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Eligio Bartoli
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Eligio Bartoli

Archivi del mese: luglio 2014

GAY SPOT.

L’ advertising sembra essersi totalmente votata al ruolo di seconda linea propagandistica  accodandosi a quella scia ideologica fatta di “pensatori del non genere”, di politicanti furbi ed opportunisti, di guastatori e nemici, a prescindere dalla più elementare analisi logica e dell’ equilibrio sociale, che nella sua “follia creatrice” vuole ridisegnare la nuova umanità. L’ offensiva mediatico-pubblicitaria è in pieno svolgimento secondo l’ imperativo assoluto di imporre il non genere come elemento dominatore sulla ormai superata dicotomia eterosessuale femmina maschio. Assistiamo quindi alla sistematica trasmissione di messaggi pubblicitari veicolati (e veicolanti) dalla apologia normalizzatrice omosessuale. Così Penelope Cruz, a differenza della non “aldomovarizzata” Uma Thurman che l’ ha preceduta nello spot,  noiosamente eterosessuale,  della stessa bibita, ammalia con uno sguardo irresistibilmente magnetico la “cerbiatta” in spasmodica attesa del “sacrificio saffico”.  Meno male che lo spot si risolve con la vittoria schiacciante del simbolo fallico (la bottiglia) sensualmente avvolta dalla mano di una rinsavita Penelope e del suo ironico “ma che vi aspettavate?”.  Non meno manieristica e penosa è quella mano maschile (?) che si adagia carezzevole e viscida sull’ altra mano maschile (???) appoggiata alla tastiera del computer mentre “naviga” in cerca di un hotel per vacanze e lune di miele (sintetico)  ideologiche. Ma il cuoco improvvisato, che stupisce e conquista la improponibile suocera e madre del suo “compagno” con manicaretti degni della migliore casalinga stereotipata, rappresenta ad oggi l’ apice di una propaganda dottrinale che fa accapponare la pelle e fa ombra alle più mostruose campagne di normalizzazione  tristemente conosciute nella Storia.  Siamo nel bel mezzo della costruzione (attraverso la distruzione) di una società di macchiette, di caricature, che tentano di tradurre in “omosessualese” una realtà vissuta fino ad oggi in “eterosessualese”. Questi venditori di fumo antropologico tentano di apporre il bollino blu della normalità su “prodotti sociali” frutto di contraffazione ideologica, sterilizzando il contraddittorio scientifico e culturale con la  autocertificazione di fatto, con la scomunica per razzismo sessuale contro chi non si appecorona al nuovo (dis)ordine, con la censura di qualunque espressione di dissenso che minacci il nuovo corso. La “terza via”, come fuga dalla coscienza, dalla responsabilità di costruire il riscatto dell’ umanità, dall’ obbligo di dare risposte a domande che la impegnano e la costringono a definirsi come espressione di Dio,  appare oggi come il nuovo paradiso esclusivamente terrestre o meglio, terreno. Contestualmente a ciò l’ abbassare l’ asticella della cultura universale a livelli rasoterra è comodo e opportuno oltre che apparentemente gratificante. Così si accontenta l’ incapace, il parassita ed i suoi sfruttatori, e si realizzerà il sogno di un mondo mediocre e miserabile, una sorta di discoteca planetaria dove trascorreranno la vita dimenandosi come invasati bamboccioni e bamboccione di ogni età, sospinti dal rumore del caos sociale e morale che, alle loro disabilitate orecchie, sembrerà musica.  Corpi come vuoti a perdere si frantumano già oggi baloccandosi fra droghe, alcool e violenze inaudite di branchi idioti il cui quoziente intellettivo è appena sotto la crosta terrestre. Analfabeti inconsapevoli, schiavi del tempo e dello spazio, cicale imbecilli che bruciano stagioni di vita all’ inseguimento di un tatuaggio totale che li illuda di essere qualcosa più del nulla. Scarti umani che servono ai furbi dell’ ideologia per vivere da nababbi, carne da macello per la ricca mensa dei politicanti, dei profeti della liberazione del corpo dall’ anima, dei nuovi schiavisti che per catturare le loro prede le abbagliano con la falsa luce dell ‘edonismo totale. Questi sono già oggi i nuovi popoli della Terra.

