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Eligio Bartoli
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Eligio Bartoli

Archivi del mese: marzo 2014

LA DROGA DEL POTERE.

Credo che l’ umanità sia l’ unico batterio che non richieda l’ uso del microscopio per la sua osservazione e la comprensione dei meccanismi di contagio tanto essi sono macroscopici e ripetitivi. Fra le attività che stimolano i più bassi comportamenti umani l’ esercizio del potere è senz’ altro quella dominante quasi a rappresentare l’ essenza stessa dell’ umanità. Il potere in tutte le sue sembianze, domestico, nazionale, politico, militare ed economico, sembra rappresentare la massima aspirazione esistenziale. E’ al tempo stesso punto di partenza e di arrivo, è vocazione ed aspirazione, è desiderio e strumento per realizzarlo, è il fine ed il mezzo, è, come direbbero i medici, il protocollo ufficiale attraverso cui si tenta di curare il male assoluto: la vita. Partendo da queste premesse, obbiettivamente non opinabili, si spiegano le quotidiane disavventure dell’ essere più malato e più inconsapevole di esserlo che calpesti la crosta terrestre: l’ uomo inteso in senso lato. E tra le forme di esercizio del potere quella che più affascina a travolge è il sentirsi al di sopra del Giudizio,  più in alto del Princìpio oltre che della Legge, è il livello supremo dello sballo da potere, l’ apice della piramide dalla sommità del quale si può dominare il piccolo e miserabile mondo del proprio ego. E’ di questi giorni l’ emersione, dai fondali limacciosi della prostituzione minorile, dei soggetti dominanti economicamente e dominati dalla bramosia di possesso. Sono volti di personaggi più o meno noti che apparentemente non avrebbero altro da chiedere ad una vita che li ha già beneficiati di privilegi, ricchezza e carriera. Eppure questi piccoli e miseri Re Mida da pianerottolo, questi rampanti del successo raccomandato e prefabbricato, si sgretolano come fantocci di sabbia al primo venticello della sera, per aver voluto viaggiare in senso antiorario nel folle tentativo di esorcizzare il tempo che passa e si porta via la vita. Restare giovani o sentirsi tali non essendolo più, facendo sesso con ragazze poco più che bambine, abbeverandosi alla fonte della vita, per calmare una sete non saziabile, rappresenta un abuso di potere amorale.  E’ dall’ alba del mondo anzi dal tramonto che l’ ha preceduta, che l’ adulto, il vecchio, il bavoso, si è fatto satiro ed ha cercato di soddisfare quella famelicità sessuale tribale che va sotto il nome di pedofilia ma che racchiude in sè turbe psichiche di ogni tipo.  Questi malati di personalità bi e tri dimensionale sono maniaci sessuali che perdono la bussola al sol intravedere una gonnella o un semplice grembiule scolastico che sventolano, e al contempo sono, di facciata, “bravi genitori”, “affettuosi nonni” e “mariti irreprensibili” o almeno così si narra. Torna la vecchia storia di mister Hyde che  nottetempo ma anche e più spesso giornotempo, si libera dell’ armatura “civile” per dare sfogo alla natura malata che lo pervade e gli impone l’ esercizio del potere sul più debole. Lo jus prime noctis praticato ogni giorno e più la carne è giovane tanto più è ipnotica e desiderabile. Niente importa che sia identica e della stessa età delle proprie figlie (e figli) e senza battere ciglio si passa dall’ essere padre all’ essere un orco bavoso e viscido. Il potere dato dal possesso, la droga del sentirsi al di sopra dei limiti morali e spirituali, accendono la miccia che fa esplodere quel patetico contenitore di presunzione, di egoismo e di barbarie rivestito da sembianze umane. Il Peccato Originale è la bramosia del potere insieme al superamento di steccati morali  posti  a difesa della stessa integrità umana, non è solo disobbedienza verso Dio ma abuso di sè stessi e degli altri. Esso si ripete quotidianamente ai danni di chi soccombe e dequalifica a livello di inutile sasso colui che lo commette. Personalmente odio il potere quasi quanto i così detti potenti e provo un fastidio insopportabile nel vedere persone prostrate in venerazione di fantocci siano essi politici, boiardi di Stato, burocrati con divise, toghe ed abiti  talari. Chi si prostra rinuncia alla dignità e chi esercita il potere si appropria di un bene spirituale altrui ridotto a liquame e se ne nutre. Purtroppo il millenario curriculim vitae del mondo ci ha insegnato che gli esseri viventi intrattengono soltanto rapporti di forza ed il sistema Universo è basato su di essi. Non c’è legame di sangue che tenga, non ci sono limiti al godimento della dignità altrui. Pagare profumatamente bambine per farne propri strumenti sessuali rende mendicanti questi rampanti danarosi, li impoverisce di una povertà che non potranno mai comprendere, sordi e idioti malati di narcisimo quali sono. Ma non commettiamo il solito errore ideologico e affermiamo, con tutta la forza morale che serve a zittire i predicatori a senso unico, che la nefandezza è identica anche quando ad esercitare tale potere della vergogna è un padre cassintegrato, un idiota precario o disoccupato, i quali non potendo pagare magari si dilettano a frequentare gratuiti “territori” familiari. L’ abbiezione ed il suo simbolo mister Hyde sono democratici in assoluto e non fanno comode distinzioni.

