Archivi del mese: aprile 2018

BULLI? NO, IDIOTI.

La vergognosa vicenda di Lucca  (una delle troppe) che ha visto protagonisti degli idioti adolescenti e un insegnante palesemente non all’ altezza del ruolo (ormai sono tutti come lui: appecoronati al politically correct) è la carta d’ identità della “buone squola” voluta dai “progressisti comunisti”. Sono trascorsi (inutilmente) oltre 40 anni da quando i primi idioti contestatori non riconoscevano l’ autorità docente e si sedevano, dando le spalle ai professori, durante gli esami universitari (location: facoltà di Magistero a La Sapienza di Roma). Da allora la progressiva corrosione comunista, tesa alla distruzione della scuola (e della famiglia) per sostituirla con la “buona squola”, ha scaricato la valanga di “diritti” sulla Casa dei Doveri spazzandola via come un inutile “orpello reazionario”. Fumo, droga, alcol, cellulari, orari di lezione discrezionali, programmi di studio opportunamente sterilizzati, la Storia utilizzata a fini ideologici, abbigliamento miserabile quale simbolo di appartenenza, gergo fondato sull’ ignoranza grammaticale e sulla violenza verbale, sono diventati i capisaldi della “buona squola” che, secondo gli idioti buonisti ovviamente di sinistra, deve educare (cioè normalizzare) e non insegnare. Con ciò si è perpetrato  lo scippo educativo ai danni della famiglia, con la compiacente e complice  delega da parte dei genitori post sessantottini già inzuppati di imbecillità, di ignoranza e di ideologia. Gli attuali “bulli”, cioè idioti o dementi se si preferisce, sono i nipoti degli idioti del ’68 e sono anche l’ esatta riproduzione dei loro genitori, forse capaci di generarli biologicamente (lo sanno fare anche le blatte), ma assolutamente incapaci di trasmettere cultura, senso di responsabilità e di autorevolezza. Gli idioti attuali, i “bulli”, hanno in più rispetto ai loro “fabbricatori” la disponibilità illimitata di accedere a qualunque capriccio: dalla paghetta alla moto, all’ automobile, al cellulare, alla discoteca, fino alla insindacabilità dei loro comportamenti. Fabbricare idioti, o “bulli”, è facile ed è per questo che i genitori post sessantottini ci riescono magnificamente, in ciò sostenuti ideologicamente dal partito politico di riferimento che li ha comandati anche nelle “campagne” per la distruzione della famiglia, della sessualità responsabile e dell’ anima.  Ci si domanda, ipocritamente, cosa fare e come contrastare tale cancrena ben sapendo e, con viltà, ignorando come l’ unica cura sia, in questi casi, l’ amputazione. Sì, l’ amputazione del diritto di fare ciò che pare e della intoccabilità del pargolo idiota.  I buonisti (idioti più dei bulli) pensano che bocciando questi indefiniti organismi biologici si dia un segno forte, una punizione adeguata! Ma a questi idioti (spesso figli di idioti) non frega un cavolo  della carezza rappresentata dalla bocciatura, che valeva più di un pugno in faccia quando per stare al mondo necessitava essere uomini. Oggi per stare (e bene) al mondo devi essere obbligatoriamente idiota e ignorante, e farti condurre al guinzaglio dal partito che ha ideato la “buona squola” e dai giudici di partito che ti diranno sempre cosa fare, cosa pensare e che stabiliranno anche se tu debba vivere da maschio o femmina indipendentemente da come sei nato. Quindi la domanda vera è quali siano gli idioti (o bulli) fra quelli che sporcano i banchi di scuola o la marmaglia del buonista politicamente corretto (e idiota) che sporca i banchi del Parlamento.

MASTER SCHIF(O)

Impazzano su tutti i canali televisivi, sono l’ ultima frontiera della nouvelle cucine, la kermesse nevrotiva a base di cotolette e di omelette, tutti vogliono diventare Master Chef, accomunati dal medesimo sogno-chiodo di vivere in cucina e soprattutto di cucina. Mentre la famiglia è sgretolata dal politicamente corretto (e demente) e i predicatori della “nuova natura” vogliono cancellare la donna-madre-moglie-cuoca, mentre l’ apparato  pubblicitario, servo del pensiero unico, la bombarda con i cibi pronti, precotti e anche premasticati, tentando di eliminare sia pranzo che cena, fioriscono, come zombi tentacolari, le trasmissioni e i concorsi per diventare chef. Nessuno cucina più e poco ormai si mangia se non prodotti “dietetici” privi di grassi, senza olio di palma, senza tutto, eppure il sogno di aprire ristoranti e fregiarsi del cappellone da chef ha contaminato più della peste Manzoniana. Ma ciò che spicca e fa vergognare di appartenere a queste masse ondeggianti spinte ad arte, ora qua ora là, dai pastori prezzolati della comunicazione, è la assoluta mancanza di rispetto verso tutta quella Grazia di Dio, quei poveri animali e quegli ingredienti che vengono coinvolti in questa isterica corsa all’ oro di cucina. Già soltanto pensare alle distese di “carne” che, è bene non dimenticare, sono corpi di animali fatti a pezzi, esposta nei supermercati fa rabbrividire. Non è semplice abbondanza, è spreco e dispregio immorali. Ma vedere questi resti trattati come mero mezzo di esercitazione da parte di analfabeti e incapaci per cimentrsi nella “creazione” (guai a parlare di realizzazione!) di piatti pretesi gourmet, rappresenta un vero e proprio abisso morale.  Per “creare” un porzione di filetto in crosta, obbligatoriamente ridottissima altrimenti non entra nelle bocche a culo di gallina degli snob degustatori, si utilizza un intero taglio di carne per ogni aspirante “cuoco”. Oppure per realizzare (ho piene le tasche di tutto questo”creare”), una tazza di besciamella si saccheggiano intere stipe di sacchi di farina colpevolmente lasciati alla mercè di concorrenti-cavallette. La assoluta mancanza di rispetto verso i frutti della Provvidenza imposta da esigenze di spettacolo televisivo non è tollerabile e disegna il profilo amorale di un intero sistema privo della minima traccia di sensibilità. Tutti a friggere, tagliare, cuocere per poi gettare nel lavello “opere d’ arte culinaria” classificabili il più delle volte come vomiti. Cosa si trae da questo compulsivo pretendere di cucinare? Forse l’ evidenza di una rincorsa al premio finale per il quale, improvvisati e velleitari pretesi cuochi  non si vergognano di apparire in televisione per quel misero che sono. Non un modesto e fattivo apprendistato per raggiungere con merito e consapevolezza la padronanza di fornelli e tavoli di cucina, meglio tentare di laurearsi senza aver frequentato nemmeno le scuole elementari e accaparrarsi un assegno in gettoni d’ oro che sparirà più velocemente della neve al sole. E’, in fondo il motto esistenziale delle generazioni cresciute con i video giochi e colpevolmente fatto proprio anche dai loro genitori: mordi e fuggi, chi costruisce è un coglione.