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Eligio Bartoli
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Eligio Bartoli

Costume

FEMMINISMO MASCHILISTA.

“Eliminare le ombrelline o grid girl!” L’ ordine è partito dai capi della  setta  del femminismo maschilista i quali, nell’ intento ipocrita di punire i molestatori sessuali modello  Weinstein, riaccendono il rogo sul quale bruciare la donna “oggetto”.  In apparenza, e in ciò sta la miserabile ipocrisia, sembra un gesto in difesa della donna ma, in realtà, è la sempre più ossessiva paura del suo corpo ad armare la mano di questi “riformatori femministi” discepoli dell’ Inquisizione.  Fin quando la così detta morale sarà decisa, codificata e disciplinata (si fa per dire) dal maschio, sia esso sotto forma di prelato o, peggio, delle sue controfigure islamiche, sia sotto forma di buonisti idioti del politically correct, per la donna saranno guai. Lei sarà sempre il campo di battaglia politico, pubblico e privato, sul quale la guerra dichiarata all’ intelligenza non finirà mai. Che il maschio sia idiota inguaribile lo ha dimostrato la Storia e che tale idiozia egli la eserciti soprattutto in danno della donna è dimostrato dalla vita quotidiana in ogni angolo del mondo. Il maschio, con tonaca, toga, tessera politica o semplice qualifica di marito, si arroga il diritto di decidere cosa la donna possa o debba fare, quanto lunga possa o debba essere la sua gonna, quanto e quando lei debba essere disponibile ai suoi capricci sessuali.  Lo stesso maschio di cui sopra si illude di curare la paura, che lo ossessiona, del corpo della donna oscurandolo, coprendolo o addirittura eliminandolo. E’ pietoso e idiota quando si scaglia, lancia in resta, contro la donna, contro un universo che non potrà mai capire vista la sua incolmabile inferiorità intellettuale.  Questi miserabili moralisti sono gli stessi che, in privato e spesso in incognito, si aggirano bavosi nei locali  della lap dance, usano prostitute minorenni, frequentano le deviate sponde del sesso non disdegnando anche di farsi frustare il deretano da amazzoni in pelle e borchie. Non se ne può più di questi predicatori moralisti viscidi e maniaci. La liberazione o la semplice emancipazione della donna non sarà mai data dal divieto di mostrarsi ma dalla eliminazione sociale e intellettuale di questi feticci autoritari, primitivi e ignoranti.

PAPA … BIOLOGICO.

