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Eligio Bartoli
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Eligio Bartoli

Archivi del mese: giugno 2014

DELITTI ITALIANI.

Ancora sangue sulla famiglia, ancora due padri, uno assassino reo confesso e l’ altro “in pectore”, fanno scempio del dono più bello che l’ essere umano possa ricevere: la famiglia. Sono due casi diversi ma collegati dal filo rosso di una responsabilità e di un ruolo genitoriale traditi in nome della ricerca maniacale, e al contempo superficiale, infantile ed idiota, di sensazioni e scenari extraconiugali. Tutti i media riportano pareri medici più o meno consapevoli che parlano di personalità dissociate, di dottor Jekyll e mister Hyde condominiali, e rilanciano, con domande perfino stucchevoli,  il paradosso delle persone “normali e gentili” che improvvisamente si rivelano mostri. Ritengo che cercare la spiegazione a tali fatti esclusivamente in termini psicoanalitici sia esercizio inutile quanto fuorviante, e siccome ogni fatto è figlio dei tenpi in cui accade è verso i nostri costumi sociali che bisogna puntare il dito se non si vuol fare della stupida,  anche se politicamente corretta, accademia.  Visto che il campo di battaglia  di questa guerra ormai quotidiana è la famiglia cerchiamo di capire dove sono le falle che imbarcano acqua e fanno affondare la cellula primordiale della società umana. Non è un caso che ideologie politiche, anche di apparente segno contrario, abbiano concentrato su di essa il massimo sforzo propagandistico per piegare interi popoli al loro potere. Conquistare la famiglia vuol dire conquistare il mondo e per riuscirci è inevitabile (per queste ideologie) distruggerla, raderla al suolo per edificare in sua vece caricature sociali “aperte” e prive di orizzonti morali quali le comuni, le famiglie allargate, le non famiglie. Oggi ci troviamo a metà del guado e mentre si delegittima a tutti i livelli il focolare domestico, e la stessa pubblicità commerciale, pastore mediatico di incredibile potere di persuasione sia occulta che diretta, non presenta più genitori e figli ma anonimi separati con anonima prole, quel che resta della famiglia cade in pezzi: le separazioni si centuplicano, i matrimoni diminuiscono e prolificano unioni basate sulla negazione preventiva dell’ unione stessa. Questo sisma planetario sta distruggendo una delle pietre angolari su cui si basa la società: la responsabilità individuale, e al suo posto innalza il totem della irresponsabilità collettiva, del non essere, del non dovere. Una persona di 30 anni come quel padre marito killer è una persona adulta che da oltre 12 anni vota e risponde dei suoi atti, eppure la dinamica infantile della strage dimostra un deprimente livello di inconsapevolezza, tipico peraltro di queste generazioni cresciute nel benessere dell’ era del dio bambino al quale nulla si nega e tutto si deve. Questo idiota maschietto si è affacciato alla finestra che dà sulla irresponsabilità predicata, ha respirato l’ aria tossica del “tutto è consentito” e senza pensarci su (letteralmente) ha gettato di sotto il giocattolo che non lo interessava più e che anzi pare fosse di ostacolo per nuovi e più stuzzicanti giocattoli. La famiglia usa e getta, i figli “adorati” e contesi se fa comodo, le mogli (e i mariti) che invecchiano, che “stancano” e demotivano a vivere ancora insieme, questo è il risultato di decenni di assedio alla Famiglia, alla cellula di ogni società civile. La famiglia intesa come un club di vacanze estive che dopo poche stagioni perde il fascino della novità e se non può essere allargata la si distrugge. Una persona ultra quarantenne, padre e marito, che si presume abbia superato le incertezze adolescenziali, i dubbi su cosa fare da grande (?) eppure questo “onesto e perbene” sembra abbia ucciso nel modo più orrendo (ma ne esiste uno non orrendo?) una bambina (Yara Gambirasio) per il solo gusto di estemporaneo possesso, denotando un mancato sviluppo di individuo totale nonostante l’ alzarsi ogni mattina per recarsi al lavoro. Quel che appare in tutta la sua desolante mostruosità è una mancata crescita degli individui per cui sembra non esserci più passaggio degli anni a favore di un eterno  “tempo delle mele”, della idiozia giovanile. Tutto ciò produce vecchi pensionati di ogni ceto economico che pagano bambine prostitute, insegnanti che ricattano e violentano studentesse, padri insospettabili che si baloccano con povere “Lolite”,  sacerdoti e porporati che allungano le “sante” mani su ragazzi, donne e transessuali, politicanti, che per non farsi mancare nulla, rubano tutto il rubabile. Siamo nell’ epoca del diritto che ha fagocitato il dovere, siamo viziati come figli unici, incontentabili come vecchie zitelle, imbecilli come lobotomizzati, ci mangiamo il mondo senza neppure sentirne il sapore, siamo marionette che saltano compulsivamente da un teatrino all’ altro. L’uomo “liberato” dal dovere  è un uomo fallito e questi delitti lo certificano. Urge una nuova Arca morale ed un più grande diluvio universale.