L’ ALBERO DEL MALE.

Cresce ad ogni latitudine e non si spaventa di dover infilare le sue radici fin sotto  calotte polari o deserti, aridi appena un po’ di meno della sua coscienza, per sottometterli. L’ albero del male, conosciuto anche come genere umano, è specie prolifica di sè e dei propri velenosi frutti che copiosamente pendono, più appiccicosi della resina vegetale, dai suoi rami a guisa di carogne in perenne stato di putrefazione.  Pedofilia, violenza sulle donne, genocidio dei propri simili, bramosia del potere, corruzione, sudditanza totale alla divinità denaro, sadismo maniacale verso animali e natura, spiccata ed inarrestabile tendenza a sentirsi dio di tutto partendo dalla negazione isterica dell’ unico vero Dio Creatore. E’ lui, l’ albero del male, al contempo nutrimento e consumatore dei peggiori istinti che, orfani di quella intelligenza, di quella sapienza, di quella sensibilità, che Qualcuno, sopravvalutandolo clamorosamente, gli aveva instillato nel dna sperando si riproducessero e lo distinguessero dai sassi, lo dominano. Diversamente dagli alberi veri e nobili non è capace di azioni purificatrici e generatrici di vita anzi, all’opposto, riuscirebbe ad intossicare anche l’ aria all’ interno dei vulcani. Rinnega ad ogni istante le ragioni della sua esistenza per non dovervi corripondere con responsabilità e genio. Molto più facile è fare guerre per “creare”  pace, molto più redditizio è, in termini economici e di megalomania personale, ideare teoremi sulla salvezza  dell’ umanità che necessitano di morte e distruzione per realizzarsi. Dell’ albero vero ha solo l’ immobilità che ottusamente  trasforma in resistenza all’ evoluzione, preferisce restare cavernicolo pur vestendo smoking e sete purpuree. Egli ha l’ anima dello stregone ed inventa mali oscuri di cui millanta cure miracolistiche penosamente inapplicabili da millenni. Non perde foglie e non conosce autunni, è lo stesso dalle caverne ai Parlamenti. Si ama tanto da distruggersi ogni momento, abita in un corpo da millenni e ancora non ha la minima idea di cosa farne. E’ un “creatore” di leggi che puntualmente ignora battendosi però fino alla morte per imporle agli altri. Si perpetua per riproduzione biologica ma non ha vita e respiro evolutivi e muore da secoli, più o meno inconsapevole, di quanto lo fosse alla nascita. La sua inutilità storica è penosamente mitigata dalle tinte evanescenti del così detto progresso, delle conquiste tecnologiche, del riuscire a volare senza avere le ali. Ma sono le finalità del suo “genio” a deludere e a rendere giustizia di un malinteso essere grande. Tende all’ eterno ed all’ infinito pur essendo precario e limitato, si sente “uber alles” ma, che viva in metropoli o nel piccolo villaggio (che differiscono solo per numero di abitanti),  annega sempre nel mezzo biccchiere della sua presunzione cosmica. Vuole annientare la famiglia, la santità e la tutela dei minori, vuole scarabocchiare una nuova sessualità, vuole tracciare nuove strade nella nebbia culturale e filosofica che lo circonda, sogna di rendere libero un mondo che lo sarebbe se solo egli non esistesse così come è. Il Dittatore di C. Chaplin è stato un geniale ed illuminante affresco che può fungere da carta di identità per la quasi totalità dei piccoli totalitari travestiti da alberi del male piantumati in ogni dove. Non è facile specchiarsi e non desiderare di frantumare, con lo specchio,  l’ immagine riflessa. La via del riscatto può essere solo individuale e per questo ancor più impervia e dolorosa.

ANIMA AL 99%.

