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Eligio Bartoli
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Eligio Bartoli

Archivi del mese: dicembre 2013

PATENTE PER VOTARE.

La fin troppo facile analisi svolta con l’ articolo “Quiz televisivi per analfabeti” si è rivelata altrettanto facile profezia dello sconcertante episodio verificatosi durante una popolare trasmissione andata in onda, in fascia pre-serale, sulla rete nazionale Rai. Ciò che sembrava inimmaginabile è accaduto e forse, ma non si può escludere di peggio, si è toccato il fondo della incultura storica che solo l’ attuale ” skquola” italiana può garantire. Su quattro concorrenti uno solo (avvocato) ha  risposto, per esclusione, alla domanda, per altro facilitata da quattro possibili risposte indicate, relativa all’ anno in cui Hitler era stato nominato Cancelliere tedesco. Nonostante fosse suggerito fra le altrenative l’ anno 1933 ben tre concorrenti, giovani e quindi di recente o presente scolarizzazione, hanno accreditato al criminale nazista una presenza politica protratta fino al 1964 ed oltre.  Stessa sorte toccava poi ad una domanda analoga su Benito Mussolini. Lo sbigottimento era palpabile ed un senso di vergogna per tale manifestazione di ignoranza ha reso l’ atmosfera dello studio televisivo greve ed incredula. Finalmente, in diretta, veniva trasmesso e reso pubblico il livello di sitruzione, e dunque di conoscenza, che la “skquola” dei doppi e tripli insegnanti di sostegno, quella del 6 politico voluto dalla sinistra livellatrice in basso, quella delle lauree brevi e dei dottorati in tutto e niente, è capace di far acquisire. Il problema tragico è che il fenomeno dell’ ignoranza garantita da un sistema scolastico costruito allo scopo, non riguarda i singoli ignoranti, tre dei quali non sanno nemmeno quando sia vissuto e, per fortuna morto, Hitler ma riguarda tutti, colti compresi, i quali si trovano a dover scontare le nefaste conseguenze sul piano sociale dovute a questa ignoranza impermeabile. Sappiamo molto bene infatti che a certi partiti politici e a certi regimi sono necessarie popolazioni analfabete, come sappiamo che se ci fosse stata cultura il nazismo non avrebbe trionfato come fece, e così pure il comunismo non sarebbe neppure nato. Ma i giovani servono ignoranti perchè poi diventano adulti ignoranti e trasmettono la loro ignoranza a figli e nipoti, garantendo al partito padrone la preziosa eredità del consenso inconsapevole e della sudditanza, sine die, a prova di bomba (molotov o carta che sia). In quella landa desolata che è la “skquola” sono state sterilizzate le materie umanistiche  ed insieme al latino e greco sono andate in soffitta la filosofia e l’ educazione civica, mentre la Storia è quella raccontata, quasi a fumetti, da un sistema omertoso e partigiano che arriva a negare le Foibe ed i campi di concentramento comunisti sparsi per il mondo. Pensiamo per un attimo  quale consapevolezza politico culturale possa sostenere persone come quei concorrenti nel momento di votare! E’ da rabbrividire il solo pensare  che tre concorrenti su quattro, cioè il 75%, sia a questo livello di alfabetizzazione politica. Significa, proiettando il micro campione in termini statistici, che almeno il 75% degli elettori non ha consapevolezza  di ciò che fa quando appone una croce sulla scheda elettorale. Sarebbe facilissimo ribaltare questa penosa situazione generale insegnando la Storia e l’ educazione civica come materie la cui conoscenza sia indispensabile per l’ abilitazione al diritto di voto. Sento già cori starnazzanti che urlano al razzismo sociale e al rispetto dell’ ignoranza come qualità intrinseca dell’ elettore preferito dai regimi. Sono costoro che non permetteranno mai a menti evolute di seminare il grano dell’ autosufficienza mentale, di nutrire i giovani con la verità facendone persone in carne, ossa e pensiero. Socrate ne sa qualcosa e la cicuta che è stato costretto a bere dai primordi del politically correct non gli sarà parsa tanto amara quanto la prepotenza dell’ ignoranza dittatoriale esercitata dall’ ideologia.  Chi vota con bavaglio alla bocca e benda sugli occhi decide la vita dei non ignoranti, dei troppo pochi consapevoli che i diritti hanno nell’ odiato dovere la sola garanzia di tutela. Istituire l’ esame di abilitazione al voto sarebbe l’ unico modo per combattere e vincere l’ ignoranza che sta portando il mondo intero nel baratro della negazione di diritti irrinunciabili come la libertà e l’ autosufficienza intellettuale dell’ individuo. Il “cogito, ergo sum” di Cartesio non ha alternative ed ogni genitore, che non sia tale solo biologicamente, dovrebbe inculcarlo nella mente dei propri figli quale anticorpo contro il virus letale della cattura del consenso inconsapevole, cioè contro la magia nera praticata dall’ ideologia politica massificatrice ed ottusa.