L’ OSPEDALE NELLA CAVA.

Nella  medievale Italia dei Comuni, dove può accadere di tutto, c’è una località, medievale anch’ essa, intellettualmente ed orgogliosamente suddivisa in contrade contrapposte, nella quale accade un qualcosa che definire insolito equivale a vincere l’ Oscar dell’ eufemismo. Si narra infatti che per dare vita ad un nuovo ospedale “intercomunale” si siano miracolosamente “incontrate” sinergie amministrative ed imprenditoriali in un abbraccio da libro Cuore. Da una parte ci sarebbe una impresa di escavazione calcarea che “dona” al Comune di appartenenza una porzione dismessa di una cava, tra le più grandi del centro Italia, in piena attività adiacente e senza significative “soluzioni di continuità”. Dall’ altra ci sono la ASL che ringrazia per non dover  pagare la superficie su cui sorgerà (?) il nuovo nosocomio e il Comune che non deve impazzire a cercare e soprattutto giustificare scelte alternative, perchè si sa  che a caval donato non si guarda in bocca. Vista così la faccenda appare, come si diceva, deamicisiana ma grattando un pò con l’ unghia della malizia si intravedono angolature decisamente meno poetiche. Per non far torto a nessuno e per non essere tacciati di condizionamento ideologico, immaginiamo di far “osservare” il caso da due tipi di “medici”: quello pietoso e buonista e quello a cui certe “fiabe” non possono essere raccontate. Al primo verranno giù i lacrimoni di fronte allo spirito di servizio sociale che trasuda da questa donazione, una sorta di riscatto moral-paesaggistico da parte di chi, dopo aver divorato una collina ed averla, legittimamente in base ad autorizzazioni pubbliche, trasformata in utili di impresa, ne dona l’ alveo alla collettività affinchè da una rovina ambientale nasca un centro della salute. E tutti vissero felici e contenti. Proprio tutti? Pare proprio di no, perchè il “medico” non pietoso eccepisce alcune cosette che sembrano qualcosa di più di semplici pulci nell’ orecchio. Dice costui che tutti sanno che un’ area di cava dismessa debba essere “ricomposta” cioè, secondo la legge regionale che regola queste attività, devono essere garantite opere di ricomposizione ambientale tali da restituire a quei luoghi le sembianze naturali che avevano prima della “coltivazione”. Sono interventi che, se fatti realmente e per raggiungere l’ obiettivo riparatore, costano cifre enormi perchè si tratta in sostanza di ricostruire, nel caso specifico, un bosco, e la piantumazione deve essere assistita, fino a che essa non risulti  tale, attraverso ripetuti cicli che riparino gli inevitabili danni da siccità ed altro. Ma, vien da chiedersi, se su quella superficie deve  invece, opportunamente, crescerci un ospedale che bisogno c’è di accollarsi “mutui ventennali” di “plastica ricostruttrice”  floro vivaistica?  