Archivi del mese: aprile 2014

UN ANIMALE CHIAMATO UOMO.

Seguo  da  diverse  settimane  un  programma televisivo, trasmesso dalla Rai la mattina del sabato e della domenica, dedicato al mondo degli animali da  compagnia e non. Un mondo dal quale si è arbitrariamente chiamato fuori l’ animale uomo in un gesto  di onnipotenza  tanto inesistente  quanto,  per lui,  dequalificante.  La trasmissione, seppur veicolata attraverso  stereotipi  di  superiorità  di  specie,  ha  il  merito di abbozzare una finalità  didattica  tesa alla  rieducazione   della   platea  umana  ad  una  convivenza  civile con  gli  animali.  Sono  lontani  i  tempi  epici  di  Angelo  Lombardi, ” l’ amico  degli  animali”,  il  quale negli anni della ricostruzione italiana caratterizzati  da  povertà  e  analfabetismo, tentò di sensibilizzare un popolo, privo di ogni bene materiale, all’ amore per la natura animale. Oggi, divorato e dimenticato il boom economico e cancellato (?) l’ analfabetismo, siamo ancora qui a cercare  di  far  capire  al  bipede  egocentrico e miope che anch’ esso appartiene al regno della fauna nè più nè meno di rospi, pidocchi e serpenti. Quel che serve è un bagno  di  umiltà,  uno  scendere   dal piedistallo  su  cui  l’ animale uomo  è salito convinto di  esservi  stato  posto  da  Dio (per i credenti)  ma  soprattutto  da   sè  stesso   per   i  pretesi  scienziati o scientisti pro domo propria. Questa trasmissione non ha la forza lombardiana di percorrere tale sentiero maestro ma,  zigzagando fra  luoghi  comuni  e vero amore per gli animali, elabora comunque un messaggio positivo per lo sviluppo di una coscienza animalista specialmente quando coinvolge direttamente  i  bambini   avvicinandoli  a  ciò  che,  genitori  idioti,  ignoranti  ed  immaturi,  spesso  dipingono  come  un  pericolo  mortale  o un  contagio da evitare.  Grazie a trasmissioni come questa si prova a riempire il miserabile vuoto didattico di cui è responsabile la scuola, in particolar e  quella  elementare  e  media  inferiore,  votata  a  modellare  politicamente ed ideologicamente scolari  e  studenti  invece di inserirli nella cultura di cui la natura è parte fondamentale. La scuola in quanto, purtroppo, diramazione e tentacolo del potere politico, tradisce  il  significato  stesso  della  sua esistenza omettendo di esercitare la funzione di educazione civica per dare spazio a programmi illegittimi  di vera e propria normalizzazione politica. Da quì la delega sempre più ampia ed incondizionata rilasciata alla televisione, nella sua veste di vero e proprio pastore di immense greggi da portare in pascoli ben individuati, per la divulgazione raccontata di una apparente e nozionistica conoscenza. Non a caso capita di sentire persone che per ribadire la consistenza  di  quanto  affermano, si affidano alla formula di certificazione universale “l’ ha detto la televisione”.  Siamo  dunque in  alto  mare  e  forse  è  opportuno,  in  attesa  di  tempi  migliori, aggrapparsi a  questi  relitti  televisivi  che se non altro hanno il merito di entrare in case ermeticamente precluse    a libri ed enciclopedie.  D’ altra parte vedere in primo piano gli occhi di cuccioli e adulti  di  ogni  specie,  poter  toccare  con lo sguardo la loro socialità, la loro capacità di amare  il genere umano dedicandogli anche la vita, come nel caso dei fantastici cani per ciechi, può aprire i cuori sensibili a riflessioni e dubbi positivi rispetto al vergognoso dogma che riassunto  nell’ espressione  “tanto  è  solo  un animale” dà l’ esatta misura dell’ ignoranza e limitatezza del comune sentire. Mai come in questo caso la televisione funge da supplente di genitori e maestri, i latitanti della formazione, sfogliando pagine virtuali  del grande libro della vita insieme a bambini un pò impacciati per la mancanza di familiarità con gli altri animali. Sono gocce di cultura asperse con la fretta dettata dal palinsesto televisivo ma comunque in grado almeno di provocare discussione e di far capire che un cucciolo non è mai un giocattolo, un fazzoletto di carta con cui asciugare passeggere lacrime da capriccio e poi gettare via. Forse  in mezzo  a  tanto  disordine  mentale,  a  tanto  cinismo, a tanta criminalità umana, qualche scintilla di luce potrà  illuminare  le menti giovani e se anche, come dice una canzone “Solo uno su mille ce la fa”, si  potrà  sperare  in  un  domani  meno  ignorante,  meno  primitivo,  meno pesantemente umano.

