifiuta il Giudizio perchè è incapace di sostenerlo, diventa razzismo intellettuale e bolla come poveri mentecatti coloro che si confrontano con il dubbio. Soltanto un ateo può essere così estraneo alla magnificienza del Creato ritenendolo frutto di casualità chimico fisiche, di una qualche cosa che non conosce ma che, velleitariamente e apoditticamente,  dà per sicura ed indiscutibile.  La Poesia, la Preghiera, la Musica, la Scultura, la Pittura  e l’ Amore, sono dunque non portati dell’ anima ma semplici risultati di applicazione razionale della mente. Forse stiamo sopravvalutando l’ ateismo facendone materia di confronto, sottovalutando per contro che potrebbe essere mera incapacità di capire.

ANTROPOLOGIA DELLA CARTA IGIENICA.

Dopo aver tanto declamato le conquiste del mondo, da Marco Polo a Cristoforo Colombo, da Albert Heinstein ad Enrico Fermi e Von Braun, siamo giunti infine,  tronfi di trionfi, sulle palafitte delle presunzione umana e ancora oggi, come nell’ era delle caverne, sappiamo solo uccidere, odiare, sterminare, rubare e fare politica con la clava dell’ ignoranza. Se solo ci scomodassimo dal divano mentale della nostra accidia e per un momento deponessimo nella pattumiera la nostra indifferenza autolesionista, riusciremmo a scrutare il piccolo e misero orizzonte che si staglia davanti a noi. Cosa vedremmo? Sicuramente la sagoma scura di uno Stato predatore e  la sua classe dirigente, eletta da un popolo politicamente e storicamente analfabeta, gettarsi voracemente su ogni tipo di ricchezza prodotta dal lavoro, dallo studio e dai sacrifici di una minoranza rea di credere nella Costituzione italiana e nella priorità dei doveri rispetto all’ ormai inflazionata valanga di pseudo diritti. Vedremmo il polverone alzato dai lanzichenecchi parlamentari, seguiti dal codazzo di quelli regionali, provinciali e comunali,  in calata sull’ economia. Vedremmo l’ imprenditore che rischia capitali e vita privata, i dipendenti che insieme a lui producono ricchezza e vedremmo, al momento del raccolto, la parassita mano pubblica espropriarne gran parte. Vedremmo lo Stato nel comodo ed immorale ruolo di socio non lavoratore, non finanziatore, non collaboratore, ciucciarsi fino al 70% del reddito prodotto. Cosa ci può fare una simile italietta nel consorzio mondiale? Vi può recitare il ruolo di ultima ruota del carro, di Cenerentola dell’ economia, di terra di conquista e di eterno bullo liceale da tenere costantemente sotto esame.  All’ interno di questo mediocre contenitore di varia umanità medievale si possono inoltre scoprire  perle di pseudo cultura, finanziate dagli innumerevoli rivoli della pastura di partito, che fanno rabbrividire, non dico l’ accademia della Crusca o cenacoli letterari, ma perfino il borgataro bar dello sport. Si può leggere ad esempio su un quotidiano (Giornale dell’ Umbria dell’ 1/12/14) di un cacciatore che disserta, nientemeno, che di antropologia della caccia. Verrebbe da dire che è la fine del mondo e invece purtroppo siamo ancora al suo inizio. Mentre dilagano le uccisioni di donne, mogli e figlie, mentre dilaga la pedofilia, mentre la Terra è ormai una pattumiera planetaria di rifiuti speciali, tossici e politici, qualcuno trova il tempo e la faccia di declamare, quasi in pretesa poesia, le omeriche gesta dei doppiettari, reperti giurassici del tempo della clava. La doppiettomania è trasversale politicamente ed abissale culturalmente. A turno si avvicendano politicanti portaborse che la incensano come arte antica, come messaggio della tradizione, negandone l’ unico contenuto che ha: la gratuita manifestazione di violenza di gente che pare avere un cervello a forma di canna di fucile, solo per raccimoalre qualche voto in più. Clamorosa, in tal senso, risulta la geniale proposta fatta da un ex portaborse di periferia, di avviare i giovani già a 16 anni  al morbo di Diana, “per avvicinarli alla natura” secondo il pensatore.  Il teorema è semplice:  insegnare ad uccidere “selettivamente” per difendere la natura e al contempo diventare “uomini”,  non in doppio petto ma in doppietta. Come se non bastasse una realtà quotidiana nella quale si ammazza come per un gioco di strada, si fanno stragi scolastiche con armi superautomatiche e per noia si violentano bambini, qualcuno teorizza intorno all’ antropologia della caccia. Forse  sarebbe  meglio perdere il tempo a  parlare di antropologia della carta igienica,  almeno si  introdurrebbe un connotato di progresso tecnologico.