L’ incontentabile eccepisce anche che un ospedale   costruito ad irrisoria distanza da una grande cava in pieno esercizio possa risentire, in maniera non certo raccomandabile dal punto di vista terapeutico, delle emissioni di polveri e rumori dovute all’ esercizio dell’ attività ed al transito intenso di mezzi pesanti connesso. Il rompiscatole si chiede se un ospedale possa essere concepito ai margini di una strada provinciale congestionata di traffico locale, a ridosso di un raccordo autostradale e soprattutto a ridosso di una cava di impressionanti dimensioni “impegnata” a “coltivare” cioè ad eliminare la residua parte di montagna posta alle spalle di esso. E’ vero che ormai siamo abituati ed intossicati dagli effetti della “amministrazione creativa” pubblica, grazie alla quale non esiste iniziativa,  attività o Ente  di interesse pubblico che non siano  in pauroso ed insanabile deficit, ma un ospedale immerso in un’ oasi ambientale come quella appena descritta non si era ancora visto. Il rompiscatole, impietoso e non collaborativo, insensibile agli “sforzi umanitari” che hanno reso possibile ideare e progettare questo “miracolo di solidarietà”, si è permesso di andare a leggere la variante al Piano Regolatore Generale che il Comune in parola ha dovuto apportare ed approvare, ovviamente nel rigoroso rispetto della legge. Ebbene, risulta deamicisiana anche questa e tutti i rilievi di carattere ambientale, persino l’ approvvigionamento idrico per usi non potabili del futuro nosocomio  pare garantito da un pozzo profondo 300 metri messo a disposizione dalla donatrice, trovano ampie e rassicuranti risposte. Sembra che persino i venti siano convenzionati con la ASL perchè spireranno sempre a favore delle future finestre ospedaliere e allontaneranno polveri e rumore in ossequio alla “concertazione illimitata” che responsabilizza e codifica pure gli eventi atmosferici se ciò è necessario. D’ altra parte viene ancora da chiedersi, cosa ci farebbe un ospedale in una zona non industriale, dove il silenzio non sia un illustre sconosciuto e dove una finestra possa anche restare inavvertitamente aperta senza che bisturi e pinze siano ricoperti di polveri? Suvvia, non siamo sofisticati e pretenziosi, le ridenti e salutari località si addicono a centri di vacanze, a resort di lusso, perchè crearsi un problema per mutuati non paganti e malconci? Dopo tutto in ospedale, stando alle statistiche e alle cronache di malasanità, ci si va più per morire che per guarire. Questa è l’ Italia dei Comuni che lasciano costruire “ecomostri” sulle spiagge per poi demolirli ostentando enfasi ambientalistica elettorale, centri abitati lungo i muri di cinta di industrie siderurgiche e chimiche per poi organizzare processi risarcitori elettorali anch’ essi, Comuni che mescolano, come fossero minestroni, zone industriali e zone residenziali in una promiscuità insensata e senza uno straccio di programmazione. Questa è l’ Italia dei Comuni capaci di far costruire un ospedale dove c’ era la costola collinare di una cava “madre” in pieno esercizio. Il male è Comune, di gaudio nemmeno mezzo. Mentre l’ interrogativo per il futuro è: vista la difficile compatibilità sarà demolito “l’ ecomostro ospedale” o sarà chiusa la cava donatrice?

FISCO A MANO ARMATA.