CRETINI ADVERTISING.

Ogni tempo ha la sua Pubblicità. Al nostro è toccata quella servile ed omologata al politically correct che ne ha fatto un megafono della dottrina più livellante in basso che la civiltà (?) abbia mai conosciuto. A causa di questo asservimento la defunta arte pubblicitaria è diventata strumento del potere perdendo, forse definitivamente,  la sua indipendenza ideologica, la freschezza annunciatrice della nouvelle vague sempre contrapposte al conservatorismo ottuso dello status quo, che l’ avevano consacrata nuova arte contemporanea. L’ advertising, prima di scolorirsi in leccapiedi del sistema ne era la spina nel fianco e la sua insaziabile ricerca del nuovo imponeva accelerazioni al costume e alla costruzione della persona con mente e mentalità autonome. Oggi la Pubblicità ha imboccato il suo viale del tramonto che, ineluttabilmente, sbocca nella piazza della normalizzazione di massa, rovesciando l’ equazione secondo cui prima essa distingueva e marcava le differenze mentre ora massifica e marca l’ omologazione. La Pubblicità impersonava lo spirito libero della  pecora nera, diversa dal gregge della cultura ufficiale color panna sporca, anima contro corrente e geniale anticipatrice sociologica (chi non ricorda il famoso slogan “…contro il logorio della vita moderna” lanciato quando sulle strade della giovane Repubblica “imperversavano” le prime Fiat 500?). Ora essa attacca i manifesti e distribuisce volantini come un avanguardista qualunque spingendo, da ex pecora nera divenuta cane da pastore, il grande gregge sui pascoli del politically correct. In questa sua metamorfosi involutiva ha mollato la non più attuale donna in carriera per prendere sotto l’ ala protettrice il dio del momento, il single, miracolosamente trasformato da idiota e accidioso abitatore del divano in casalingo da 10 e lode.  Ha abbandonato la coppia naturale composta da madre e padre (e moglie e marito) per narrare storielle di ex coniugi, finalmente sorridenti, insieme a non credibili pargoli benedetti dal divorzio e pronti per l’ anonima e deficiente dicotomia di genitore uno e genitore due.  Il cornetto gelato non è più l’ amuleto di amori estivi fra belle ragazze ed intraprendenti  “sciupafemmine” ma deve estendere la sua magia ad improbabili, patetiche e preconfezionate commediole spot omosessuali. Dunque anche la pubblicità si è convertita al nuovo verbo del non genere e presto vedremo lo spot che narrerà dell’ amore “nuovo e diverso”  fra un tavolo e una sedia, fonte generatrice di innumerevoli sgabellini. Ma essa oltre ad omologarsi al mortale morbo del politically correct rivendica una propria “idiozia” specifica e peculiare, esaltata da quello spot che racconta di donne incontinenti (giovani e belle per altro) impossibilitate perfino ad utilizzare l’ ascensore perchè portatrici di olezzi non proprio da profumeria. La mente che l’ ha “ideato” dovrebbe avere una struttura a labirinto da cui discende una visione malata e orientata della realtà perchè per “puzzare tanto” non possono certo bastare alcune gocce di incontenibile “pìpì” ma occorrerebbero giorni di latitanza da docce e civiltà, ormai presenti solo in accampamenti etnici ben noti e ancor più ben protetti politicamente (che sia un richiamo subliminale a non storcere più il naso quando si incontrano determinati soggetti per strada?) Ormai la donna, secondo l’ advertising, è solo quella piena di smagliature, cellulite e, appunto, incontinenza,  mentre la dentiera è democraticamente ripartita fra cinquantenni di ambo i sessi e la sordità resta  appannaggio esclusivo del maschietto precocemente nonno. Infine la missione “no racism” rappresenta la punta di diamante dell’ azione normalizzatrice dell’ advertising. Non c’è più spot, a prescindere dal prodotto, che non preveda la presenza multirazziale per cui la classe elementare risulta indoafricana, l’ amica del cuore è del Gabon, il neolaureato (rigorosamente di corso laurea breve) è congolese, cinese o pakistano. Il pennello ideologico imposto dal politically correct alla Pubblicità, ha dunque dipinto un quadro a due tonalità fisse: montascale, dentiere, pannoloni e apparecchi acustici  sono reclamizzati esclusivamente dalla razza bianca cioè da un mondo destinato (faccio i miei scongiuri più sentiti e toccati) a scomparire mentre feste in spiaggia, imprese sportive, sorrisi, futuro e un infinito orizzonte, sono feudo di etnie politicamente emergenti. Urge spiegare a chi ha il dovere di non vendersi, per un misero piatto ideologico di lenticchie all’ attuale peggior offerente, che la Pubblicità deve essere strumento di crescita sociale e non semplice e volgare utensile di persuasione politica.