LE FAVOLE DELLA MORTE.

La “rivisitazione” delle fiabe in chiave “realista” sta partorendo autentiche mostruosità fatte ad immagine e somiglianza delle menti contorte, ed ideologizzate dal male come forma espressiva, che le realizzano. La stessa demenza che ispira il deturpamento di opere d’ arte e monumenti, la stessa idiozia che è alla base di comportamenti autolesionisti del bullo alcolizzato e drogato, si manifestano in questo capovolgimento della realtà delle fiabe che rappresenta semplicemente il mancato sviluppo intellettivo di intere generazioni ormai moralmente, culturalmente e socialmente perdute. Sporcare una fiaba è come usare violenza di branco su di una adolescente indifesa, è tentare di cancellare il bene, il buono e il positivo dal mondo per fare posto alla follia delle stragi che dal viedeogame passano alla realtà in un momento. Quando una pubblicità invita a prendersi una pausa, non si sa da cosa visto che nessuno più studia o fa il padre o l’ uomo, e fare una strage munendosi di carrarmato virtuale, significa che non solo  i 10 Comandamenti non esistono più ma che al loro posto se ne vogliono imporre altri mille, tutti riconducibili alle parole cult  uccidi, distruggi, violenta, brucia e ignora il perchè esisti. Il fatto che il “non pensiero” dominante abbia preso di mira le fiabe e le opere di letteratura in genere, e le voglia distorcere per distruggerle, è il segno di una guerra totale dichiarata alla cultura formativa dell’ infanzia, a quel percorso pedagogico fondamentale per la crescita di una mente positiva. E’ il segno tangibile dell’ aggressione ideologica massificatrice portata all’ individuo, alla famiglia e alla loro libertà, al fine di perseguire il miserabile scopo di una società di dementi violenti, di ignoranti fatti in serie, di una massa acefala da sottomettere attraverso il miraggio della libertà dai princìpi  e dalla morale. E vissero tutti infelici e schiavi.

LA LIBERTA’ DELLA FOLLIA.

Il misero bipede si cimenta ogni giorno nel gioco idiota della rivoluzione di sè stesso, del mondo e dell’ ordine naturale delle cose.  E’ così incaponito e ottuso nel voler lasciare il lezzo del suo segno in ogni secolo che non vede altro scopo nella vita se non la negazione di essa. Nello straripante menù di violenze di cui si nutre ha aggiunto il piatto forte della negazione dei sessi e, istericamente come un tossico in crisi di astinenza, li rinnega in favore dei miserabili “generi”.  Non più donne e uomini ma entità non meglio identificate, non più sessi ma solo numeri. La mutazione sessuale è comandata da quei pazzi che affollano la stanza dei bottoni di ogni Nazione dove si esercita un potere gemello del terzo reich di hitleriana memoria. La variazione sul tema è, semplicemente, non più una razza padrona del mondo ma il trionfo degenere del non genere e l’ abolizione della normalità quale espressione “razzista” che osa distinguere ed attribuire primati al femminile e al maschile.  Il mito intoccabile di oggi è l’ omosessuale elevato a dio. Chi non lo è non è, non conta.  Il ribaltamento della Ragione è tale che il deretano diventa cervello in un’ ottica di potere assoluto garantito dall’ assenza totale di donne e di uomini. L’ impero futuro fonderà la sua potenza sulla sparizione di eroi, di gladiatori, di donne e uomini orgogliosi di essere complementari e di essere le scintille che generano la vita. A chi giova questa degradante rivoluzione che passa attraverso lo sterminio dei sessi? Giova a quei ristretti circoli del “governo” mondiale che vedono nella famiglia naturale, ed unica legittimata a fregiarsi del titolo, l’ ostacolo alla egemonia delle oligarchie, le quali hanno bisogno di schiere di invertebrati da manipolare ed utilizzare a fini di lucro e potere.  La normalizzazione è violenta, martellante, pedofila e maniaca. Non ha alcun rispetto per i valori fondamentali dell’ infanzia e brucia,  come in un’ altra tremenda notte degli specchi, i sacri testi della Giustizia, della Morale, della Libertà autentica, sostituendoli con quello squallido e miserabile del pensiero unico che pretende di  elevare la “libertà della follia” a dottrina ufficiale della fuga dalla coscienza. Fiumi di sangue scorreranno prima che l’ umanità la ritrovi e si liberi dalla “libertà della follia”.