NON TESTA!

Ritorno sul tema della normalizzazione linguistica posta in essere dai gangli capillari della propaganda di sinistra, madre sempre incinta dell’ idiota politically correct, anche attraverso trasmissioni televisive popolari. In particolare denunciai il tentativo, eternamente destinato al fallimento, di eliminare la parola CROCE dalla lingua italiana parlata utilizzando espedienti in apparenza innocui come la manomissione della formula “Testa o Croce?” che regola da sempre il sorteggio. Sede di questa “riforma linguistica” è quella trasmissione, che ebbi a definire il “Campanile giorno” della Rai anche per indicare   che a distanza di decenni  le grandi novità del palinsesto televisivo pubblico consistono nel replicare o copiare un vecchio format di impareggiabile successo, e che va in onda sabato e domenica mattina. Orbene, quando nel corso di essa c’è da sorteggiare, in caso di parità di punteggio, questi “rifondatori dell’ Accademia della Crusca” interrogano il fato affidandosi a quella che sbandierano essere “la moneta più famosa del mondo” grazie ahimè, forse proprio alla mia precedente segnalazione intitolata “Testa o non Testa?”. E siccome tale autocelebrazione reiterata ed insistita sa di sfida e di dispetto verso i fautori del “Testa o Croce?” è il caso di ritornare a sottolineare quella che pare essere una forma di demenza isterica che colpisce chi non è capace di pronunciare liberamente, cioè contro un diktat ideologico, la parola più dolorosa e al contempo più bella perchè fonte di speranza per milioni di credenti. Intanto va denunciato l’ uso della Tv pubblica per un interesse privato riconducibile ad una ideologia anticristiana, che non può e non deve sfruttare il canone, pagato su imposizione di legge, per lavare cervelli o lobotomizzarli, portando avanti campagne di normalizzazione lessicale tipiche dei regimi fascisti, nazisti e comunisti. Nel caso specifico sono presenti tutte le caratteristiche di un’ azione partigiana (nel senso di strategia di parte) tendente a cancellare, attraverso una grande parola, una grande tradizione religiosa ed il suo simbolo di riferimento. Lo zelo pedante ed appiccicoso con cui piccole e non significanti figure, del sempre più culturalmente microscopico schermo Tv, si impegnano nel miserevole ruolo di squadristi della lingua la dice lunga sul compenso presente e futuro che ne deriva loro. Nel menù dell’ attivista prezzolato ci sono piatti che non si possono umanamente rifiutare e le porzioni abbondanti di popolarità, ricchezza ed apparenza, riempiono il capace apparato digerente intorno al quale resta circoscritto quel tipo di individuo. Fare dell’ ANTICROCE una crociata ideologica definisce quella sorta di mercenario inconsapevole,  quella massa non strutturata psichicamente, quel codazzo simile ai gabbiani eternamente al seguito di pescherecci. Questo accessorio della società civile, questa manovalanza di mediocre livello scolastico e di corto respiro artistico, segue il carrozzone politico e lustra le scarpe dei capibastone ben sapendo che, altrimenti, mai arriverebbe a calpestare (è proprio il caso di dire) scene televisive, palcoscenici e set cinematografici.  Ma questa “servitù di passaggio” è garantita anche nell’ Olimpo della “Kultura” dove riescono a salire pennivendoli quotidiani, presunti e pretesi scrittori di libercoli che definire spazzatura equivale a riconoscimento accademico. C’è tutta una fronda “laico-atea per posa” che si atteggia ad intellighenzia superiore e che dell’ anti Croce, dell’ anti Fede Cristiana fa il suo appassito fiore all’ occhiello. Tutti costoro si sentono diversi e sono convinti di far parte di una elìte, tutto il resto è catechismo per “povere menti bisognose di anima, di preghiera, di Dio”. Copisti etichettati scrittori, giullari promossi attori e premiati con Oscar e Nobel, presentatori televisivi, tassativamente brutti in ossequio al politically correct, contornati da caricature di ancelle appena alfabetizzate. Questa è la corte della normalizzazione linguistica, questa è l’ avanguardia “artistica” che si paga con la moneta più famosa del mondo: “non testa” e basta. E mai verità fu più verità.