Qualcuno si era illuso che la misura delle esternazioni papali fosse colma ma, purtroppo, non è così e l’ ultima, in ordine di tempo, sul così detto accanimento terapeutico ne è la dimostrazione. E’ di ieri l’ intervento “dottrinale” in materia di cure sanitarie e limiti delle stesse secondo l’ ottica di questo Papa che, come mai nessun altro prima, sta provocando uno storico allontanamento della gente dalla Chiesa cattolica.  Dunque, secondo il “compagno” Bergoglio, ci si deve astenere dalle pratiche terapeutiche che superano il limite di proporzionalità con  i vantaggi da esse ottenuti.   Siamo alla pazzia pura! Siamo nel caos discrezionale che ogni medico, infermiere e portantino potranno liberamente  cavalcare decidendo in base al loro personale giudizio di proporzionalità. Le platee dell’ eutanasia non aspettavano altro che questo intorbidimento dottrinale delle già agitate acque per pescare con la rete della demagogia atea. Bravo Bergoglio! E’ drammatico constatare che un Papa non sia consapevole del fatto che una volta intaccato un Princìpio si libera il più terrificante relativismo. Se la vita è sacra, inviolabile e non negoziabile per il princìpio fondante la civiltà non si può affermare, con esternazioni da bar dello sport, che però esiste un limite a ciò. E’ da idioti e da irresponsabili disarmare il Princìpio e armare la mano di tanti Menghele i quali, posti nella possibilità di decidere della vita di altri, possano decretarne la fine sia per motivi economici, politici o di semplice esercizio del potere.  “Tanto ormai è vecchio” o “tanto ormai è inguaribile” saranno le parole d’ ordine per i troppi discepoli di Ippocrate, già privi di cognizioni spirituali, di umanità e carità cristiana, che vengono abortiti (non partoriti) da una “skuola” materialista, atea e di sinistra. Questo papa “biologico” simpatizzante di Castro e del mondo islamico, si è preso la responsabilità di sciogliere le mani ai Robespierre in camice bianco.  Questo Papa, che ha alleggerito il peso religioso delle devianze sessuali quasi sdoganado l’ omosessualità e con ciò bestemmiando contro la Creazione Divina della donna e dell’ uomo, quali fonti uniche e complementari della famiglia, oggi si arroga il diritto ecumenico di cancellare il limite etico oltre il quale si diventa assassini. La vaghezza di questa sortita, malata di protagonismo, è il punto più basso sia teologicamente che di mera applicabilità. Come si può arginare una volontà assassina (insita nel genere umano) con il fumoso concetto di proporzionalità?  Forse sostituendo lo stetoscopio con al calcolatrice? Invece di formare religiosamente al rispetto della vita senza limiti ed aiutare il malato a vedere nel suo male una prova di riscatto chiesta da un Dio, solo apparentemente crudele, questo Papa, ormai in confusione teologica, stabilisce un “limirte proporzionale” alla “sopportazione” del volere “incomprensibile” Divino. Quanto sta accadendo nella Chiesa fra pedofilia, omosessualità dilagante, figli illegittimi disseminati come benedizioni urbi et orbi, trova in questo Papa la sua icona materialista e secolare, la rappresentazione plastica del primato del corpo sull’ anima e della vita terrena sulla vita dopo la morte. San Pietro ha voluto morire capovolto per ispetto di gesù, questo Papa ha capovolto la frase più grande del figlio di Dio e ogni giorno afferma che “di solo pane vive l’ uomo”. L’ anima può andare a farsi benedire da un’ altra parte.

REPETITA JUVANT.

Lo dicevano i latini e la miserabile deriva, dettata dal politicamente corretto e omosessuale alla pubblicità commerciale, lo impone allo scopo di raggiungere i tanti che ancora non hanno compreso le tragiche finalità della insensata rincorsa gender.  Accade ancora. E questa volta è una nota bibita americana, che mi vanto di aver da tempo eliminato dal mio parco bevande presieduto in massima parte da acqua pura e semplice, a lanciare lo spot ideologico-buonista teso a far considerare normale e naturale ciò che non lo sarà mai: l’ omosessualità. Narra, tale spot, di un aitante macho intento a pulire una piscina privata e oggetto delle mire sessuali degli abitanti della casa. Ad una finestra è affacciata, e affascinata dalla visione, la figlia adolescente mentre ad un’ altra è affacciato, con il mento voluttuosamente appoggiato sul dorso delle mani intrecciate e con espressione sognante, il figlio adolescente anche lui ma vistosamente omosessuale. D’ improvviso i due scattano all’ unisono verso il frigorifero, prendono la nota bibita e si precipitano, cercando di superarsi, verso il macho per deliziarlo e conquistarlo. Purtroppo per i due (o le due?) il terzo incomodo (la mammina solerte e disponibile) li ha bruciati sul tempo e, in ovvia assenza di un marito,  raccoglie il frutto desiderato. A parte la misera trametta, il miserabile messaggio che si intende trasmettere alla gente, con l’ ennesimo spot filo omosessuale, è la normalità della omosessualità, il suo sdoganamento nella famiglia e quindi nella società. Dove sono finiti quei padri inferociti e vergognosi allo scoprire che i loro figli, eredi del nome, del blasone e della mascolinità, sono invece delle mammolette? Spariti! Cancellati per decreto, perchè essere omosessuale è bello ed edificante, è la terza palla dello stemma araldico di ogni famiglia, che se non ha in casa una mammoletta o una lesbica non è a la page non è in. Di contro le mammine del miserabile politicamente corretto contendono il maschio di turno non più solo alle figlie ma anche al pederasta di casa riducendo la famiglia ad una squallida succursale di Sodoma e Gomorra. Ormai l’ omosessuale, il popolare finocchio, è diventato il prezzemolo sociale, lo ritrovi dappertutto e fra poco anche nello spot per tamponi mestruali.   Repetita juvant! Ed io che sono un partigiano della lotta contro la sinistra e le sue miserabili mire gender ripeto, alzando il tono delle parole, che la distruzione della famiglia, dei sessi, della società civile, è un abominio del tutto identico a quello nazista della razza ariana. L’ apologia della omosessualità, già sconfinata nella folle “scelta” del proprio genere anagrafico, è l’ ultimo gradino di una scala di disvalori che porta nell’ abisso della deresponsabilizzazione dell’ individuo e del rifiuto di un ordine naturale, al fine di farlo smarrire spiritualmente e poterlo dominare drogandolo con eroina e ideologia comunista. Da difensore della cultura, della libertà e della eterosessualità esorto tutti a smetterla di bere fandonie buoniste, false libertà dall’ essere donne e uomini, velenose e fatali più della cicuta con cui i pre-comunisti eliminarono Socrate. L’ Universo è eterosessuale,  l’ ignoranza no.