GAY SPOT.

L’ advertising sembra essersi totalmente votata al ruolo di seconda linea propagandistica  accodandosi a quella scia ideologica fatta di “pensatori del non genere”, di politicanti furbi ed opportunisti, di guastatori e nemici, a prescindere dalla più elementare analisi logica e dell’ equilibrio sociale, che nella sua “follia creatrice” vuole ridisegnare la nuova umanità. L’ offensiva mediatico-pubblicitaria è in pieno svolgimento secondo l’ imperativo assoluto di imporre il non genere come elemento dominatore sulla ormai superata dicotomia eterosessuale femmina maschio. Assistiamo quindi alla sistematica trasmissione di messaggi pubblicitari veicolati (e veicolanti) dalla apologia normalizzatrice omosessuale. Così Penelope Cruz, a differenza della non “aldomovarizzata” Uma Thurman che l’ ha preceduta nello spot,  noiosamente eterosessuale,  della stessa bibita, ammalia con uno sguardo irresistibilmente magnetico la “cerbiatta” in spasmodica attesa del “sacrificio saffico”.  Meno male che lo spot si risolve con la vittoria schiacciante del simbolo fallico (la bottiglia) sensualmente avvolta dalla mano di una rinsavita Penelope e del suo ironico “ma che vi aspettavate?”.  Non meno manieristica e penosa è quella mano maschile (?) che si adagia carezzevole e viscida sull’ altra mano maschile (???) appoggiata alla tastiera del computer mentre “naviga” in cerca di un hotel per vacanze e lune di miele (sintetico)  ideologiche. Ma il cuoco improvvisato, che stupisce e conquista la improponibile suocera e madre del suo “compagno” con manicaretti degni della migliore casalinga stereotipata, rappresenta ad oggi l’ apice di una propaganda dottrinale che fa accapponare la pelle e fa ombra alle più mostruose campagne di normalizzazione  tristemente conosciute nella Storia.  Siamo nel bel mezzo della costruzione (attraverso la distruzione) di una società di macchiette, di caricature, che tentano di tradurre in “omosessualese” una realtà vissuta fino ad oggi in “eterosessualese”. Questi venditori di fumo antropologico tentano di apporre il bollino blu della normalità su “prodotti sociali” frutto di contraffazione ideologica, sterilizzando il contraddittorio scientifico e culturale con la  autocertificazione di fatto, con la scomunica per razzismo sessuale contro chi non si appecorona al nuovo (dis)ordine, con la censura di qualunque espressione di dissenso che minacci il nuovo corso. La “terza via”, come fuga dalla coscienza, dalla responsabilità di costruire il riscatto dell’ umanità, dall’ obbligo di dare risposte a domande che la impegnano e la costringono a definirsi come espressione di Dio,  appare oggi come il nuovo paradiso esclusivamente terrestre o meglio, terreno. Contestualmente a ciò l’ abbassare l’ asticella della cultura universale a livelli rasoterra è comodo e opportuno oltre che apparentemente gratificante. Così si accontenta l’ incapace, il parassita ed i suoi sfruttatori, e si realizzerà il sogno di un mondo mediocre e miserabile, una sorta di discoteca planetaria dove trascorreranno la vita dimenandosi come invasati bamboccioni e bamboccione di ogni età, sospinti dal rumore del caos sociale e morale che, alle loro disabilitate orecchie, sembrerà musica.  Corpi come vuoti a perdere si frantumano già oggi baloccandosi fra droghe, alcool e violenze inaudite di branchi idioti il cui quoziente intellettivo è appena sotto la crosta terrestre. Analfabeti inconsapevoli, schiavi del tempo e dello spazio, cicale imbecilli che bruciano stagioni di vita all’ inseguimento di un tatuaggio totale che li illuda di essere qualcosa più del nulla. Scarti umani che servono ai furbi dell’ ideologia per vivere da nababbi, carne da macello per la ricca mensa dei politicanti, dei profeti della liberazione del corpo dall’ anima, dei nuovi schiavisti che per catturare le loro prede le abbagliano con la falsa luce dell ‘edonismo totale. Questi sono già oggi i nuovi popoli della Terra.