Ormai è ufficiale (non era necessario ma il politically correct ne ha ipocritamente bisogno) e per ammissione  (purtroppo) quasi postuma di uno degli artefici della miserabile impresa, oggi tutti sanno che il debito publlico italiano è stato creato dalla casta politica scientemente e volutamente. La balla ideologica secondo cui sarebbe stata la presunta, e obbiettivamente non calcolabile, evasione fiscale a provocarlo viene frantumata, oltre che da elementari ragionamenti non di moda, dalla fredda ed insopportabile confessione di uno dei più (purtroppo) longevi fruitori del debito pubblico. Dunque la politica politicante di ieri lo ha creato e la stessa becera e impresentabile politica politicante di oggi lo vorrebbe ridurre tramite il comodo saccheggio delle tasche degli italiani per le generazioni a venire. Il teorema è semplice e terrificante: siccome del debito sovrano ne hanno beneficiato “pro quota” tutti i cittadini, dal portinaio ai falsi invalidi, dal pensionato baby al cassaintegrato a vita, dal burocrate al politicante, fino al pensionato cinquantenne con “scivolo” incorporato, durante gli anni delle presunte vacche grasse, ora è il momento di restituire il “ciucciato”. Fatta salva la casta politico-burocratica che ha divorato il grosso della torta e, non solo non ne restituirà un centesimo ma continuerà a fagocitarne ancora in eterno, il ceto medio e quello basso della popolazione sono destinati a morire di fame, a ridimensionare il tenore di vita per i prossimi trenta anni. Ecco perchè la longa manus fiscale si è avventata sul bene più importante e non occultabile rappresentato dalla casa per spolparlo. Se poi essa è seconda o terza la famelicità fiscale supera i livelli del licantropo. A sostegno di tale folle teorema negli anni passati è stata diffusa la religione delle tasse e della loro “santità”. Lo stesso Papa polacco se ne è fatto paladino arrivando a minacciare la scomunica per gli evasori fiscali  mentre i pedofili, dentro e fuori dalle gerarchie ecclesiastiche, in quegli anni hanno potuto “peccare” indisturbati indugiando, senza lo spauracchio della scomunica, nel loro “veniale” passatempo. Dunque la casta politico-burocratica ha promosso la religione delle tasse dopo aver minato lo Stato creando il debito pubblico, ha scatenato la caccia all’ evasore ideando la spia fiscale e ha inventato la peste diffusa da chi non paga fino all’ ultimo centesimo di imposte. Nel frattempo la Costituzione, risultando per questo la vergine più stuprata al mondo, è stata calpestata nel suo articolo 53 sulla capacità contributiva, su cosa sia imponibile e sulla uguaglianza di tutti i cittadini di fronte al fisco. Lo Stato inoltre è arrivato a tassare lo stesso reddito più volte, attraverso i suoi tentacoli locali, quelle immense voragini che rispondono ai nomi di Comuni, Province e Regioni,  a cui ha permesso di applicare svariate addizionali che si sommano al prelievo centrale. Gli stessi consumi,  già  gravati dall’ Iva, sono stati oggetto in molti casi di accise a favore dei suddetti tentacoli,   quando addirittura non si sia arrivati a considerare imponibili le  imposte stesse in una spirale parossistica di burocratese.  La bramosia del licantropo fiscale non conosce limiti ed anzi pare non avere scrupoli nell’ usare strumenti legalizzati (che è molto diverso da legali!) per ottenere il pagamento di quanto preteso (che è molto diverso da quanto dovuto!) dai presunti morosi o “evasori”. La mano del fisco oggi è una mano armata oltre che lunga e spaventa, terrorizza e sgomenta al punto che non si contano più i suicidi di cittadini spinti dalla disperazione ad abbracciare la morte pur di liberarsi del mortale abbraccio fiscale. L’ ingiustizia plateale, il buio culturale, questa sorta di dittatura fiscale che accompagnano gli anni attuali hanno l’ aria di voler far rivivere al popolo italiano momenti tragici paragonabili alla guerra mondiale e alla dittatura fascista. Ciò che è umanamente impossibile, tecnicamente irrealizzabile e moralmente indegno sta per essere messo in atto dalla politica politicante appecoronata di fronte al diktat tedesco, al falso totem dello spread e alla follia burocratica mitteleuropea. E per questo serve un fisco a mano armata.

S.O.S. ITALIA.