LA DIVINA TRAGEDIA.

 La vita inizia (a finire) con la nascita, evento che ci apre le porte del vero e unico Inferno che esiste: la vita terrena. Dante Alighieri lo aveva immaginato come mondo extra terreno, destinato ai malvagi post mortem, seguendo lo schema scolastico clericale della vita unica alla fine della quale ci sarebbe il castigo, appunto l’ Inferno, o il premio. Povero Dante! E poveri tutti coloro che, come scriveva Cecco Angiolieri, sono “imbrigati” dal Papa e, come dico io, soffocati dalle vesti porpuree che negano la verità per “governare” a loro piacimento i crucci dell’ anima. L’ Inferno è qui! E’ la vita terrena che fa di questo mondo il luogo della più dolorosa Divina Tragedia. Esso non è un castigo post mortem ma castigo preventivo che la vita è chiamata a patire per raggiungere la purificazione. Non si va all’ Inferno dopo una vita malvagia, sarebbe il luogo più affollato dell’ Universo, ma ci si arriva per nascita e  ci si ritorna, rinascendo ancora dopo una vita sprecata, sotto nuove spoglie per cercare la via della luce. D’ altra parte che questo mondo sia da sempre luogo di violenze, di genocidi, di campi di concentramento, e che i suoi ospiti siano nella loro maggioranza espressione di cattiveria assoluta, di crudeltà senza limiti e di infinito egoismo, è novità solo per i buonisti idioti e per i furbetti ideologici.  L’ Inferno è qui! E’ questo luogo maledetto nel quale si consuma la pedofilia, si stuprano le donne, si crocifiggono persone e figli di Dio.  L’ Inferno è la patria delle guerre, del comunismo e del nazismo, delle religioni false e bugiarde quanto i loro miserabili professionisti. Dio è sull’ altra sponda dell’ Universo, Egli è tutt’ altra cosa rispetto alle religioni carnevalesche che pretendono di rappresentarlo. Egli non ha le mani viscvide dei pedofili clericali e non. Non ha la voce dei capi bastone politicanti, dei miserabili dittatori rossi o neri. Con Lui il filo spinato nazi comunista non regge. Il Suo silenzio vince il frastuono delle balle politiche e religiose, sempre alleate nella guerra contro l’ anima e l’ individuo libero. L’ Inferno è qui. E’ in questa misera palude dello Spirito  dominata da “alte cariche dello Stato e della religione”.  Da tutti questi discepoli di Lucifero che vestono abiati talari, uniformi militari, toghe giudiziarie e “grigi abiti” istituzionali. Dante, nel suo Inferno ha incontrato il Conte  Ugolino ed altre anime dannate. Gli sarebbe bastato scendere, come forse ha fatto traendone ispirazione, nelle vie di Firenze o di qualunque altra contrada per vederne tanti in carne ed ossa. A dispetto delle chiacchiere clericali non dobbiamo avere paura di finire all’ Inferno, ci siamo già e ci ritorneremo se non porremo la nostra anima al di sopra dell’ intestino. Pregare e restare uguali non serve a salvarci dal ritornare in questo Inferno pieno di Preti, di politicanti, di alte cariche dello Stato, di comunisti e nazisti, di pedofili e omosessuali. La sola preghiera gradita a Dio  è il rispetto per l’ anima, per i propri simili e per tutte le creature che ci ha donato. Tutto il resto è liturgia da sacrestani e da furbetti ideologici Papi o non che siano.

