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Cinema e teatro

KAPO’, IL NAZISMO AL FEMMINILE.

Quando si rivede un film a distanza di tanti anni è come ritrovare vecchie foto di noi stessi e scoprire che in realtà non si è stati poi così belli o così brutti come si ricordava. Rivedere Kapò oggi  paradosdsalmente proietta la sinistra luce di quei tragici  e miserabili anni sul presente, mostrando analogie insospettate,  e suscita sensazioni nuove ed ancor più fastidiose. Per chi come me è cresciuto nella convinzione che la donna fosse la metà sana della mela, il solo motivo che potesse evitare di mandare al macero l’ intero “raccolto” umano mondiale, la sola speranza di crescita dell’ uomo, rivedere Kapò e prendere coscienza del fatto che sia esistito anche un nazismo operativo al femminile nelle forme abbiette tipicamente maschili, è una frustata in faccia quasi fatale al più resistente ottimismo esistenziale. Con il senno di poi cioè con quel poco che si acquisisce nel tempo a forza di vivere, (o di non morire) si rivede quel film e si perde definitivamente la fiducia nella vita. Perchè se è vero che la guerra è da sempre il triste gioco di Adamo  e la massima dimostrazione della sua pochezza, vedervi partecipare attivamente la donna, non con la divisa della Croce Rossa, ma con i  panni sudici di abominevoli torturatrici e guardiane della follia nazista, ha l’ effetto tetro della pietra tombale che si chiude sul sarcofago lasciandolo al buio eterno. La “rilettura” del film, quando si è alleggeriti del peso della superficialità di giudizio giovanile, prostra lo spirito combattente degli ideali dei quali la donna è soggetto ed  oggetto a mio parere insostituibile. A questo punto tirare una linea di congiunzione fra la donna Kapò e alcuni modelli di donna di questa nostra società, che non esito a definire post- valoriale, risulta tristemente automatico. Se per le Kapò valevano la follia ideologica o l’ opportunità di far passare la guerra stando nel ventre protettivo del potere mettendo a tacere qualsiasi richiamo della coscienza, per le NON donne di oggi valgono l’ opportunismo economico,  la stessa bramosia di potere che divora la sempre più a buon mercato carne maschile, e quella sotterranea, inconfessata tentazione di imitare il sesso pseudo forte nella illusione che ne derivino gli stessi privilegi. Si passa così da una complementarità fra donna e uomo ad una intercambiabilità che ne fa insignificanti repliche di genere, per usare l’ orribile gergo dell’ ancor più orribile politically correct. Le donne di inizio ‘900 erano coerenti e compatte nel rivendicare il loro legittimo spazio nella società, ma uno spazio al femminile non un surrogato manieristico del maschio. Oggi quel tal tipo di donne, come fecero le Kapò, sfilano  indignate  soltanto se l’ ordine proviene da una certa parte politica ma non si è visto un solo corteo spontaneo, nè di streghe nè di semplici autentiche donne, contro l’ eccidio quotidiano di esse ad opera degli idioti figli di Adamo, mariti, amanti o compagni che siano. Mentre nel tempo passato  le giovani e belle subivano il martirio di matrimoni combinati con attempati o vecchi detentori del potere economico, oggi sono loro, le giovani e leggiadre tanto amate da Cecco Angiolieri, a gettarsi fra le loro flaccide braccia investendo sul temporaneo e richiestissimo capitale di un bel corpo. Donne in politica che, come le Kapò, bastonano la condizione femminile pensando che a riscattarla basti promuovere il nuovo modello di donna lesbica e single, perciò affrancata dall’ uomo. C’è da augurarsi che anche nella realtà giunga presto la fine del film con il riscatto umano e spirituale di una stupenda Susan Strasberg che, finalmente consapevole di essere stata “fregata” da tutti,  lascia cadere a terra la zavorra dell’ opportunismo e rinasce come donna un istante prima di morire.

TEATRO DOVE SEI ?