Il primo atto del Governo presieduto dall’ ex Sindaco di Firenze si inserisce, e nessuno poteva aspettarsi il contrario, nel solco del “tassa, spendi e tassa”  tracciato dagli ultimi due penosi  esecutivi succedutisi dopo il così detto “golpe bianco” del 2011. Ancora una volta, e ciò non è più socialmente sopportabile, la longa manus fiscale colpisce il bene primario della casa,  garantito perfino dalla Costituzione. Ormai la misura è colma e lo Stato, attraverso l’ attività impositiva delle sue diramazioni burocratiche centrali e locali, dimostra di voler percorrere la strada della espropriazione della casa gravandola di tali tasse che ne rendono impossibile la difesa da parte dei legittimi proprietari. Parallelamente a ciò è da denunciare quella che appare come una autentica aggressione alle imprese poste nella impossibilità di pagare le tasse applicate agli edifici e ai capannoni strumentali all’ attività svolta, in violazione del principio della tassabilità del reddito e non della  tassazione preventiva degli strumenti per la produzione dello stesso.  Lo Stato italiano sta minando la coesione sociale, la vita economica, il presente ed il futuro di un popolo destinato ad essere spogliato, per volontà della UE, allo scopo di rifondere un debito sovrano creato dalla casta politico burocratica in trenta anni di irresponsabile saccheggio della finanza pubblica. Tutto ciò è intollerabile poichè calpesta il diritto ad una vita dignitosa di una Nazione che, dopo essere uscita dalla dittatura fascista,  è precipitata sotto quella burocratico-amministrativa che trova nei partiti politici dei complici e conniventi ormai dichiaratamente inaffidabili. Questo è lo stato dei fatti e questa è la triste prospettiva se non si dà vita ad un movimento di rinascita nazionale al quale sono chiamati economisti, intellettuali, imprenditori, professionisti e padri di famiglia che tengano al futuro dei loro figli e che non siano collusi o servi della casta. Serve un ribaltamento del rapporto di forza instaurato da uno Stato prepotente che, violando la Costituzione, sta imponendo ai cittadini il pagamento di tasse, dirette ed indirette, in misura superiore alla  loro capacià contributiva. Se poi si tiene conto della inutilità tecnica di queste politiche salasso pensate per ripianare un debito sovrano non ripianabile nel medio periodo si ha la giusta immagine di una classe dirigente  al totale sbando ed impegnata piuttosto ad aumentare l’ indebitamento con una spesa corrente incontrollata e frutto della corruzione indiscriminata,  come dimostrato dalle cronache e dalle denunce della Corte dei Conti. Aderiamo a “Civiltà Democratica” per la difesa della casa e per la sua defiscalizzazione rispondendo ad una raccolta di firme che dia corpo a questo nuovo soggetto polico libero  dalla corruzione e dal servilismo. Basta con la barbarie fiscale concentrata su di un bene come la casa che ha soltanto valore d’ uso, per altro già gravato nella maggioranza dei casi dal debito del mutuo e da costi di mantenimento sempre maggiori. Basta con la imposizione per legge di valori catastali inesistenti sui quali poi vengono calcolate tasse isopportabili. Basta con la barbarie della tassa di possesso che spreme soldi da un bene a prescindere dal fatto che esso generi reddito e indipendentemente dal suo valore effettivo dovuto al grado di vetustà. La casa non ha alcun valore commerciale fintanto che è utilizzata dal proprietario per viverci, semmai all’ atto della sua vendita essa potrà generare plusvalenze tassabili rispetto al capitale rivalutato che ha richiesto, negli anni, sia per l’ acquisto che per il mantenimento. Ma questa sarebbe politica sociale rispettosa della Costituzione e non il miserabile assalto burocratico amministrativo alle tasche e alla vita dei cittadini. Se l’ attuale equazione sociale certifica un debito pubblico non ripianabile  in costante aumento, un livello di tassazione da dittatura, un sistema sanitario nazionale-voragine e servizi connessi da terzo mondo, un sistema previdenziale al collasso, l’ agitare ancora con ottusità criminogena la clava fiscale, merita una risposta forte di legittima difesa.

LA PICCOLA SORELLA.