L’ ALBERO DEL MALE.

Cresce ad ogni latitudine e non si spaventa di dover infilare le sue radici fin sotto  calotte polari o deserti, aridi appena un po’ di meno della sua coscienza, per sottometterli. L’ albero del male, conosciuto anche come genere umano, è specie prolifica di sè e dei propri velenosi frutti che copiosamente pendono, più appiccicosi della resina vegetale, dai suoi rami a guisa di carogne in perenne stato di putrefazione.  Pedofilia, violenza sulle donne, genocidio dei propri simili, bramosia del potere, corruzione, sudditanza totale alla divinità denaro, sadismo maniacale verso animali e natura, spiccata ed inarrestabile tendenza a sentirsi dio di tutto partendo dalla negazione isterica dell’ unico vero Dio Creatore. E’ lui, l’ albero del male, al contempo nutrimento e consumatore dei peggiori istinti che, orfani di quella intelligenza, di quella sapienza, di quella sensibilità, che Qualcuno, sopravvalutandolo clamorosamente, gli aveva instillato nel dna sperando si riproducessero e lo distinguessero dai sassi, lo dominano. Diversamente dagli alberi veri e nobili non è capace di azioni purificatrici e generatrici di vita anzi, all’opposto, riuscirebbe ad intossicare anche l’ aria all’ interno dei vulcani. Rinnega ad ogni istante le ragioni della sua esistenza per non dovervi corripondere con responsabilità e genio. Molto più facile è fare guerre per “creare”  pace, molto più redditizio è, in termini economici e di megalomania personale, ideare teoremi sulla salvezza  dell’ umanità che necessitano di morte e distruzione per realizzarsi. Dell’ albero vero ha solo l’ immobilità che ottusamente  trasforma in resistenza all’ evoluzione, preferisce restare cavernicolo pur vestendo smoking e sete purpuree. Egli ha l’ anima dello stregone ed inventa mali oscuri di cui millanta cure miracolistiche penosamente inapplicabili da millenni. Non perde foglie e non conosce autunni, è lo stesso dalle caverne ai Parlamenti. Si ama tanto da distruggersi ogni momento, abita in un corpo da millenni e ancora non ha la minima idea di cosa farne. E’ un “creatore” di leggi che puntualmente ignora battendosi però fino alla morte per imporle agli altri. Si perpetua per riproduzione biologica ma non ha vita e respiro evolutivi e muore da secoli, più o meno inconsapevole, di quanto lo fosse alla nascita. La sua inutilità storica è penosamente mitigata dalle tinte evanescenti del così detto progresso, delle conquiste tecnologiche, del riuscire a volare senza avere le ali. Ma sono le finalità del suo “genio” a deludere e a rendere giustizia di un malinteso essere grande. Tende all’ eterno ed all’ infinito pur essendo precario e limitato, si sente “uber alles” ma, che viva in metropoli o nel piccolo villaggio (che differiscono solo per numero di abitanti),  annega sempre nel mezzo biccchiere della sua presunzione cosmica. Vuole annientare la famiglia, la santità e la tutela dei minori, vuole scarabocchiare una nuova sessualità, vuole tracciare nuove strade nella nebbia culturale e filosofica che lo circonda, sogna di rendere libero un mondo che lo sarebbe se solo egli non esistesse così come è. Il Dittatore di C. Chaplin è stato un geniale ed illuminante affresco che può fungere da carta di identità per la quasi totalità dei piccoli totalitari travestiti da alberi del male piantumati in ogni dove. Non è facile specchiarsi e non desiderare di frantumare, con lo specchio,  l’ immagine riflessa. La via del riscatto può essere solo individuale e per questo ancor più impervia e dolorosa.

ANIMA AL 99%.