MATER ET MAGISTRA.

Sono decenni che si invoca la riforma della Magistratura, di quell’ Ordine dello Stato che se smarrisse i suoi connotati morali e sottovalutasse la immane forza distruttiva che le deriverebbe da un NON controllo del suo intrinseco potere, potrebbe rappresentare un vero pericolo per la Democrazia.  Facciamo l’ esempio della pistola per evitare di essere fraintesi e di fornire facili alibi ai giustizialisti, veri e propri nemici della libertà.  La pistola, anche se carica, in sè non contiene elementi negativi specie se la si intende utilizzare come mezzo di legittima difesa. Essa acquisisce funeste colorazioni quando è oggetto di uso sconsiderato, aggressivo e criminale.  Non è la pistola che uccide ma la mano assassina che preme il grilletto. Chiarita  e distinta la pericolosità potenziale del Revolver da quella “cinetica” rappresentata dalla volontà di uccidere di colui che la impugna, possiamo sovrapporre il paragaone al caso Giustizia e vedere come vi aderisce perfettamente. Il pianeta di Cicerone è purtroppo popolato da donne e uomini, e pur essendo fondato su princìpi super partes esso risulta governato da quella esigua ma fatale soglia che si chiama  interpretazione della norma. E’ lì  che interviene il fattore umano e contamina il senso di Giustizia,  diremmo assoluto, riducendolo a  quello relativo  e personale del singolo magistrato o giudice. Chiunque sia intellettualmente onesto non può non ricondurre la grande pericolosità di questa variabile indipendente al classico granello di sabbia capace di inceppare e distruggere il meccanismo perfetto basato sui princìpi morali. E proprio perchè la persona è strutturalmente incapace di equilibrio si è dovuto creare il baluardo insuperabile di questi. Quando un Giudice o un Magistrato inquirente antepongono al princìpio la loro “sensibilità giuridica” si verifica la morte cerebrale del Diritto e tutto può trovare una giustificazione che soddisfi la coscienza, perfino l’ omicidio ed il genocidio.  Bisogna quindi essere dei super uomini per amministrare bene la Giustizia? Direi decisamente di no! Anzi, la qualità in cui deve eccellere il discepolo di Salomone è la modestia, la sola arma vincente contro la naturale attitudine umana alla superbia e alla presunzione di onnipotenza. La modestia è indispensabile affinchè chi giudica sia sempre consapevole di dover essere il primo a soggiacere alla norma. Amministrare la giustizia non rende superiori e non  estende alle persone che indossano la toga l’ inviolabiltà e l’ infallibilità del princìpio morale, così come non si è automaticamente santi se si indossa l’ abito talare. Da queste brevi considerazioni si comprende quanto sia indispensabile la riforma del sistema Giustizia che attualmente, purtroppo, non supera il livello moralmente inaccettabile di apparato giudiziario.  E la riforma deve consistere, in primis e proprio per difendere la Giustizia, nella eliminazione del fattore umano, di quella soglia fatale che fa del magistrato o del giudice un bene disponibile per il potere economico-politico e, reciprocamente, fa di questo un bene disponibile per il magistrato o giudice.  Proprio perchè chi giudica maneggia l’ arma più potente deve essere posto nelle condizioni di non poterla utilizzare per scopi diversi dalla Giustizia. Proprio perchè chi giudica può disporre del bene supremo  di ogni persona, la libertà e quindi la vita, non può passare, come l’ acqua in un sistema di vasi comunicanti, dalla toga al seggio elettorale o al consiglio di amministrazione di società.  Costui e costei devono sottostare ad una sorta di celibato professionale, morale e sociale, che impedisca la contaminazione fra mondi che devono restare sempre separati. Oggi e non da oggi, avviene l’ esatto contrario e l’ apparato giudiziario appare come una specie di porta girevole che si affaccia sulla corsia preferenziale  della notorietà, che porta al successo e al potere. Se la legge è uguale per tutti e se, quale corollario,  chi sbaglia deve pagare, non si  può accettare l’ esitenza di una categoria sociale, la magistrautra, che in tal modo diviene casta, la quale non è chiamata a rispondere dei propri errori, il primo e padre dei quali è non sentirsi soggetti ai princìpi e alle leggi. La società ha bisogno di una Giustizia vera e pulita molto più che di un’ economia solida! L’ incertezza o addirittura la precarietà del Diritto rappresentano l’ impedimento assoluto a che una società divenga civile  e la condannano ad essere un branco formato da branchi di soggetti animali che solo casualmente ed inconsapevolmente dispongono del dono della parola.