Se il corpo umano è costituito quasi esclusivamente da acqua la sua esistenza, il suo significato e le sue finalità, poggiano quasi totalmente su una dimensione spirituale che sfugge alla comprensione dell’ umanoide  tutto stomaco ed intestino.  Sulla base di questo assunto, per altro dimostrato, dal “peccato originale” in poi, dalle terrene e materiali gesta di cui si è orgogliosamente cinto il cranio l’ homo erectus, ho provato a pormi una domanda dal sapore quasi primordiale: perchè esistono  i brutti e i belli, i malati e i sani, i cattivi e i buoni, i cretini e i geni? Da essa scaturisce una prima sensazione di ingiustizia cosmica che pare bocciare in toto il progetto della Creazione e le sue misteriose implicazioni, tanto che, come bambini nella fase animistica, ce la prendiamo con lo spigolo del tavolo che ci ha “fatto la bua” sulla fronte. Così Dio e la Creazione diventano cattivi come quel tavolo e unici responsabili del disadattamento di cui soffrriamo. Superata però la prima reazione infantile e messo a tacere il vizio di giudicare sbagliato ciò che non ci soddisfa, ho deciso di riconoscere che ci debba essere una ragione che spieghi tutte queste disuguaglianze, e che vada oltre la casualità biologica e genetica. Il problema è trovarla ma vale la pena provarci. Stabilito che nulla del Creato sia fine a sè stesso ne deriva che  anche  (non soprattutto!) l’ umanità esista per qualche ragione superiore alla sua breve parabola esistenziale, e dunque partiamo da un’ altra domanda, che potremmo definire come la sorgente di qualsiasi pensiero: perchè esistiamo?  Per non annegare nell’ arcipelago delle domande fingiamo di avere una risposta: perchè siamo parte di un progetto Divino che mira a ricondurci al nostro iniziale stato di “creature spirituali” da noi ripudiato ed abbandonato attraverso l’ allegorico “peccato originale”, cioè la disobbedienza e l’ atto di superbia originali verso il Dio Creatore.  Accettare, anche solo per ipotesi, questa risposta ci permette di sollevarci al di sopra della palude scientifica che in sostanza pone l’ umanità e tutti gli esseri viventi allo stesso livello delle pietre, dando ad essi una comune valenza esclusivamente “evolutiva” e casuale, individuando nella mente “ragionante” dell’ uomo la sola divinità esistente. Ma che l’ umanità non abbia nulla di divino lo certificano, ad abbuntantiam, guerre, campi di concentramento, e la violenza che traspira, iniseme al sudore, dai pori della sua pelle qualunque ne sia il colore. Quindi, con il permesso di atei e scientisti dalla bocca sempre piena di sentenze e presunzione, proviamo a sentirci un po’ meno il centro di tutto e ragioniamo. Se la vita fosse una sola e biologicamente casuale come dicono costoro allora sì che le diversità di aspetto fisico, di durata dell’ esistenza e perfino la collocazione geografica (è diverso nascere a Parigi dal nascere nel deserto del Gobi?) parrebbero un’  ingiustizia suprema. Ma se invece ogni creatura avesse un percorso di vite da compiere per ritornare ad essere ciò che Dio aveva creato allora tutto rientrerebbe in un contesto comprensibile fatto di riscatti e ricadute giustificabili in un’ ottica universale e non nel breve, a volte brevissimo, volgere di una sola vita. Se supponessimo che ad ogni anima corrisponda il corpo giusto non sarebbe più un mistero “casuale” la bruttezza totale, cioè ben oltre i canoni estetici, ad esempio dei dittatori, degli sterminatori di popoli. Se gli occhi sono lo specchio dell’ anima e da essi traspare molto più  di quanto consenta una accurata anamnesi scientifica, ancor di più è il corpo ad esserne lo specchio, a tracciare la filiera  che sta riportando a Dio quella stessa anima. Detto ciò non appare assurdo pensare ad una evoluzione attraverso tante (quante è proprio difficile dire) vite nelle quali la stessa anima sia stata ospite di un corpo raccapricciante, di uno bellissimo, di uno dilaniato da malattie e così via. Il corpo ed il Karma che lo accompagna possono essere due indicatori dello stato dell’ anima, della distanza da quella condizione spirituale che rappresenta il suo punto d’ arrivo. Una delle conclusioni a cui si può arrivare è dunque che il corpo sia costituito al 99% dall’ anima, della quale esso è rappresentazione visiva totalmente inconsapevole.

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