Se il corpo umano è costituito quasi esclusivamente da acqua la sua esistenza, il suo significato e le sue finalità, poggiano quasi totalmente su una dimensione spirituale che sfugge alla comprensione dell’ umanoide  tutto stomaco ed intestino.  Sulla base di questo assunto, per altro dimostrato, dal “peccato originale” in poi, dalle terrene e materiali gesta di cui si è orgogliosamente cinto il cranio l’ homo erectus, ho provato a pormi una domanda dal sapore quasi primordiale: perchè esistono  i brutti e i belli, i malati e i sani, i cattivi e i buoni, i cretini e i geni? Da essa scaturisce una prima sensazione di ingiustizia cosmica che pare bocciare in toto il progetto della Creazione e le sue misteriose implicazioni, tanto che, come bambini nella fase animistica, ce la prendiamo con lo spigolo del tavolo che ci ha “fatto la bua” sulla fronte. Così Dio e la Creazione diventano cattivi come quel tavolo e unici responsabili del disadattamento di cui soffrriamo. Superata però la prima reazione infantile e messo a tacere il vizio di giudicare sbagliato ciò che non ci soddisfa, ho deciso di riconoscere che ci debba essere una ragione che spieghi tutte queste disuguaglianze, e che vada oltre la casualità biologica e genetica. Il problema è trovarla ma vale la pena provarci. Stabilito che nulla del Creato sia fine a sè stesso ne deriva che  anche  (non soprattutto!) l’ umanità esista per qualche ragione superiore alla sua breve parabola esistenziale, e dunque partiamo da un’ altra domanda, che potremmo definire come la sorgente di qualsiasi pensiero: perchè esistiamo?  Per non annegare nell’ arcipelago delle domande fingiamo di avere una risposta: perchè siamo parte di un progetto Divino che mira a ricondurci al nostro iniziale stato di “creature spirituali” da noi ripudiato ed abbandonato attraverso l’ allegorico “peccato originale”, cioè la disobbedienza e l’ atto di superbia originali verso il Dio Creatore.  Accettare, anche solo per ipotesi, questa risposta ci permette di sollevarci al di sopra della palude scientifica che in sostanza pone l’ umanità e tutti gli esseri viventi allo stesso livello delle pietre, dando ad essi una comune valenza esclusivamente “evolutiva” e casuale, individuando nella mente “ragionante” dell’ uomo la sola divinità esistente. Ma che l’ umanità non abbia nulla di divino lo certificano, ad abbuntantiam, guerre, campi di concentramento, e la violenza che traspira, iniseme al sudore, dai pori della sua pelle qualunque ne sia il colore. Quindi, con il permesso di atei e scientisti dalla bocca sempre piena di sentenze e presunzione, proviamo a sentirci un po’ meno il centro di tutto e ragioniamo. Se la vita fosse una sola e biologicamente casuale come dicono costoro allora sì che le diversità di aspetto fisico, di durata dell’ esistenza e perfino la collocazione geografica (è diverso nascere a Parigi dal nascere nel deserto del Gobi?) parrebbero un’  ingiustizia suprema. Ma se invece ogni creatura avesse un percorso di vite da compiere per ritornare ad essere ciò che Dio aveva creato allora tutto rientrerebbe in un contesto comprensibile fatto di riscatti e ricadute giustificabili in un’ ottica universale e non nel breve, a volte brevissimo, volgere di una sola vita. Se supponessimo che ad ogni anima corrisponda il corpo giusto non sarebbe più un mistero “casuale” la bruttezza totale, cioè ben oltre i canoni estetici, ad esempio dei dittatori, degli sterminatori di popoli. Se gli occhi sono lo specchio dell’ anima e da essi traspare molto più  di quanto consenta una accurata anamnesi scientifica, ancor di più è il corpo ad esserne lo specchio, a tracciare la filiera  che sta riportando a Dio quella stessa anima. Detto ciò non appare assurdo pensare ad una evoluzione attraverso tante (quante è proprio difficile dire) vite nelle quali la stessa anima sia stata ospite di un corpo raccapricciante, di uno bellissimo, di uno dilaniato da malattie e così via. Il corpo ed il Karma che lo accompagna possono essere due indicatori dello stato dell’ anima, della distanza da quella condizione spirituale che rappresenta il suo punto d’ arrivo. Una delle conclusioni a cui si può arrivare è dunque che il corpo sia costituito al 99% dall’ anima, della quale esso è rappresentazione visiva totalmente inconsapevole.