BENVENUTI I “FORCONI”.

La situazione politica italiana dimostra che il margine di Democrazia per avviare la soluzione dei problemi strutturali, da decenni rinviata da una casta politica irresponsabile, si è assottigliato fino ad un punto di non ritorno. Se delle intere classi di cittadini e lavoratori non si riconoscono più in una pratica politicante fatta di scandali, ruberie e malversazioni di denaro pubblico proveniente da un livello di tassazione abnorme ed antidemocratico, vuol dire che la misura è colma e che i tanto ironicamente evocati “forconi” ora hanno ragione di essere e di protestare. Fa specie a questo riguardo l’ atteggiamento velatamente autoritario del Ministro dell’ Interno che ammonisce chi fa parte delle istituzioni a non cavalcare la legittima protesta  di questi. Evidentemente ci sono manifestanti di Serie A ai quali è sempre concesso di tutto, anche di distruggere le città, ed altri di Serie B che non devono ledere la maestà di un governo così detto di larghe intese ma, evidentemente, di strette cognizioni democratiche. Se questa casta politicante non avesse ridotto sul lastrico l’ economia italiana, tramite una vergognosa spesa pubblica ed una altrettanto incivile ruberia politica, oggi i “forconi” sarebbero riposti nel magazzino. E viene il dubbio, a sentire i proclami di questi tribuni da strapazzo del Palazzo, che si sarebbero aspettati non solo il silenzio sindacale della “triplice”, garantito da un fin troppo evidente, opportunistico e silenzioso patto di non belligeranza, ma anche un applauso da parte dei “forconi” per la geniale distruzione dell’ economia  attraverso la mannaia fiscale imposta all’ Italia da ” Frau Kartoffeln”.  Evidentemente il Potere ha una contro indicazione “chirurgica” su chi lo detiene e causa una lobotomia cerebrale che si somma alla già scarsa presenza di materia grigia in quelle crape.  La sproporzionata macchina politicante fatta dei troppi livelli assembleari, regionali, provinciali, e comunali, che si contendono a suon di tasse la torta del povero Pil nazionale, sta mettendo a rischio la Democrazia e, ad onta di cotanta rappresentanza, si sta correndo a tutto gas verso il fallimento dello Stato e dunque verso la reazione di chi non ne può più di lavorare per pagare le tasse e di rinunciare anche a mangiare per pagare l’ IMU. Ben venga allora il movimento dal basso della vera disperazione, non da quel basso teorico rappresentato dal bavaglio ideologico e pratico che certi partiti impongono da decenni alle masse attraverso scioperi e manifestazioni on demand.  La protesta non ha proprietari o diritti di corteo riservati a sindacati, partiti o lobbies, se possono sfilare per  le strade bloccando le città gli omosessuali, le “streghe” e i No Tav, ancor più devono averne diritto padri di famiglia imprenditori, artigiani, e lavoratori autonomi, anche a bordo di una jaguar come hanno fatto notare, con non poco qualunquismo populista, certi media  che ritengono la protesta  esclusivo appannaggio di chi ha le pezze al sedere.  Evidentemente la Democrazia fa paura a chi da sempre  ne sfrutta la scia per fare i propri interessi di bottega e per schiacciare milioni di famiglie che vivono con mille o duemila euro al mese mentre così si garantisce stipendi da 500.000,00 euro l’ anno e vitalizi vergognosi. Cavalcare la protesta ed ascoltarla  è segno di democrazia mentre non lo è il tassare oltre il sopportabile  solo per potersi garantire privilegi indecenti, per regalare milioni di euro a presunti imprenditori con tessera specialisti in flop industriali e a banche della parrocchietta politica che distribuiscono miliardi ai soliti noti come fossero noccioline. Benvenuto i “Forconi”.

I PEZZI DELLO STATO.