SOCIOLOGIA DELLA MORTE.

Secondo la “filosofia del teatrino”, ispirata e voluta dal disfattismo sociale, morale e spirituale che è alla base della follia comunista, non c’è civiltà senza eutanasia. Non c’è civiltà senza il diritto, a volte capriccio, alla fuga dalla vita. Analizzando le “grandi idee innovatrici” della sinistra si evince come  esse passino tutte attraverso la formulazione e la esaltazione di disvalori, la negazione della responsabilità morale e spirituale dell’ individuo, che essa concepisce solo come insieme acefalo e massa priva di autonomia intellettiva. La strada esistenziale indicata alle masse politicamente lobotomizzate per raggiungere la “libertà totale” è lastricata di morte, da dare agli altri e a se stessi:  aborto inidscriminato, infedeltà come indice di primato evolutivo, uccisione della sessualità attraverso il trionfo del non sesso, manipolazione infantile a scopo “gender” e infine eutanasia quale estremo gesto di autodistruzione camuffato da diritto di autodeterminazione. Tutto ciò deriva dalla esigenza primaria della sinistra: un popolo, una massa ignorante, spaventata,  moralmente  vile e priva di spiritualità, che si faccia condurre docilmente al guinzaglio ideologico, che non sappia fare i conti con la vita, con il suo significato spirituale, con la sua essenza e le sue finalità. Tutto deve ridursi ad un empio pasto esistenziale fatto di pseudo diritti materiali i cui piatti forti  sono la totale inconsapevolezza e irrilevanza spirituale conditi da totale sudditanza al pensiero unico ideologico di sinistra. Certo, soffrire non piace a nessuno. Specialmente quando si è di fronte a patimenti indicibili causati da malattie progressive e, attualmente, incurabili è facile, quasi naturale, perdere la ragione e farsi portare alla deriva dalle sirene liberatorie dell’ eutanasia.  Le povere anime, i cui corpi sono colpiti dal male, si assottigliano schiacciate dal peso, umanamente insostenibile, di esso. Ed il corpo, già di per sè fragile e caduco, rimasto solo contro il male non vede che la fuga dal dolore e dalla sofferenza come unica via di salvezza. Il suo orizzonte esistenziale coincide con l’ angusto perimetro di una stanza dentro la quale vivere diventa morire troppo lentamente. Il corpo diviene così facile preda del materialismo esistenziale: se non puoi godere, fare e disfare, perchè restare in attesa di morire? Intorno a quei letti di sofferenza si levano alte le nenie dei riti tribali che invocano la morte liberatrice cancellando le tenui voci di chi amorevolmente assiste, purtroppo lasciato solo da un sistema sanitario statale cinico e burocratico, quei corpi martoriati. Vale la pena di soffrire così tanto? Ce lo chiediamo tutti e tutti sembriamo orfani di una risposta adeguata, prigionieri come siamo di uno schema mentale meramente materialistico. E se provassimo a domandarci se ci sia un significato in quelle tremende sofferenze invece di considerarle solo il frutto di una roulette russa biologica fine a se stessa?  Se provassimo ad indagare quella realtà che inizia dove finisce la punta del nostro naso, chi potrebbe escludere che quelle sofferenze  abbiano un significato che, ovviamente, sfugge alla lente di rimpicciolimento materialistica e atea? Se ci ponessimo più spesso la domanda, che solo per il fatto di porcela già ci distinguerebbe dai sassi, quel “perchè nasciamo?” senza farci catturare dalla misera risposta atea “… per mangiare e digerire”, forse quelle atroci sofferenze, quel tremendo decadere fisico, ci potrebbero sembrare spiragli di luce che fendono il buio cosmico che ci avvolge. Non è facile. Tremo al solo pensiero di trovarmi a quel bivio ma mi chiedo: è forse meno insoppoprtabile, dolorosa ed inutile una vita atea trascorsa a digerire senza porsi domande e senza darsi risposte?