Torna Il Grande Fratello, la kermesse del voyeurismo. La trasmissione che ritengo possa essere considerata l’ emblema di un tempo che, definire culturalmente e socialmente decadente, appare un fastidioso eufemismo. Il Grande Fratello è l’ occhio indiscreto dello sbirciare collettivo che annienta valori fondamentali quali la riservatezza, la discrezione ed il rispetto della libertà individuale. Riprende a far rumore sociologico la casa di vetro che invece di ricerverle, le sassate dell’ anticonformismo più esasperato, le lancia contro la casa tradizionale intesa come habitat della famiglia, del gruppo, della coppia e del singolo, tutti confluenti nel mare magnum chiamato società. La casa di vetro contro la casa dove abita la libertà di essere non indagabili, padroni di una privacy che va oltre il banale comportamento di tutti i giorni ma che sancisce una fascia  di rispetto, una no fly zone interdetta al pianerottolo, al pettegolo occhio della gente, alla piazza e alle piazzate. Credo che Il Grande Fratello rappresenti il tentativo socialmente più cruento di rivoltare l’ individuo ed i suoi comportamenti come si fa con un calzino, la voglia smodata di vedere cosa c’è dietro le pareti di mattoni del privato, la smania di vedere in tempo reale cosa fa e come è “l’ altro” nella sfera intima, normalmente preclusa a curiosi e guardoni. Il Grande Fratello contro La Piccola Sorella, la cultura, sola ed indifesa, dimenticata in questa epoca relativista e materialista. E’ lei la prima vittima del nuovo ed insensato “verbo diretto” e privo delle barriere poste da sempre a difesa della dignità e dello spazio vitale della persona. L’ occhio, falsamente liberatorio, fruga ovunque creando la prigione senza sbarre della mancata intimità, e non c’è difesa da esso pena la squalifica e l’ espulsione dalla casa di vetro. L’ imperativo dogmatico è manifestarsi senza limiti, senza pudore, buttare fuori quel che si ha e si è dentro, soltanto così la persona perde i suoi connotati peculiari, le sue diversità insopportabili per la dottrina collettivista. La Piccola Sorella impone che esistano differenze tra chi sa e chi ignora, stabilisce che qualcuno insegni ed altri apprendano per poi a loro volta insegnare e trasformare il branco in un insieme articolato e differenziato, impone che ci sia chi pensa e chi, incapace di farlo, viva inconsapevolmente.  Il Grande Fratello vuole vedere e mostrare come siamo sotto i “vestiti” della socialità, vuol vedere l’ animale prevalere sullo spirituale. Le comparse di questa commediola, che non può avere attori e che si colloca a metà strada fra novelle decameroniane e lassismo di borgata, si confrontano mettendo a nudo tutta la natura e la pochissima cultura di cui sono portatori. Quella che ne viene fuori è la peggiore umanità, che liberatasi dalle catene dell’ educazione, della raffinatezza, dell’ intimo e del privato ostenta, come trofei vinti alla fiera del cafone, la volgarità, la bestemmia, il linguaggio scurrile e l’ infimo livello di alfabetizzazione. La Piccola Sorella, ormai disconosciuta dal padre Stato e dalla madre Società, assiste impotente alla rappresentazione di questa sorta di Sodoma e Gomorra in salsa paesana ben sapendo di essere ormai una strada abbandonata in favore della scorciatoia maestra per raggiungere il successo e la notorietà.  Il nuovo vangelo degli idioti dice che se deturpi un monumento, se colori la fontana di Trevi, se defechi o fai fellatio omosessuale in pieno giorno al Colosseo, se racconti in eurovisione le tue bassezze e nevrosi, ovviamente uccidendo, nel farlo, congiuntivi e condizionali, meriti la fama perchè sei “in”. Tutto il resto non solo è noia ma pericolosa contaminazione da vita regolare, retta e morale. In questa fiera del bullo palestrato, della pupa maggiorata  e del diverso politicamente inteso, c’è la negazione di ciò che dovrebbe essere una società sana, premurosa verso le nuove generazioni e rispettosa di princìpi purtroppo ormai dimenticati. Se dovessi farne un quadro dipingerei i partecipanti, su una tela sporca, come un branco in folle corsa verso un muro cercando di salirvi per primi sgomitando, sgambettando, vomitando volgarità pur di riuscirvi, certi che dalla cima di esso la vita appaia un semplice scambio di prestazioni occasionali o durature ma  ignorando, al contempo,  che sempre di bassa manovalanza si tratterebbe. Piccola Sorella resisti al vento barbaro e non piegarti mai alla dittatura degli ascolti perchè lunga ed impervia è la strada verso la civiltà.

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