LA SECONDA PELLE BASTARDA.

Dio, attraverso madre natura, ci ha creato nudi, avvolti cioè nella pelle universale uguale per tutti salvo sfumature di colore che oggi danno da mangiare (lautamente) ai paladini di un antirazzismo di facciata, per altro smentito dall’ autentico razzismo che i medesimi nutrono verso chi non accetta la loro ideologia dell’ appiattimento sociale e culturale. Questa nudità naturale ha rappresentato, dall’  inizio del tempo,  il bersaglio di una sorta di sociologia dell’ esclusione contro cui ha scagliato  pietre, morali e non, da opposti versanti aventi però ben chiaro e in comune l’ intento del controllo dell’ umanità.  Sono così nate, da tempo immemorabile, le Divise, veri e propri indici di status sociale e dunque di potere e di appartenenza alla nomenklatura, autentica gerarchia sociale nata già prima che dalle caverne l’ homo erectus passasse sulle palafitte e mantenuta fino alle attuali caste e società civili. L’ essere umano non è ciò che la sua pelle racchiude ma quel che sulla stessa si stende per conferirgli una nuova natura ed un più “alto” lignaggio. L’ impero della divisa spazia dall’ eternamente infantile mondo militare a quello religioso che fa dell’ uguaglianza di tutti i figli di Dio la propria bandiera, salvo poi “gerarchizzare” tale uguaglianza secondo ricche sete porpuree e ruvidi sai, da quello giudiziario a quello sanitario, demandando a toghe e camici il compito di qualificare il grado di importanza di chi li indossa. Sociologicamente la divisa appare come l’ intercapedine che impedisce all’ uguaglianza naturale epidermica di generare il corollario di una uguaglianza sociale, politica e religiosa. La tristemente famosa espressione del gergo burocratico “lei non sa chi sono io” sottende una diversità razzista pretesa in modo particolare dai così detti antirazzisti. In base alle divise, intese in senso lato come status, fino al concetto estensivo di ruolo, gli esseri umani sono costretti a vivere in sistemi o società civili, fondati su rapporti di forza, di autorità, di rilevanza sociale. Non esiste la società umana ma quella definita “civile”, regolata non da battiti di cuore, da emozioni, da paure e sogni, ma da codici comportamentali, da cariche pubbliche e da figure create e sostenute proprio da coloro che poi ne subiscono il potere. E’ il massimo grado di alienazione sociale raggiunto dall’ indigeno il quale da un pezzo di legno ricava il totem e poi ad esso si postra in adorazione. E’ la stessa alienazione sociale del cittadino che con una croce sulla scheda elettorale crea il suo totem  e poi l’ adora accettando di pagargli tasse inique e ubbidendogli ciecamente. E’ la stessa alienazione del soldato che, indossata la divisa, può uccidere diventando eroe quanti più propri simili stermina. E’ la stessa alienazione di colui che ostentando la divisa si sente forte e si aggira per le strade con atteggiamento di superiorità avendo ampia discrezionalità di “rappresentare” il potere della legge. La divisa sociale è quella seconda pelle bastarda che rende diverse le persone, è la frontiera oltre la quale la natura muore lasciando il posto alla dittatura delle regole che a sua volta rappresenta l’ antigene della Democrazia.  Tutte le Nazioni del mondo hanno le divise ma nessuna di esse ha mai raggiunto la democrazia e la libertà dell’ individuo.

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