“SENZA OLIO DI PALMA” E SENZA VERGOGNA.

Ogni spot pubblicitario di ultimissima generazione riguardante dolci e biscotti ripete il mantra “senza olio di palma” con l’ ossessione tipica di chi ha improvvisamente riscoperto l’ America. Così, da un giorno all’ altro, i target consumatori scoprono una “verità” nascosta per decenni: l’ olio di palma sarebbe d’ un tratto un killer alimentare. Ma come, fino ad oggi figurava trionfante in buona compagnia di conservanti ed edulcoranti nella lista degli ingredienti con l’ imprimatur di grasso vegetale “protettivo contro tutto” ed ora, senza una spiegazione scientifica, senza il minimo accenno a mea culpa per errori trascorsi, diventa sibillinamente nocivo in totale assenza di specifiche e verificate “accuse”? E’ sufficiente ripetere come idioti “senza olio di palma” per conferire all’ ingrediente la qualifica di nemico della “nuova” alimentazione. La cretineria dell’ advertising colpisce ancora, come ha fatto con l’ altro slogan-mantra, tanto caro agli ambientalisti da pianerottolo e agli igienisti alimentari per sentito dire, “no OGM”. Senza il minimo dibattito o studio scientifico vengono ripresi questi slogans politico-alimentari e vengono “suonati” incessantemente fino a che le fragili meningi della coscienza collettiva non ne rimangono frantumate e tutti, come soldatini, all’ atto di acquistare un prodotto a ricercare la fatidica espressione “senza olio di palma”. E’ insopportabile essere presi per cretini da cretini forti soltanto di una furbizia “istituzionalizzata” dal politically correct, da questa cancerogena dottrina del dire senza dire e senza sapere ma sapendo bene di fregare i tanti ignari e creduloni. Siamo al paradosso pubblicitario per cui non avendo da enfatizzare qualcosa di nuovo nei prodotti si enfatizza la mancanza “miracolosa” di qualcosa che c’è sempre stato. E’ come dire al comsumatore: compra idiota, compra questa falsa novità come hai sempre comprato qualunque cosa ti sia stata  “consigliata” fino ad oggi.  Ecco, gli idioti siamo noi che non ci rivoltiamo contro i profeti del “senza olio di palma”, del “no OGM”, del “lavorare meno lavorare tutti”, del “tassa e spendi”.  Senza olio di palma e senza vergogna.

MINI GONNA MAXI DONNA.