CRETINI ADVERTISING.

Ogni tempo ha la sua Pubblicità. Al nostro è toccata quella servile ed omologata al politically correct che ne ha fatto un megafono della dottrina più livellante in basso che la civiltà (?) abbia mai conosciuto. A causa di questo asservimento la defunta arte pubblicitaria è diventata strumento del potere perdendo, forse definitivamente,  la sua indipendenza ideologica, la freschezza annunciatrice della nouvelle vague sempre contrapposte al conservatorismo ottuso dello status quo, che l’ avevano consacrata nuova arte contemporanea. L’ advertising, prima di scolorirsi in leccapiedi del sistema ne era la spina nel fianco e la sua insaziabile ricerca del nuovo imponeva accelerazioni al costume e alla costruzione della persona con mente e mentalità autonome. Oggi la Pubblicità ha imboccato il suo viale del tramonto che, ineluttabilmente, sbocca nella piazza della normalizzazione di massa, rovesciando l’ equazione secondo cui prima essa distingueva e marcava le differenze mentre ora massifica e marca l’ omologazione. La Pubblicità impersonava lo spirito libero della  pecora nera, diversa dal gregge della cultura ufficiale color panna sporca, anima contro corrente e geniale anticipatrice sociologica (chi non ricorda il famoso slogan “…contro il logorio della vita moderna” lanciato quando sulle strade della giovane Repubblica “imperversavano” le prime Fiat 500?). Ora essa attacca i manifesti e distribuisce volantini come un avanguardista qualunque spingendo, da ex pecora nera divenuta cane da pastore, il grande gregge sui pascoli del politically correct. In questa sua metamorfosi involutiva ha mollato la non più attuale donna in carriera per prendere sotto l’ ala protettrice il dio del momento, il single, miracolosamente trasformato da idiota e accidioso abitatore del divano in casalingo da 10 e lode.  Ha abbandonato la coppia naturale composta da madre e padre (e moglie e marito) per narrare storielle di ex coniugi, finalmente sorridenti, insieme a non credibili pargoli benedetti dal divorzio e pronti per l’ anonima e deficiente dicotomia di genitore uno e genitore due.  Il cornetto gelato non è più l’ amuleto di amori estivi fra belle ragazze ed intraprendenti  “sciupafemmine” ma deve estendere la sua magia ad improbabili, patetiche e preconfezionate commediole spot omosessuali. Dunque anche la pubblicità si è convertita al nuovo verbo del non genere e presto vedremo lo spot che narrerà dell’ amore “nuovo e diverso”  fra un tavolo e una sedia, fonte generatrice di innumerevoli sgabellini. Ma essa oltre ad omologarsi al mortale morbo del politically correct rivendica una propria “idiozia” specifica e peculiare, esaltata da quello spot che racconta di donne incontinenti (giovani e belle per altro) impossibilitate perfino ad utilizzare l’ ascensore perchè portatrici di olezzi non proprio da profumeria. La mente che l’ ha “ideato” dovrebbe avere una struttura a labirinto da cui discende una visione malata e orientata della realtà perchè per “puzzare tanto” non possono certo bastare alcune gocce di incontenibile “pìpì” ma occorrerebbero giorni di latitanza da docce e civiltà, ormai presenti solo in accampamenti etnici ben noti e ancor più ben protetti politicamente (che sia un richiamo subliminale a non storcere più il naso quando si incontrano determinati soggetti per strada?) Ormai la donna, secondo l’ advertising, è solo quella piena di smagliature, cellulite e, appunto, incontinenza,  mentre la dentiera è democraticamente ripartita fra cinquantenni di ambo i sessi e la sordità resta  appannaggio esclusivo del maschietto precocemente nonno. Infine la missione “no racism” rappresenta la punta di diamante dell’ azione normalizzatrice dell’ advertising. Non c’è più spot, a prescindere dal prodotto, che non preveda la presenza multirazziale per cui la classe elementare risulta indoafricana, l’ amica del cuore è del Gabon, il neolaureato (rigorosamente di corso laurea breve) è congolese, cinese o pakistano. Il pennello ideologico imposto dal politically correct alla Pubblicità, ha dunque dipinto un quadro a due tonalità fisse: montascale, dentiere, pannoloni e apparecchi acustici  sono reclamizzati esclusivamente dalla razza bianca cioè da un mondo destinato (faccio i miei scongiuri più sentiti e toccati) a scomparire mentre feste in spiaggia, imprese sportive, sorrisi, futuro e un infinito orizzonte, sono feudo di etnie politicamente emergenti. Urge spiegare a chi ha il dovere di non vendersi, per un misero piatto ideologico di lenticchie all’ attuale peggior offerente, che la Pubblicità deve essere strumento di crescita sociale e non semplice e volgare utensile di persuasione politica.