Parafrasando l’ articolo 1 della Costituzione Italiana possiamo amaramente affermare che l’ Italia è una Repubblica parlamentare fondata sul lavorìo, cioè su quell’ infinito universo della manipolazione delle norme e delle leggi, della loro piegatura ad interessi particolari che ne fa un Paesello ingovernabile e destinato all’ inciviltà. Prendiamo ad esempio il caso emblematico delle attività estrattive che sono regolate da leggi regionali spesso in aperto conflitto con le leggi statali. Addirittura ci sono regioni che hanno legiferato in materia passando allegramente sopra alla Costituzione e, nella fattispecie, ignorandone l’ articolo 3 che sancisce la tutela dei boschi, a prescindere dalla loro tipologia, quale bene pubblico, stabilendo che essi possono essere demoliti per far posto a cave di collina.  E’ sufficiente la sola accortezza di variarne la denominazione “urbanistica” da bosco ad area estrattiva tramite il passpartout del politically correct (e spesso della corruzione) della variante ai piani regolatori comunali. Da quel momento il bosco, pur essendoci in tutta la sua rigogliosità, per il burocrate non esiste più e sulle scrivanie dei molteplici  Enti Pubblici, che esistono e prendono soldi soltanto per tutelarlo, esso non appare più, risultando dissolto dal tocco di bacchetta magica del burocratese. Il fatto ancora più irritante e meritevole del ribaltamento di dette scrivanie sulle crape di chi le occupa è che nessun Paese al mondo mantiene in vita tanti Enti Pubblici e corpi di polizia florofaunistica come l’ Italia.  C’è una tale frammentazione di competenze e una tale rete di controlli che, sommate, dovrebbero rendere impossibile la trasgressione in materia ambientale. Ma il segreto è proprio nella paralisi amministrativa progressiva che si ottiene accreditando competenze frammentate  e “confinanti” a diversi organi di controllo da cui scaturisce l’ impossibilità pratica (non è chiaro quanto questa sia voluta) di esercitarlo. Ogni Regione e Provincia dispone (e quindi paga) di uffici che dovrebbero rendere impossibile la frode ambientale, la distruziuone di boschi, (come se non bastasse l’ inarrestabile azione criminale dei fin troppo tollerati piromani)  mentre assistiamo a continui fatti di cronaca che parlano di discariche abusive, dell’ interramento di rifiuti tossici, di edificazioni degli “eco-mostri”.  Questi sono tutti eventi che non accadono nottetempo, quando il povero e sempre stressato burocrate gode del meritato riposo ma in pieno giorno, alla luce del sole quando anche se fossero completamente ciechi, i numerosi organi di controllo non potrebbero non vedere lo scempio in fase di realizzazione. Viene da chiedersi il perchè di quella che appare assenza  operativa alla quale corrisponde però una presenza attiva e totale il giorno 27 di ogni mese.  Ecco allora emergere le solite attenuanti dei problemi di coordinamento delle sinergie amministrative, di comunicazione fra i compartimenti stagni della burocrazia dormiente e, chicca delle chicche, la carenza di personale e di fondi, come se non bastassero gli oltre 3 milioni e mezzo circa di impiegati pubblici a fronte dei 60 milioni di popolazione ( gli Usa ne hanno 800,000 come amministrazione federale a fronte di 250 milioni di abitanti).  Ma l’ Italia è il lunapark dove si trova di tutto per divertirsi e per fare il proprio comodo all’ ombra  di convenienze occupazionali, di commissioni percentuali, nel caso specifico, sul materiale estratto che finiscono nelle casse, sempre affamate, di Comuni, Provincie e Regioni,  cioè degli organi preposti al controllo di tali attività. Ed eccoci giunti davanti a quella fatidica porta girevole attraverso la quale questi entrano come controllori ed escono come Enti finanziati.  A pensar male si fa peccato ma, come diceva un primo attore della commedia politicante, a volte ci si azzecca.  Ora, lungi dal voler fare del facile moralismo, è il caso di limitarsi a segnalare il livello e la diffusione capillare della corruzione politico amministrativa diagnosticata dalla Corte dei Conti, per domandare se sia opportuna questa dipendenza economica del controllore dal controllato. A chi di dovere la risposta. Un altro aspetto degno di menzione è l’ istituto del PRAE cioè del piano regionale attività estrattive. Voluto ed imposto dalle associazioni ambientalistiche (WWF in primis) per arginare il saccheggio territoriale senza limiti, esso impone un plafond alla estrazione rapportandolo alle necessità regionali, vietando di esportare in regioni diverse da quella di produzione se non per casi eccezionali. Tutto bello e preciso in apparenza se non fosse per due dettagli non da poco che ne fanno un’altra porta girevole ed aggirabile.  Intanto il calcolo delle tonnellate estratte e contabilizzate realmente è talmente difficoltoso che non basterebbe un esercito di geometri a verificarlo. Poi la trasformazione del materiale estratto in  malte,  cementi e stucchi fa si che ciò che non dovrebbe uscire dalla regione di produzione sotto forma di inerti o altro esce comodamente e sotto gli occhi di tutti, sotto forma di materiale per l’ edilizia in sacchetti.  Prima si diceva “fatta la legge trovato l’ inganno” oggi si può dire “fatto l’ inganno poi si fa la legge”. Cosa c’è a valle di questo lunapark? C’è che ad ogni pioggia che si rispetti affogano città, strade e campagne, muoiono persone, animali e anni di lavoro vengono spazzati via, non dall’ acqua, ma dal lavorìo amministrativo svolto diligentemente da una casta politico burocratica che definire irresponsabile appare riduttivo e benevolo.