Il corpo della donna, che è doveroso ribadirlo non è un corpo di reato checchè ne dicano i parrucconi di ogni clero o setta religiosa che sia, è sempre più il campo di battaglia sul quale si combatte la millenaria guerra fra civiltà e  ignoranza. E’ recente la notizia, apparsa su vari quotidiani,  del ferimento di una ragazza, colpevole di indossare la mini gonna, da parte del di lei fratello-padre-padrone-primitivo.  Episodi come questo denunciano, se ancora ve ne fosse bisogno, il livello di inciviltà che caratterizza ancora oggi il rapporto esistenziale fra la donna e il sesso maschile, poichè parlare di uomo quale sua controparte appare utopistico. E dimostrano quanto la donna resti confinata nel ghetto della “tutela sociale obbligatoria” da parte dello Stato, della famiglia-Stato e perfino dell’ economia. Mi astengo dal trattare le condizioni di vita della donna in quelle realtà dominate dalla spirale politico-religiosa rivelatasi nei secoli pozione socialmente devastante e velenosa, per non andare indietro nel tempo oltre l’ Età della pietra e mi riferisco invece al mondo che mi interessa, quello occidentale, capace se non altro di accogliere sparute avanguardie filisofiche che si battono per la liberazione dell’ individuo, non solo donna, dall’ ignoranza, dalla prevaricazione e dalla violenza sociale. E’ a questo Occidente ancora colpevolmente adolescenziale, immaturo ed ottuso, che urlo in faccia il mio disprezzo quando i suoi maschi padroni, privi di quoziente intellettivo, trovano il modo di rendersi protagonisti così miserabilmente. E’ a questo Occidente economicamente obeso e moralmente digiuno che rimprovero il persistere dell’ assenza di civiltà nei confronti della donna quasi fosse una forma di vita aliena, ad esso incomprensibile, capitata per caso sul nostro pianeta. Il dato drammatico è che sono tante anche le donne, o più propriamente persone di sesso femminile,  che odiano e non comprendono se stesse nelle società occidentali. Conosciamo bene le ragioni che hanno originato tale stato di cose ma è in quale modo sostituire con materia grigia il liquame che abbonda nel cranio di Adamo a rapprsentare la sfida, apparentemente impossibile da vincere, della civiltà contro l’ igoranza. Sono i suoi discendenti che tengono prigioniere le figlie di Eva, è l’ idiozia genetica del maschio che impedisce il rapporto paritario e dignitoso fra i due sessi. Quando vedo pensionati flaccidi e sdentati “rimorchiare” ragazze schiave che si prostituiscono, quando sento penosi vegliardi lamentarsi della vecchiaia e del declino fisico delle loro mogli, ignorando di essere loro stessi molto più malconci, capisco drammaticamente che il maschio ha pochissime speranze di diventare uomo. Un pò come accade a quei deficienti che giocano con il fucile  a fare i soldatini o i “rambo”nonostante per loro sia giunta l’ ora di fare pace con la vita e tentare di riscattare con una dignitosa vecchiaia un’ esistenza trascorsa restando bamboccioni idioti ed inespressi. Per queste teste vuote la mini gonna è un sogno erotico se ad indossarla sono le “altre” ma diviene simbolo del male se guarnisce le gambe e i fianchi  delle loro mogli-figlie-sorelle-madri tutte bisognose di tutela mascolina. L’ estetica, la bellezza e la libertà sono per le menti evolute che vivono un rapporto equilibrato con lo spirito, non sono certo per i masticatori inconsapevoli di vita, per i malati di ignoranza, per quelli che devono ghermire tutto ciò che vedono ma sono incapaci di guardare. Sono i brutti dentro e fuori che odiano la donna in mini gonna, sono come le suole delle scarpe che non distinguono un fiore dallo sterco e calpestano entrambi con indifferenza. Questi viandanti inconsapevoli, queste metastasi sociali albergano nelle aule parlamentari, in quelle di Giustizia, nei seminari ecclesiastici, nelle famiglie e nelle scuole, possedendo in comune mani e menti untuose che vedono il male ovunque e sporcano qualunque cosa tocchino.

CRETINI DI SUCCESSO.