Il fratello povero della Dea cinema ha sempre ricoperto ruoli di secondo piano nell’ arte della recitazione contemporanea. Ha rappresentato la nicchia snob di una ristretta cerchia di un pubblico preteso intellettualmente superiore e di attori, dichiaratamente autodefinitisi superiori rispetto ai loro colleghi del ciac. “Sì, ho fatto del cinema… ma il teatro è quello che amo davvero!” E’ la frase tipica di tante quasi soubrette, di tante quasi presentatrici di prima serata e soprattutto di tante divette che al primo calar della sera e al primo apparir di rughe, ripudiano l’ effimera arte del filmetto per diventare sacerdotesse del palcoscenico nobile. Ma dove è finito il teatro? Non potendo contare sugli effetti speciali da ipnosi collettiva e dovendosi alimentare con testi impegnativi nei quali ogni parola è una scultura fonetica, risulta necessariamente indigesto alle folle che adorano l’ ebete tormentone di moda. E poi Shakespeare e Platone hanno l’ insopportabile pretesa di costringere i neuroni ad esserci e a funzionare, e non è proprio il caso!  Inoltre il teatro giovane, contemporaneo, latitando l’ arte, si esaurisce come una bolla di sapone per lo più in serate monologo dove è imperativa la parolaccia strappa applausi e l’ introspettiva intestinale gradita e compresa da tutti. Oggi il teatro è questo: due ore a ridere come idioti nel sentirsi raccontare da qualche ispirato furbetto o ispirata furbetta del monologo sul caso limite. Non serve inventiva o capacità d’ analisi psicologica, basta ed avanza raccontare la giornata appena trascorsa, i suoi coatti e le sue coatte, alcuni dei quali diventano attori semplicemente salendo sul palcoscenico e avendo l’ unico merito di non vergognarsi della propria pochezza artistica.  Le fonti di questo pseudo teatro, i sacri testi, sono la pubblicità e l’ interpretazione demenziale di testi demenziali “pensati” in qualche garage adibito a camerino fra un bicchiere di birra e una siringa. D’ altra parte l’ Italia è sì la patria della cultura classica ma è anche la periferia culturale dove l’ arte e la scuola non si incontrano mai,  dove il 90% della popolazione ignora chi sia stato Esopo o Platone. Se il teatro è quella patetica vetrina di cariatidi in smoking e abiti da sera che sfilano solo per esserci e non per nutrirsi di testi con quali eccelse menti hanno disegnato l’ umanità, se oggi è molto più importante apparire che essere e la parola cioè è il pass partout di ogni conversazione, a cosa serve allora il Teatro con la T maiuscola? Meglio lo sballo, la sniffata e la risata ebete e sguaiata ma, è il comandamento, collettiva. Se la scuola forma analfabeti in tutto e quindi anche in analisi, autoanalisi e sintesi, quali speranze possono esserci per il Teatro?

CINEMA ADDIO.

Il dinosauro di celluloide tenta di resitere alla glaciazione della cultura che lo sta portando inesorabilmente verso l’ estinzione.  Il povero gigante di nome “Ciac!”  prova ad affidarsi alle sempre meno credibili storielle di invasori alieni, di catastrofi bibbliche, di guerre intergalattiche, fatte di effetti speciali, di fantasia digitale e di violenza autentica, che però finiscono per interessare solo i patiti di video games e i pronipoti di jeeg robot. Oggi il cinema è tutto quì. Non servono a dargli scosse vitali le penose storielle o pseudo psico drammi polpettoni coltivati nella serra ideologica del politicamente corretto e profondamente ipocrita che narra del piccolo universo omosessuale. L’ arte cinematografica fatta di idee geniali alla Hitchcock, di romanzi popolari neo realisti e di commedie intense come “Indovina chi viene a cena?”, pare ormai tramontata, dimenticata e sepolta sotto cumuli di pellicolette demenziali, prodotte ad uso e consumo del pubblico più abboccato e meno selettivo che esista, quello giovanile, che è ormai anche l’ ultimo acquirente dei biglietti di ingresso. Cosa fare per arrestare il declino e rivitalizzare il cinema? La moda-placebo in voga sempre di più, quello che chiamo l’ eventismo, invoca le capacità taumaturgiche dei troppi festivals del cinema  credendo nella magia delle sempre più irritanti e provinciali passerelle sull’ immancabile tappeto rosso di divi e dive ogni giorno di più non credibili. Questi cerimoniali sono i residui di una autocelebrazione non più praticabile, e il mito traballante della diva che catalizza attenzione ha bisogno di spalline che a comando scoprono un seno apparso già mille volte scoperto, o di trasparenze da spiaggia per tenere in piedi un carrozzone che ha perduto fascino e attrattiva. L’ eventismo porta solo alla clonazione e duplicazione di penosi vari di vascelli fantasma, produce gossip di basso profilo e pattume difficilmente smaltibile. L’ alternativa è semplice ed impossibile. Basterebbe chidersi quale sia il motore dell’ arte. La risposta non può che essere la fantasia, l’ idea innovativa ed il colpo di genio. E dove possono sbocciare simili fiori se non nel giardino di menti giovani che studiano i grandi narratori del passato, i poeti e gli autori di storie indimenticabili dai quali apprendere l’ arte del narrare il nuovo? Promuovere accademie fini a sè stesse non basta, pena il cadere ancora nell’ eventismo didattico, serve riempire di contenuti artistici gli studi e le lauree, svuotandoli dell’ ideologia politica che ne ha fatto mere officine di partito dalle quali escono in serie automi lobotomizzati, pronti ad incassare milioni di euro di finanziamenti pubblici in cambio di un cinema orientato, asservito, addomesticato e condizionato, che detti schemi di vita sociale.  L’ arte non sarà mai di parte e se la si rispetta e la si aiuta è destinata a produrre ricchezza sia di contenuti che economica. Ma in ciò consiste l’ impossibilità della sua salvezza.

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