BANCOMAT FISCALI.

Non passa giorno che i tromboni di carrozzoni come il FMI o la UE non pontifichino sulla obbligatorietà di politiche rigorose, basate cioè su salassi fiscali ai danni di popolazioni già provate da un repentino e tragico crollo del tenore di vita voluto dalla èlite metteleuropea. I profeti di  questi carrozzoni moralisti predicano bene ma quanto ad applicare il rigore a sè stessi  sono sordi totali. Perchè noi contribuenti spremuti dobbiamo finanziare due sedi del Parlamento Europeo oltre a stipendi e rimborsi spese scandalosi per la pletora di portaborse e burocrati, bisognosi del bicchiere per disegnare una O tanto sono inetti? Si tagli sia orizzontalmente che verticalmente in questa direzione invece di rompere le scatole e dannare la vita con IMU, TASI, e ruberie varie camuffate da leggi. L’ immoralità di Nazioni e consorzi di esse nel considerare i cittadini alla stregua di  loro personali bancomat fiscali non ha pari, e quando la casta dei buoni a nulla ma capaci di tutto ricorre al ricattatorio “meno tasse meno servizi” tocca il fondo di una malafede consapevole e vergognosa. Il fatto incontestabile che ogni struttura politico-amministrativa, sia locale che centrale, versi in pauroso deficit finanziario può significare due cose soltanto: che sia gestita da incompetenti idioti o da imbecilli consapevoli e senza scrupoli.  Il fatto che a politicanti arrivati al seggio parlamentare con le pezze al sedere vengano, a torto o a ragione non è questa la sede di stabilirlo,  sequestrati patrimoni di decine di milioni di euro o che altri si permettano tenori di vita a base di barchette,  yacht, champagne e tenute milionarie, fa apparire più verosimile la seconda ipotesi. L’ Italia ormai è una Nazione a brandelli, insignificante sul piano internazionale, con frontiere inesistenti che ne fanno il colabrodo e la pattumiera del mondo intero, con una casta politica intenta unicamente a frammenatarsi in una miriade di partitucoli succhia soldi pubblici, una casta burocratica assetata di potere, denaro e assoluta irresponsabilità. Smarrita come un relitto alla deriva si affida a condottieri, nominati nel buio salotto-corridoio  della politica sovietica e rimossi con disinvoltura staliniana, senza la minima considerazione per il voto espresso da milioni di poveri bancomat fiscali. La barchetta fa acqua da tutte le parti per colpa di questi mestieranti del nulla, si muore per disperazione, chi può scappa verso la civiltà ma il cerimoniale miserabile della politica politicante  avanza imperterrito gratificato ed amplificato da cento microfoni piazzati davanti alle cloache che pontificano su ripresa, progresso ed uguaglianza. La claque complice e serva, composta da giornali e televisioni, assicura risonanza e pubblicità a giullari, buffoni di corte, lacchè e portaborse. Siamo arrivati al paradosso che un movimento “antipolitico”, approdato in Parlamento sfruttando il legittimo desiderio di cambiamento espresso da milioni di illusi, sia regolato da norme così rigide da far sembrare ultrademocratici  sia fascismo che comunismo. Il caos è totale, la bussola è stata gettata via e la navigazione procede a vista nella nebbia più fitta manco ci fossero stuoli di “capitan coraggio” in plancia di comando. In tutta questa baraonda istituzionale e politica un’ unica certezza appare inamovibile: la leva fiscale, il  bancomat obbligatorio ed oppressivo a cui nessun partito, movimento o associazione di mutua assistenza ideologica, ha la benchè minima intenzione di mettere un freno. Tutto si risolve tassando, riducendo il tenore di vita a livelli post bellici, lasciando invadere l’ Italia da tutti i popoli del mondo, facendo trionfare la miseria, il degrado economico e morale. Per risollevarsi da queste sabbie mobili servirebbe una coscienza nazionale, una cultura della Democrazia, cioè  un popolo ma a disposizione c’è solo un branco spaventato e mutilato nell’ orgoglio e nella dignità.