Ho un’ avversione totale verso questa diffusissima sottospecie della razza umana. L’ ho maturata già fra i banchi della mia classe mista alle elementari fra i quali svolazzava il classico beota raccomandatello che faceva strage degli encomi a pagamento elargiti dalla maestra e dei cuori di quelle ninfette che, già in tenera età, avevano ben chiaro cosa fosse un buon partito idiota. Da allora ne ho incontrati a schiere e ne ho visti salire la scala sociale grazie alle doti innate di incapcità, scarsa intelligenza e aspetto fisico mediamente rivoltante. Per loro, per i cretini di successo, pare sia stato ribaltato l’ ordine naturale delle cose e grazie alla duttilità di coscienza, alla bavosa versatilità e alla mancanza assoluta di scrupoli, li si vede piazzati ai vertici politi e istituzionali come a quelli del giornalismo e dello spettacolo. Sono i cretini di successo, poco più che alfabetizzati, a condurre la danza pur privi come sono di ogni nozione “musicale e coreografica” di base.  La politica rappresenta il palcoscenico ideale per questi giullari disposti a tutto pur di fare facili guadagni e pur di soddisfare la loro sete di potere. Giurano e spergiurano con la naturalezza con cui (purtroppo) respirano. Sono inclini al tradimento ideologico, all’ opportunismo carrieristico e si passa dall’ essere loro nemici ad essere loro amici, e viceversa, in un batter di ciglia. Sono dotati di un fiuto particolare per il loro tornaconto e, flessibili come vermi, riescono ad introdursi in ogni pertugio così come ad uscirne. In “arte” si chiamano assessori, consiglieri, deputati, senatori, presidenti, ministri e primi ministri. Li si riconosce sempre dal loro aspetto grigio e vecchio anche a trent’ anni, odorano di ignoranza tutti alla stessa maniera, pontificano sul nulla che possiedono in abbondanza, al pari di pance prominenti, pelle flaccida e colli taurini. Si usa dire “faccia da prete” per descrivere un certo tipo ma si potrebbe dire anche “faccia da politicante” ed essere ancora più precisi ed incisivi di un bisturi. Il fenomeno è trasversale, direi super partes, ed accomuna peppono bolscevichi, sepolcri imbiancati moderati, podestà camerati e masanielli d’ assalto (al denaro pubblico) dell’ ultim’ ora, tutti nella stessa cesta dei panni sporchi ribelli ad ogni sorta di bucato. Il mondo è nelle loro mani e in tal senso la globalizzazione è sempre esistita già da secoli prima ancora che se ne coniasse il termine. Se la felicità è dei pazzi la celebrità è dei cretini di successo, i soli che possano garantire che il mondo non cambi mai, che regnino sempre ignoranza, guerre, fame e povertà. Esistono (purtroppo) per questo e sono imbattibili qualunque sia la loro razza o credo religioso: metastrasi trasversali non estirpabili.

VITA O MORTE PROGRESSIVA?

Quando si nasce (o si comincia a morire) si è spinti da forze sconosciute che dettano imperativi biologici in grado di far sopreavvivere organismi totalmente indifesi e non autosufficienti.  Già questo meccanismo naturale introduce elementi soprannaturali e spirituali idonei a chiudere la bocca, sempre spalancata come le finestre di una casa abbandonata, ai super geni dell’ ateismo, specialisti nel negare ma tetraplegici nel proporre.  Dunque la domanda che scavalca le barricate ormai superate dall’ evoluzione del pensiero filosofico postivo non è più se si venga al mondo per una sorta di genesi scientifica o per Mano Divina data l’ evidenza, anche per i sassi, della seconda ipotesi ma, più profondamente, se nasciamo o invece cominciamo a morire. Di primo acchito parrebbero la stessa cosa,   un po’ come l’ immagine rovesciata allo specchio e l’ originale ma, raschiando con l’ unghia della curiosità cognitiva, emerge subito l’ abissale differenza fra le due alternative. Intanto nascere introduce il connotato di evoluzione, sia biologica che spirituale, la tendenza all’ essere e al significare in funzione di un progetto che va oltre la propria persona. Nascere come inizio di un itinerario la cui meta è la ragione stessa del nascere, visto in un divenire di natura e spiritualità, di corpo e anima. In quest’ ottica la vecchiaia, quale decadere fisico, appare la risposta, netta come uno schiaffo, agli atei adoratori della divinità Scienza creatrice della casualità chimico fisica. Se fosse per questa che esistiamo la triste parabola dell’ invecchiamento non avrebbe senso poichè tutto sarebbe regolato dal caso originale, da una immutabile combinazione di fattori biologici che, accidentalmente e inconsapevolmente, avrebbero creato la vita. Accettare l’ ottica del nascere significa vivere cercando di nobilitare il corpo con una dose di spiritualità che non significa necessariamente fanatismo ascetico o ignorante fuga dal corpo e dalla sua naturalità. Mentre accettare la nascita come inizio di una morte progressiva vuol dire seguire passivamente un evento biologico il cui orizzonte esistenziale non va oltre gli istinti della fame e della sete. Nascere è sentirsi parte di un universo popolato da altre creature e rispettarne la vita come fosse la propria. Morire progressivamente è considerarsi il centro di un universo da depredare, da divorare, da sottomettere, da usare e gettare a proprio irresponsabile piacimento. E’ in sintesi la cultura della vita contro quella della morte. Se si nasce non si uccide, non si ruba, non si incendia, non si spara, non si stupra. Si è scienza e coscienza, si è autentici individui con l’ anima presente nella mente e nel cuore. Se si muore a partire dalla nascita si è materia indefinita, magma distruttivo ed insignificante una volta raffreddato, orgoglioso solo della fetida scia lasciata al proprio passare insieme al male arrecato. Nascere come prospettiva umana, filosofica e spirituale dunque, e morire dalla nascita come assenza di prospettiva, di valore, di significato e di finalità. Venire al mondo è facile e possibile a tutti, saperci stare e conferirgli dignità è riservato a pochi.