LA SECONDA PELLE BASTARDA.

Dio, attraverso madre natura, ci ha creato nudi, avvolti cioè nella pelle universale uguale per tutti salvo sfumature di colore che oggi danno da mangiare (lautamente) ai paladini di un antirazzismo di facciata, per altro smentito dall’ autentico razzismo che i medesimi nutrono verso chi non accetta la loro ideologia dell’ appiattimento sociale e culturale. Questa nudità naturale ha rappresentato, dall’  inizio del tempo,  il bersaglio di una sorta di sociologia dell’ esclusione contro cui ha scagliato  pietre, morali e non, da opposti versanti aventi però ben chiaro e in comune l’ intento del controllo dell’ umanità.  Sono così nate, da tempo immemorabile, le Divise, veri e propri indici di status sociale e dunque di potere e di appartenenza alla nomenklatura, autentica gerarchia sociale nata già prima che dalle caverne l’ homo erectus passasse sulle palafitte e mantenuta fino alle attuali caste e società civili. L’ essere umano non è ciò che la sua pelle racchiude ma quel che sulla stessa si stende per conferirgli una nuova natura ed un più “alto” lignaggio. L’ impero della divisa spazia dall’ eternamente infantile mondo militare a quello religioso che fa dell’ uguaglianza di tutti i figli di Dio la propria bandiera, salvo poi “gerarchizzare” tale uguaglianza secondo ricche sete porpuree e ruvidi sai, da quello giudiziario a quello sanitario, demandando a toghe e camici il compito di qualificare il grado di importanza di chi li indossa. Sociologicamente la divisa appare come l’ intercapedine che impedisce all’ uguaglianza naturale epidermica di generare il corollario di una uguaglianza sociale, politica e religiosa. La tristemente famosa espressione del gergo burocratico “lei non sa chi sono io” sottende una diversità razzista pretesa in modo particolare dai così detti antirazzisti. In base alle divise, intese in senso lato come status, fino al concetto estensivo di ruolo, gli esseri umani sono costretti a vivere in sistemi o società civili, fondati su rapporti di forza, di autorità, di rilevanza sociale. Non esiste la società umana ma quella definita “civile”, regolata non da battiti di cuore, da emozioni, da paure e sogni, ma da codici comportamentali, da cariche pubbliche e da figure create e sostenute proprio da coloro che poi ne subiscono il potere. E’ il massimo grado di alienazione sociale raggiunto dall’ indigeno il quale da un pezzo di legno ricava il totem e poi ad esso si postra in adorazione. E’ la stessa alienazione sociale del cittadino che con una croce sulla scheda elettorale crea il suo totem  e poi l’ adora accettando di pagargli tasse inique e ubbidendogli ciecamente. E’ la stessa alienazione del soldato che, indossata la divisa, può uccidere diventando eroe quanti più propri simili stermina. E’ la stessa alienazione di colui che ostentando la divisa si sente forte e si aggira per le strade con atteggiamento di superiorità avendo ampia discrezionalità di “rappresentare” il potere della legge. La divisa sociale è quella seconda pelle bastarda che rende diverse le persone, è la frontiera oltre la quale la natura muore lasciando il posto alla dittatura delle regole che a sua volta rappresenta l’ antigene della Democrazia.  Tutte le Nazioni del mondo hanno le divise ma nessuna di esse ha mai raggiunto la democrazia e la libertà dell’ individuo.

ACCIDENTE STORICO.