ELEZIONI EUROPEE.

Ci siamo. Sta arrivando il momento di votare e scegliere i nostri torturatori che resteranno in carica, percependo stipendi e indennità  da favola, per 5 anni godendo dell’ esenzione dall’ obbligo di rendiconto economico e politico nel Parlamento Europeo. Sono le elezioni a noi più estranee tanto è fastidioso e motivato il sentimento antieuropeo che ci pervade. Al di là dei proclami dei vari tromboni istituzionali e non, siamo ancora l’ Italietta del Congresso di Vienna, la repubblichina da governare a colpi di spread e di tasse patrimoniali imposti dagli eredi austroungarici i quali, dopo aver provocato due guerre mondiali, sono ancora lì a dettare legge. Dobbiamo eleggere nostri rappresentanti in quello che ormai è un tribunale speciale nel quale si è assolti soltanto se si accetta di  morire di tasse, se si rinuncia alla sovranità nazionale e si si mangia ciò che i burocrati decidono. Dobbiamo eleggere dei numeri che batteranno le mani a comando, che studieranno ancora la curvatura delle banane di mortadelliana memoria, dobbiamo dare il nostro contributo democratico al mantenimento di un carrozzone che ogni anno sperpera quanto basterebbe per sfamare l’ Africa intera. Quando gli ideatori di questa UE partorirono l’ insano progetto forse pensavano più ad un micidiale strumento sopranazionale per mantenere il potere di fronte alle spinte autonomistiche che sarebbero venute nel corso degli anni. Infatti non un solo passo è stato fatto per realizzare gli Stati Uniti d’ Europa ma piuttosto una serie infinita di inauditi “errori” tanto gravi da apparire voluti, primo fra tutti l’ istituzione dell’ Euro, della moneta unica orfana della Banca di emissione, un moderno  e velocissimo treno senza ruote. Dobbiamo votare per una istituzione che ci è estranea ed ostile, come quei parenti arricchiti che si vergognano di quelli rimasti poveri. Dobbiamo sentirci per un giorno cittadini d’ Europa per poi essere nei 364 che restano la palla al piede del progresso mitteleuropeo, gli inaffidabili “pizza e spaghetti” con coppola e lupara. La domanda è: dobbiamo disertare una elezione che fa dell’ Italia una Nazione sostanzialmente commissariata? La risposta è no. Ma dobbiamo evitare di farci rappresentare da inetti, da improvvisati pepponi sprovvisti dell’ abc del Dare e dell’ Avere, da avvernturieri politicanti che nulla sanno di bilanci, di economia, di amministrazione e diplomazia. Dobbiamo evitare di mandare in giro”professori” che insegnano solo la loro incapacità di fare. Dovremmo eleggere imprenditori ed economisti veri, non ripetitori di teorie lette sui banchi inconsapevoli della teoria. Ci vorrebbe gente con i calli alle mani e alla mente per anni di lavoro vero svolto, non squallidi pappagalli accademici spocchiosi ed insipidi come minestre vecchie di sette giorni.  Dovremmo avere una scuola per la formazione di managers che educhino la norma al servizio del cittadino e dell’ economia ma abbiamo solo burocrati appecoronati al burocratese ed incapaci persino di parlare senza leggere la  lezioncina. Per noi e contro di noi tutto ciò lo fanno i tedeschi, gli olandesi, i francesi e gli inglesi, i quali dalla UE hanno saputo mungere tutta la ricchezza possibile lasciando a noi, poveri parenti poveri, lo spauracchio dello spread e l’ onta dei compiti a casa a base di dettati fiscali e recessione. Dobbiamo eleggere la manovalanza politicante che per altri 5 anni farà dell’ Italia un caso pietoso e degno soltanto di risatine.

NEBBIA IN VAL PADANA.