LA DITTATURA DEL “DOVE”.

La derelitta e quasi dimenticata lingua italiana è vittima di continue aggressioni lessicali, grammaticali e idiomatiche, strettamente connesse e funzionali alla de-italianizzazione etnica voluta dall’ Internazionale del politically correct. La cancellazione del latino quale base culturale dell’ Italia, che a sua volta ha implicato la cancellazione del pensiero di filosofi, oratori e di memorabili loro pagine, dal bagaglio di conoscenze fornito dalla scuola, ha causato la necrosi  del nostro idioma ed il trionfo di terminologie e neologismi stranieri soprattutto di matrice anglofona. La tecnologia delle comunicazioni ha poi dato il colpo di grazia alla lingua più bella, difficile e completa che esista al mondo, la quale, poverina, non trova spazio nelle sigle, negli acronimi e nelle abbreviazioni  che hanno schematizzato l’ arte oratoria riducendola ad un concerto di rumori gutturali di cavernicole rimembranze. “Ignorante è bello” sembra essere oggi l’ unità di misura culturale e grammaticale. Il parco vocaboli personale non deve superare poche decine di unità pena il perdersi nel mare oratorio, inteso dall’ inclita come minaccia alla sua limitata capacità di apprendimento e comprensione. In questo decadentismo della parola spicca il recente fenomeno dell’ avverbio di luogo “dove” che, nel parlato quotidiano, è stato “promosso” ad espressione universale sostitutiva di nel quale, in cui, nella quale, etc. etc. Perfino illustri firme giornalistiche ne fanno un uso  indiscriminato in tal senso flagellando la lingua italiana con la clava dell’ ignoranza da laurea breve. Ascoltare interviste di politicanti, di giullari e guitti,  di campioni sportivi e di icone televisive, diventa il festival del dove improprio e ratifica la sua dittatura lessicale. Ormai tutta l’ Italia dice “dove” in luogo di in cui: l’ avvocato e il giudice durante il processo “dove” sono riportati atti; il prete nella messa “dove” è riportata la parola di Dio; il politicante nell’ economia “dove” si vedono segni di ripresa; il docente nei programmi di studio “dove”, a sentire lui, è garantita la sapienza. Innumerevoili sono gli scempi causati dalla dittatura del “dove”, innocente avverbio di luogo orrendamente utilizzato fuori luogo da un’ italia ignorante, arrogante ed analfabeta, che si trogola nella brodaglia del multiculturalismo, nella ricerca della facile felicità attraverso la de-responsabilizzazione garantita dal diritto ad ogni diritto e contestuale rifiuto del dovere, nella autanasia, nella pedofilia, nel rifiuto della propria natura nella quale, anzi obbligatoriamente “dove”, risiede la mancanza della libertà di autodeterminazione biologica dovuta all’ insopportabile dicotomia femmina-maschio decisa da altri.  l’ Homo non più Sapiens si getta nelle braccia di un “dove” universale che ha contagiato anche i templi della cultura come l’ enciclopedia Treccani o l’ Accademia della Crusca ormai unicamente impegnate a legittimare linguisticamente, i “doviani” direbbero sdoganare, termini inventati dall’ ignoranza di uso comune per poterli riportare nelle nuove edizioni del dizionario e non a difendere lingua e cultura italiane dalla calata dei nuovi Lanzichenecchi “dove” (non all’ interno della quale) c’è la fine di una civiltà linguistica durata oltre duemila anni.

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