KAPO’, IL NAZISMO AL FEMMINILE.

Quando si rivede un film a distanza di tanti anni è come ritrovare vecchie foto di noi stessi e scoprire che in realtà non si è stati poi così belli o così brutti come si ricordava. Rivedere Kapò oggi  paradosdsalmente proietta la sinistra luce di quei tragici  e miserabili anni sul presente, mostrando analogie insospettate,  e suscita sensazioni nuove ed ancor più fastidiose. Per chi come me è cresciuto nella convinzione che la donna fosse la metà sana della mela, il solo motivo che potesse evitare di mandare al macero l’ intero “raccolto” umano mondiale, la sola speranza di crescita dell’ uomo, rivedere Kapò e prendere coscienza del fatto che sia esistito anche un nazismo operativo al femminile nelle forme abbiette tipicamente maschili, è una frustata in faccia quasi fatale al più resistente ottimismo esistenziale. Con il senno di poi cioè con quel poco che si acquisisce nel tempo a forza di vivere, (o di non morire) si rivede quel film e si perde definitivamente la fiducia nella vita. Perchè se è vero che la guerra è da sempre il triste gioco di Adamo  e la massima dimostrazione della sua pochezza, vedervi partecipare attivamente la donna, non con la divisa della Croce Rossa, ma con i  panni sudici di abominevoli torturatrici e guardiane della follia nazista, ha l’ effetto tetro della pietra tombale che si chiude sul sarcofago lasciandolo al buio eterno. La “rilettura” del film, quando si è alleggeriti del peso della superficialità di giudizio giovanile, prostra lo spirito combattente degli ideali dei quali la donna è soggetto ed  oggetto a mio parere insostituibile. A questo punto tirare una linea di congiunzione fra la donna Kapò e alcuni modelli di donna di questa nostra società, che non esito a definire post- valoriale, risulta tristemente automatico. Se per le Kapò valevano la follia ideologica o l’ opportunità di far passare la guerra stando nel ventre protettivo del potere mettendo a tacere qualsiasi richiamo della coscienza, per le NON donne di oggi valgono l’ opportunismo economico,  la stessa bramosia di potere che divora la sempre più a buon mercato carne maschile, e quella sotterranea, inconfessata tentazione di imitare il sesso pseudo forte nella illusione che ne derivino gli stessi privilegi. Si passa così da una complementarità fra donna e uomo ad una intercambiabilità che ne fa insignificanti repliche di genere, per usare l’ orribile gergo dell’ ancor più orribile politically correct. Le donne di inizio ‘900 erano coerenti e compatte nel rivendicare il loro legittimo spazio nella società, ma uno spazio al femminile non un surrogato manieristico del maschio. Oggi quel tal tipo di donne, come fecero le Kapò, sfilano  indignate  soltanto se l’ ordine proviene da una certa parte politica ma non si è visto un solo corteo spontaneo, nè di streghe nè di semplici autentiche donne, contro l’ eccidio quotidiano di esse ad opera degli idioti figli di Adamo, mariti, amanti o compagni che siano. Mentre nel tempo passato  le giovani e belle subivano il martirio di matrimoni combinati con attempati o vecchi detentori del potere economico, oggi sono loro, le giovani e leggiadre tanto amate da Cecco Angiolieri, a gettarsi fra le loro flaccide braccia investendo sul temporaneo e richiestissimo capitale di un bel corpo. Donne in politica che, come le Kapò, bastonano la condizione femminile pensando che a riscattarla basti promuovere il nuovo modello di donna lesbica e single, perciò affrancata dall’ uomo. C’è da augurarsi che anche nella realtà giunga presto la fine del film con il riscatto umano e spirituale di una stupenda Susan Strasberg che, finalmente consapevole di essere stata “fregata” da tutti,  lascia cadere a terra la zavorra dell’ opportunismo e rinasce come donna un istante prima di morire.

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