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ANTROPOLOGIA DELLA CARTA IGIENICA.

Dopo aver tanto declamato le conquiste del mondo, da Marco Polo a Cristoforo Colombo, da Albert Heinstein ad Enrico Fermi e Von Braun, siamo giunti infine,  tronfi di trionfi, sulle palafitte delle presunzione umana e ancora oggi, come nell’ era delle caverne, sappiamo solo uccidere, odiare, sterminare, rubare e fare politica con la clava dell’ ignoranza. Se solo ci scomodassimo dal divano mentale della nostra accidia e per un momento deponessimo nella pattumiera la nostra indifferenza autolesionista, riusciremmo a scrutare il piccolo e misero orizzonte che si staglia davanti a noi. Cosa vedremmo? Sicuramente la sagoma scura di uno Stato predatore e  la sua classe dirigente, eletta da un popolo politicamente e storicamente analfabeta, gettarsi voracemente su ogni tipo di ricchezza prodotta dal lavoro, dallo studio e dai sacrifici di una minoranza rea di credere nella Costituzione italiana e nella priorità dei doveri rispetto all’ ormai inflazionata valanga di pseudo diritti. Vedremmo il polverone alzato dai lanzichenecchi parlamentari, seguiti dal codazzo di quelli regionali, provinciali e comunali,  in calata sull’ economia. Vedremmo l’ imprenditore che rischia capitali e vita privata, i dipendenti che insieme a lui producono ricchezza e vedremmo, al momento del raccolto, la parassita mano pubblica espropriarne gran parte. Vedremmo lo Stato nel comodo ed immorale ruolo di socio non lavoratore, non finanziatore, non collaboratore, ciucciarsi fino al 70% del reddito prodotto. Cosa ci può fare una simile italietta nel consorzio mondiale? Vi può recitare il ruolo di ultima ruota del carro, di Cenerentola dell’ economia, di terra di conquista e di eterno bullo liceale da tenere costantemente sotto esame.  All’ interno di questo mediocre contenitore di varia umanità medievale si possono inoltre scoprire  perle di pseudo cultura, finanziate dagli innumerevoli rivoli della pastura di partito, che fanno rabbrividire, non dico l’ accademia della Crusca o cenacoli letterari, ma perfino il borgataro bar dello sport. Si può leggere ad esempio su un quotidiano (Giornale dell’ Umbria dell’ 1/12/14) di un cacciatore che disserta, nientemeno, che di antropologia della caccia. Verrebbe da dire che è la fine del mondo e invece purtroppo siamo ancora al suo inizio. Mentre dilagano le uccisioni di donne, mogli e figlie, mentre dilaga la pedofilia, mentre la Terra è ormai una pattumiera planetaria di rifiuti speciali, tossici e politici, qualcuno trova il tempo e la faccia di declamare, quasi in pretesa poesia, le omeriche gesta dei doppiettari, reperti giurassici del tempo della clava. La doppiettomania è trasversale politicamente ed abissale culturalmente. A turno si avvicendano politicanti portaborse che la incensano come arte antica, come messaggio della tradizione, negandone l’ unico contenuto che ha: la gratuita manifestazione di violenza di gente che pare avere un cervello a forma di canna di fucile, solo per raccimoalre qualche voto in più. Clamorosa, in tal senso, risulta la geniale proposta fatta da un ex portaborse di periferia, di avviare i giovani già a 16 anni  al morbo di Diana, “per avvicinarli alla natura” secondo il pensatore.  Il teorema è semplice:  insegnare ad uccidere “selettivamente” per difendere la natura e al contempo diventare “uomini”,  non in doppio petto ma in doppietta. Come se non bastasse una realtà quotidiana nella quale si ammazza come per un gioco di strada, si fanno stragi scolastiche con armi superautomatiche e per noia si violentano bambini, qualcuno teorizza intorno all’ antropologia della caccia. Forse  sarebbe  meglio perdere il tempo a  parlare di antropologia della carta igienica,  almeno si  introdurrebbe un connotato di progresso tecnologico.

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