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Archivi del mese: giugno 2016

THANK YOU PERFIDA ALBIONE.

L’ uscita dalla UE (Unione Ebete) è il primo atto di coraggio e di autentica autodeterminazione che si registra dopo un interminabile periodo di dominio assoluto da parte del miserabile euro politically correct. THANK YOU, ora non più perfida Albione. THANK YOU per aver scagliato la prima pietra contro la fabbrica dello spreco, dello sperpero di soldi comunitari, contro le flaccide facce dei burocrati negatori della sovranità nazionale dei singoli Stati in favore di una tirannide di incapaci, di teste vuote, di traditori della cultura occidentale. La superiore cultura anglosassone aveva già fiutato le torbide finalità del sinistro asse Berlino-Parigi rimanendo opportunamente fuori dal calderone infernale dell’ Euro, di quella moneta unica bastarda priva di una “madre” banca emittente e di un “padre” avente sembianze di autentico e serio trattato politico monetario. La miserabile ammucchiata dell’ euro aveva l’ unica finalità di favorire quello che da anni ho definito il quarto reich, ad opera della Kulona teutonica comodamente seduta sulla poltrona francese e con i piedi voluttosamente adagiati sul tappetino italiano. Londra l’ aveva capito e si era tenuta opportunamente fuori dal gorgo monetario. Oggi, a distanza di tempo ormai idonea a far comprendere anche ai sassi che l’ UE, Unione Ebete, non ha futuro se non in una guerra contro l’ Oriente islamico, ha deciso di staccare la spina e tagliare il cordone ombelicale attorcigliato alla gola dei restanti Paesi membri,  franco-tedeschi ovviamente esclusi.  Nessun matrimonio nella civiltà occidentale prevede la negazione etnica, economica, culturale e religiosa da parte dei contraenti. Nessuna Unione può esistere se viene edificata sulle macerie degli Stati membri più deboli. Nessuna Unione è possibile, a meno che non sia ebete, se le sue priorità sono la doppia e costosissima sede parlamentare oppure la definizione del diametro dei piselli comunitari o la curvatura delle banane di tragica mortadelliana memoria. Albione l’ ha capito ed ha sbattuto la porta in faccia ai pagliacci burocrati capaci di demolire un popolo ed una Nazione già gloriosa e ricca di cultura (Grecia) quando  loro ancora non avevano elaborato un linguaggio diverso dai rumori gutturali della tribù, per “risanare” la sua economia distrutta dalla impossibile convivenza fra ex dracma ed euro. Paesi già poveri scaraventati nell’ abisso di una recessione avente prospettiva trentennale solo per immaginare una impossibile frequentazione del club dei così detti grandi (miserabili) Francia e IV Reich. THANK YOU Albione per averci regalato la squallida faccia adirata di quel tale Juncker,  adeguato simbolo della “burocratirannide”, che minaccia ritorsioni, un “ve la faremo pagare cara” che la dicono lunga sul dispetto fatto alla fabbrica delle inutilità e dei mega stipendi riservati alla scandalosa pletora di galoppini “comunitari”. Anche la grancassa suonata dai media compiacenti che sbatte il pentito del “bye bye UE” su tutti i canali cercando di rappresentare l’ esito del voto solo come frutto di schegge impazzite o di una insensata protesta, dimostra la paura del politically correct. Questo è stato colpito a morte e sfodera le armi più violente miste alla schiuma rossa che gli esce dalla fetida cloaca per dissuadere altri Paesi coraggiosi dal compiere il grande passo. Esso è terrorizzato dalla paura di perdere le galline dallo… spread d’ oro, è terrorizzato dalla fine della schiavitù monetaria e politico-culturale. Sa che se perde qualche altro vassallo il suo feudo crollerà e allora addio sogni di grandeur o di IV Reich covati da quelle raccappriccianti  mezze figure  che si sono poste alla guida di popoli storicamente avvezzi a subire dittature, con la stessa spocchia di Napoleone, Hitler e Mussolini. La non più perfida ma sempre intelligente Albione ha reciso le catene e c’è da scommettere che nel volgere di un biennio tornerà ad essere anni luce avanti, sia economicamente che come identità nazionale, rispetto al plotone di incasellati comunitari comandato da due feldmarescialli e un caporale. Thank you Albione,

IVA SU ACCISE: STATO LADRO.

