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Eligio Bartoli

Archivi del giorno: 4 giugno 2017

SOCIOLOGIA DELLA MORTE.

Secondo la “filosofia del teatrino”, ispirata e voluta dal disfattismo sociale, morale e spirituale che è alla base della follia comunista, non c’è civiltà senza eutanasia. Non c’è civiltà senza il diritto, a volte capriccio, alla fuga dalla vita. Analizzando le “grandi idee innovatrici” della sinistra si evince come  esse passino tutte attraverso la formulazione e la esaltazione di disvalori, la negazione della responsabilità morale e spirituale dell’ individuo, che essa concepisce solo come insieme acefalo e massa priva di autonomia intellettiva. La strada esistenziale indicata alle masse politicamente lobotomizzate per raggiungere la “libertà totale” è lastricata di morte, da dare agli altri e a se stessi:  aborto inidscriminato, infedeltà come indice di primato evolutivo, uccisione della sessualità attraverso il trionfo del non sesso, manipolazione infantile a scopo “gender” e infine eutanasia quale estremo gesto di autodistruzione camuffato da diritto di autodeterminazione. Tutto ciò deriva dalla esigenza primaria della sinistra: un popolo, una massa ignorante, spaventata,  moralmente  vile e priva di spiritualità, che si faccia condurre docilmente al guinzaglio ideologico, che non sappia fare i conti con la vita, con il suo significato spirituale, con la sua essenza e le sue finalità. Tutto deve ridursi ad un empio pasto esistenziale fatto di pseudo diritti materiali i cui piatti forti  sono la totale inconsapevolezza e irrilevanza spirituale conditi da totale sudditanza al pensiero unico ideologico di sinistra. Certo, soffrire non piace a nessuno. Specialmente quando si è di fronte a patimenti indicibili causati da malattie progressive e, attualmente, incurabili è facile, quasi naturale, perdere la ragione e farsi portare alla deriva dalle sirene liberatorie dell’ eutanasia.  Le povere anime, i cui corpi sono colpiti dal male, si assottigliano schiacciate dal peso, umanamente insostenibile, di esso. Ed il corpo, già di per sè fragile e caduco, rimasto solo contro il male non vede che la fuga dal dolore e dalla sofferenza come unica via di salvezza. Il suo orizzonte esistenziale coincide con l’ angusto perimetro di una stanza dentro la quale vivere diventa morire troppo lentamente. Il corpo diviene così facile preda del materialismo esistenziale: se non puoi godere, fare e disfare, perchè restare in attesa di morire? Intorno a quei letti di sofferenza si levano alte le nenie dei riti tribali che invocano la morte liberatrice cancellando le tenui voci di chi amorevolmente assiste, purtroppo lasciato solo da un sistema sanitario statale cinico e burocratico, quei corpi martoriati. Vale la pena di soffrire così tanto? Ce lo chiediamo tutti e tutti sembriamo orfani di una risposta adeguata, prigionieri come siamo di uno schema mentale meramente materialistico. E se provassimo a domandarci se ci sia un significato in quelle tremende sofferenze invece di considerarle solo il frutto di una roulette russa biologica fine a se stessa?  Se provassimo ad indagare quella realtà che inizia dove finisce la punta del nostro naso, chi potrebbe escludere che quelle sofferenze  abbiano un significato che, ovviamente, sfugge alla lente di rimpicciolimento materialistica e atea? Se ci ponessimo più spesso la domanda, che solo per il fatto di porcela già ci distinguerebbe dai sassi, quel “perchè nasciamo?” senza farci catturare dalla misera risposta atea “… per mangiare e digerire”, forse quelle atroci sofferenze, quel tremendo decadere fisico, ci potrebbero sembrare spiragli di luce che fendono il buio cosmico che ci avvolge. Non è facile. Tremo al solo pensiero di trovarmi a quel bivio ma mi chiedo: è forse meno insoppoprtabile, dolorosa ed inutile una vita atea trascorsa a digerire senza porsi domande e senza darsi risposte?

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