I recenti “moti separatisti” del Veneto hanno riportato alla luce antiche aspirazioni di libertà e indipendenza da un potere centrale che ne è, al contempo, causa ed effetto. La Patria Italia, è bene dirlo fuori dai denti e dall’ ipocrisia della propaganda istituzionale, non esiste ancora perchè il dominio di retaggi secolari, di divisioni antropologiche, culturali e politiche, non sembra minimamente intaccato dalla mitica Unità d’ Italia avvenuta solo sulla carta riciclata di un Risorgimento di facciata.   A distanza di oltre 150 anni e con due guerre mondiali che nel frattempo l’ hanno vista mutevole attrice internazionale, questa Nazione presenta ancora una struttura sociale immatura e democraticamente retrograda rispetto alle spinte della Storia. Questa Patria appare così embrionale, se non addirittura assente, da aver paura di un “moto veneto” dettato dalla rabbia di vedere il proprio lavoro fagocitato da un apparato burocratico, centrale e locale,  insaziabile e primitivo. Invece di fare autocritica e di mettersi in seria discussione lo Stato punisce esemplarmente i fautori e gli autori del moto autonomista, come quel padre ubriacone che malmena e rinchiude in cantina i propri figli perchè gli rimproverano di bruciare la ricchezza familiare in continue sbornie. La parola Democrazia ed il suo significato sono ancora oggi così sconosciuti che il dissenso diviene reato e la protesta, non organizzata secondo i riti magici della ortodossia sindacale, diventa insurrezione. La propaganda “risorgimentale” ha ipnotizzato al punto che si nega, invocando luoghi comuni e l’ inesistente consapevolezza di ideali patriottici e nazionali, che il Risorgimento sia ancora nella sua fase “preadolescenziale”. C’è più distanza culturale e sociale fra Venezia e Palermo che fra Venezia e NewYork, ma la stessa distanza, intesa come senso patrio, c’è anche fra Piazza San Marco e la periferia, e fra i  diversi piani di uno stesso condominio di qualsiasi città, villaggio o agglomerato che dir si voglia. Se dopo 150 anni di pretesa Unità d’ Italia esiste un abisso che pare incolmabile fra un sardo e un veneto, fra un siciliano e un campano, vuol dire che qualcosa non ha funzionato e la tanto decantata Patria appare ancora di là da venire. Rispondere con colpi di codice penale alla richiesta di aiuto, perchè di questo si  tratta, proveniente dal Veneto è la maniera migliore per far regredire, fino alla sua scomparsa,  quel poco senso di appartenenza  che è spuntato, come sparuta erba sulla pietra, in questi 150 anni. Quando uno Stato mostra i muscoli con i suoi cittadini significa che difetta di Ragione e di senso del Servizio Sociale che gli è richiesto e che ne giustifica l’ esistenza. Dopo tutto il Veneto ha promossso un referendum on line del tutto simile a quello che ha portato in Parlamento un partito “inesistente e liquido” com il M5stelle, e se la cosa è risultata istituzionale in quel caso non si vede perchè non debba esserlo per un progetto di autonomia legittima e sacrosanta dal resto dello Stivale.  L’ aspetto clamoroso, solo per quei pochi distratti per mestiere e mestieranti politicanti, è che contro la spinta autonomista si sia scagliato l’ intero apparato politco-burocratico-giudiziario il quale, a parole, fa dell’ autonomia un dato irrinunciabile. Tutti i gangli istituzionali pretendono di essere autonomi in nome della Costituzione ma poi con sospetta prontezza e simultaneità si coalizzano per negarla, sempre “ai sensi” della Costituzione, ad un popolo che è il solo soggetto abilitato a perseguirla per via referendaria. Ecco allora che salta fuori il “tanko” a sospetta “propulsione nucleare” che minaccia la Serenissima  Statale, e quattro attivisti che hanno agitato i forconi assurgere ad “esercito nemico” da schiacciare e soffocare riesumando modalità autroungariche di ottocentesca memoria. La piccola Italia, nelle sue dimensioni di sputo geografico, è così socialmente e politicamente microscopica da non saper tenere unito un territorio grande come quello che in  Nazioni evolute è riservato al pascolo delle greggi. Uno Stato che fa del divorzio una base culturale, dell’ eutanasia un valore invocato da Colli e valli, dell’ aborto un segno distintivo di autodeterminazione, del caos sessuale un presidio di libertà assoluta, non accetta e non riesce a capire la legittimità del desiderio di libertà di una Regione nobile e valorosa come il Veneto.  Il malessere generale che sta colpendo tanti italiani che non riescono più a sentirsi tali è causato dal fallimento etico, politico e sociale oltre che economico, del modello “Stato Italia”. Non capire ciò e non invertire l’ attuale rotta verso il declino è criminogeno ed irresponsabile quanto lo è stata la dichiarazione di guerra dello Stato fascista contro l’ occidente evoluto e liberale. In Val Padana c’è sempre più nebbia e la democrazia pare non debba fiorire.