La nascita è l’ episodio fortuito, incontrllabile ed imperscrutabile che assegna ad ognuno di noi esseri viventi (o morenti?) una certa vita piuttosto che un’ altra. Soltanto a posteriori cioè a nascita avvenuta possiamo gioire o recriminare per l’ accidente storico capitatoci. C’è chi è eternamente grato ai propri genitori per essere stato messo al mondo e chi maledice ogni giorno quella congiunzione astrale che l’ ha generato. Da parte mia potrei recriminare per non essere stato “assegnato” ad una stirpe monarchica oppure ad un casato di petrolieri, ma sono profondamente grato alla sorte per non aver avuto un padre che fosse cacciatore, politico o faccendiere al soldo della misera ideologia dell’ arrangiarsi. Solo immaginare una di queste “destinazioni” mi provoca brividi di ansia e disgusto e mi impone di “sacrificare agli Dei”, per dirla con Omero, per lo scampato pericolo. Ipotizzare infatti di essere figlio di un cacciatore del tipo di quelli che non si perdono una “eroica” battuta contro il cinghiale mi pone degli interrogativi drammatici che investono la sacralità del rapporto filiale e del rispetto dovuto, in ogni caso, alla figura paterna. Essere figlio di un individuo che trascorre giornate intere ad ululare per sentieri boschivi, ad emettere rumori vocali che evocano dialoghi gutturali fra primitivi cavernicoli prima dell’ avvento della parola, nell’ intento di richiamare i cani della muta e comunicare loro ordini, mi avrebbe spinto di certo all’ abbandono della casa genitoriale non appena compiuti i sei anni di età. Quale autorevolezza, quale respiro filosofico, quale ruolo o punto di riferimento avrebbe potuto avere per me un tale individuo?  Solo immaginare un dialogo con lui mi stimola il voltastomaco. Cosa avrebbe mai potuto insegnarmi oltre fare il “fracassone di battuta” e lo sparare micidiali fucilate contro una creatura di Dio indifesa? Mi chiedo se sarei mai stato capace di abbracciarlo, di stringergli la mano e sentirmi orgoglioso di un simile genitore. Conoscendomi posso rispondere, a me stesso e senza battere ciglio, un colossale no. Quindi ringrazio Dio per non essere capitato in quella, per me, sciagurata condizione esistenziale. Non meno tragica mi appare la sorte di essere figlio di un politicante di carriera. Un padre assente per definizione, un individuo che fa della “adattabilità e modificabilità” delle proprie “profonde” convinzioni la scialuppa di salvataggio sempre a portata di mano. Essere figlio di un padre che non c’è, di un uomo che si delinea e si dissolve nel volgere di campagne elettorali, che giura su valori come fosse una vestale ma che, come una prostituta, è pronto a barattare subito dopo se il prezzo gli sembra congruo, equivale ad avere un padre senza verità e, paradossalmente, senza bugie perchè ciò che rinnega non è mai esistito nel suo intimo. Il malcapitato, bene che gli andasse, assimilerebbe la sua camaleontica dialettica, imparerebbe ad essere sfuggente, sarebbe una pianta senza radici e con foglie rese sempre verdi dall’ opportunismo egoistico. Stringergli la mano sembrerebbe afferrare un pesce ed assumerlo ad esempio sarebbe come navigare con la bussola perennemente orientata verso il proprio tornaconto. Essere figlio di un politicante credo sia la condizione di orfano dell’ essenza genitoriale fatta di coerenza, di responsabilità, di affidabilità.   Un politicante, specie se cambia casacca di partito come si spera cambi i calzini, non sarà mai un faro che illuminerà la strada ai propri figli ma una luce artificiale abbagliante che li spinge fuori strada. Il modello faccendiere completa il trittico micidiale che, ringrazio Dio, mi è stato risparmiato. Questo è il manichino che non ha il cartellino del prezzo appuntato sulla giacca perchè per lui ogni cifra è buona. La sua leggerezza morale, superiore perfino ai vestiti che indossa, lo fa galleggiare nell’ anonimo mare dei reggistrascico, di coloro che trovano la ragione d’ essere nell’ applaudire a comando e nella assoluta dedizione passiva ai diktat dell’ ideologia “superiore” da cui traggono sostentamento e privilegi.  Sono indefinite espressioni  da compagnia tenute al guinzaglio ma che non fanno compagnia, solo corteo, codazzo e claque plaudente. Esserne figli spinge a scappare di casa, a cercare altrove esempi da seguire e soprattutto a verificare con ossessione che tracce di loro non si siano estese ad essi contaminandoli geneticamente.

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