L’ italietta post borbonica ed eternamente in fase puberale totalmente inconsapevole, annovera fra i suoi primati negativi, che le valgono il titolo di villaggio primitivo d’ Europa, anche quello di rubare “legalmente” ai suoi cittadini attraverso certificazioni ufficiali come le bollette  di energia elettrica. Accade infatti che miserabili legislatori in accordo con miserabili burocrati, opportunamente “non visti” da un apparato giudiziario intento a scalare il Potere a colpi di sentenze politicamente orientate, abbiano introdotto la barbarie contabile dell’ assoggettamento ad Iva delle accise, cioè tasse applicate al consumo di energia elettrica ideologicamente considerato un privilegio da punire. A dispetto di una Carta costituzionale sbandierata come simbolo di purezza Istituzionale questi miserabili parassiti, che ingrassano con il lavoro altrui, hanno di fatto stabilito non soltanto che si paghino le tasse (Imu e compagnia bella) anche in assenza di reddito ma che si paghino sulle stesse imposte. L’equazione ideata dallo Stato ladrone è semplice: se servono soldi a causa di sprechi non si riducono questi ma si aumentano le tasse e addirittura si inventano gabelle incostituzionali, illegittime ed estorsive, proprio come fa la mafia con i suoi pizzi. Non è edificante e motivo di ottimismo in ottica futura constatare di vivere in uno Stato mafioso nei comportamenti e con il vizio di infilare la sua untuosa ed insaziabile mano nelle tasche dei cittadini. Non è edificante sapere di far parte di un villaggio primitivo nel quale il contribuente rappresenta l’ anello finale della “catena alimentare sociale e politica”. Ma è ancora più avvilente e desolante constatare che nonostante tutto ciò esso continua ad osannare questi miserabili ladri e a votarli, convinto di potersi sfamare con le briciole che magnanimamente vengono fatte cadere all’ uopo dalla ricca tavola del potere. Ciò che più brucia e risulta devastante ai pochi che si schifano di essere gabbiani sulla scia del peschereccio-Stato è che non c’è uno straccio di magistrato o di avvocato che si prendano la briga di promuovere azioni legali contro lo Stato ladro. Nessuna vestale vergine si erge a difesa del tempio e del totem della pretesa legalità, prima fra tutti la pletorica e, nella sostanza, inutile Corte dei Conti. Pare che il bottino di questa rapina istituzionalizzata dalla consuetudine ladresca pluriennale ammonti a circa 3 miliardi di euro e siccome, qualora il ladro fosse obbligato dall’ applicazione della legge a restituirlo, occorrerebbero nuove tasse per colmare l’ inopinato “buco”, tanto vale che la rapina continui con buona pace della vergine Costituzione, dei “padrini” costituzionalisti e dei valori, ormai senza valore, di onestà finanziaria ed intellettuale. Siamo dunque costretti a tenerci questo cancro perchè la cura è più costosa e dolorosa del male. E’ purtoppo questo il “mare nostrum” nel quale siamo costretti, per nascita, a navigare facendo l’ autostop, anzi il “barcastop” alle tante zattere dell’ opportunismo, del servilismo, della corruzione, con le quali i portaborse politicanti lo solcano facendo gli “scafisti”, i papponi e i ladri di polli. L’ imposizione dell’ Iva sulle accise è uno dei tanti segnali che da anni indicano l’ avvenuta morte del Diritto per  asfissia burocratica e corruzione politica ma, realisticamente, vien da chidersi se esso sia mai nato in questa italietta post borbonica, post fascista e attualmente miseramente comunista.

LA DITTATURA DEL “DOVE”.

La derelitta e quasi dimenticata lingua italiana è vittima di continue aggressioni lessicali, grammaticali e idiomatiche, strettamente connesse e funzionali alla de-italianizzazione etnica voluta dall’ Internazionale del politically correct. La cancellazione del latino quale base culturale dell’ Italia, che a sua volta ha implicato la cancellazione del pensiero di filosofi, oratori e di memorabili loro pagine, dal bagaglio di conoscenze fornito dalla scuola, ha causato la necrosi  del nostro idioma ed il trionfo di terminologie e neologismi stranieri soprattutto di matrice anglofona. La tecnologia delle comunicazioni ha poi dato il colpo di grazia alla lingua più bella, difficile e completa che esista al mondo, la quale, poverina, non trova spazio nelle sigle, negli acronimi e nelle abbreviazioni  che hanno schematizzato l’ arte oratoria riducendola ad un concerto di rumori gutturali di cavernicole rimembranze. “Ignorante è bello” sembra essere oggi l’ unità di misura culturale e grammaticale. Il parco vocaboli personale non deve superare poche decine di unità pena il perdersi nel mare oratorio, inteso dall’ inclita come minaccia alla sua limitata capacità di apprendimento e comprensione. In questo decadentismo della parola spicca il recente fenomeno dell’ avverbio di luogo “dove” che, nel parlato quotidiano, è stato “promosso” ad espressione universale sostitutiva di nel quale, in cui, nella quale, etc. etc. Perfino illustri firme giornalistiche ne fanno un uso  indiscriminato in tal senso flagellando la lingua italiana con la clava dell’ ignoranza da laurea breve. Ascoltare interviste di politicanti, di giullari e guitti,  di campioni sportivi e di icone televisive, diventa il festival del dove improprio e ratifica la sua dittatura lessicale. Ormai tutta l’ Italia dice “dove” in luogo di in cui: l’ avvocato e il giudice durante il processo “dove” sono riportati atti; il prete nella messa “dove” è riportata la parola di Dio; il politicante nell’ economia “dove” si vedono segni di ripresa; il docente nei programmi di studio “dove”, a sentire lui, è garantita la sapienza. Innumerevoili sono gli scempi causati dalla dittatura del “dove”, innocente avverbio di luogo orrendamente utilizzato fuori luogo da un’ italia ignorante, arrogante ed analfabeta, che si trogola nella brodaglia del multiculturalismo, nella ricerca della facile felicità attraverso la de-responsabilizzazione garantita dal diritto ad ogni diritto e contestuale rifiuto del dovere, nella autanasia, nella pedofilia, nel rifiuto della propria natura nella quale, anzi obbligatoriamente “dove”, risiede la mancanza della libertà di autodeterminazione biologica dovuta all’ insopportabile dicotomia femmina-maschio decisa da altri.  l’ Homo non più Sapiens si getta nelle braccia di un “dove” universale che ha contagiato anche i templi della cultura come l’ enciclopedia Treccani o l’ Accademia della Crusca ormai unicamente impegnate a legittimare linguisticamente, i “doviani” direbbero sdoganare, termini inventati dall’ ignoranza di uso comune per poterli riportare nelle nuove edizioni del dizionario e non a difendere lingua e cultura italiane dalla calata dei nuovi Lanzichenecchi “dove” (non all’ interno della quale) c’è la fine di una civiltà linguistica durata oltre duemila anni.

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