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Eligio Bartoli
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Eligio Bartoli

Archivi del mese: luglio 2013

L’EQUIVOCO DELLA DEMOCRAZIA.

I secoli di Storia ci hanno consegnato una panoramica completa delle forme di governo dei popoli, siano essi organizzati in strutture di base come il villaggio primitivo (ancora molto in auge in Oriente come in Occidente) o complesse come le Nazioni. Oligarchia, monarchia, dittature si sono succedute nei secoli causando sciagure che hanno riempito libri di storia e fiumi di sangue, fino all’ avvento, in era contemporanea, della forma più partecipata e, in teoria, più liberale: la democrazia. Per ragioni di spazio e di noia è il caso di limitarsi all’ esempio Italia,  ancor giovane Nazione, approdataci dopo la tragedia fascista culminata con la seconda guerra mondiale.  Dunque la democrazia italiana sarebbe nata dalle macerie di un regime totalitario, o almeno questo è ciò che affermano i testi scolastici e che scrivono compiacenti storici allineati. La domanda è questa: basta un Parlamento, una Costituzione, un organigranmma sconfinato di istituzioni a far dichiarare che una Nazione sia governata dalla democrazia?  Basta cioè un vestito ben cucito a fare di un barbone un baronetto? La risposta, data dagli ultimi 70 anni di Storia,  è un desolante no! L’ equivoco della parttecipazione alla vita politica come valore base ha fatto di tale attività un mestiere e di conseguenza ha generato schiere di mestieranti con la pretesa, rivelatasi distruttiva, di dotare l’ Italia di innumerevoli e fra loro conflittuali livelli di Governo. Stato, Regioni, Provincie, Comuni, Enti di varia natura, avrebbero dovuto garantire una Nazione moderna, efficiente e dispensatrice di opportunità di crescita a tutti i suoi abitanti. Cosa c’è invece nella nazional dispensa? Un debito pubblico non più ripianabile (a meno di 40 anni di fame nera), una casta politico-amministrativo-burocratica fra le più numerose e costose del mondo, un livello culturale medio della popolazione vicino all’ analfabetismo, una presenza capillare della criminalità, organizzata e non, superiore per mezzi finanziari, operativi e libertà di azione alle stesse forze dell’ ordine. Tutto ciò è democrazia? No. E nemmeno è il suo obbligatorio rovescio della medaglia che i furbi della sociologia di partito vanno raccontando da decenni. Tutto ciò è soltanto un miscuglio di anarchia del potere, di ideologia del privilegio e di pseudo democrazia che si sviluppa attraverso elezioni politiche diventate ormai farsa. L’ equivoco è tutto nel teorema che fa di un eletto un amministratore con potere di spesa illimitato ed incontrollato. Null’ altro è richiesto allo scopo. Nè una certificata cognizione di causa, nè preparazione o studi, nè tantomeno risultati da valutare. E così, una schiera di pepponi di ogni colore politico acquisisce la licenza di uccidere l’ economia a tutti i livelli e con il lasciapassare comodo ed ipocrita di un inesistente bene comune. Lungi dal fare l’ apologia del Governo Tecnico (la triste esperienza Monti è ancora sulla pelle di tutti) ciò che si potrebbe tentare per risveglaire l’ Italia dal coma è una via intermedia per cui il politico e amministratore pubblico sia sottoposto ad un vaglio di competenza professionale e della gestione  annuale  (non quinquennale come i fallimentari piani sovietici)   e ne risponda davvero personalmente. Questo eviterebbe la possibilità di rinviare all’ esercizio successivo le perdite di quello appena concluso a prescindere dalla loro entità che rappresenta la garanzia di impunità per furbi e corrotti. In sostanza la democrazia non deve avere paura delle regole perchè queste sono proprio la sua prima espressione. Selezionare amministratori capaci non è razzismo verso l’ incapace eletto magari con voti  clientelari, è semmai legittima difesa dai disastri. Se a ciò si aggiungesse l’ obbligo di una fidejussione illimitata che l’ eletto deve sottoscrivere al momento della posa del deretano sulla poltrona probabilmente l’ equivoco della democrazia cesserebbe di esistere.

I ROGHI SI RIACCENDONO.

Quando una società è in decadenza, e ciclicamente come le stagioni questo avviene ineluttabilmente, una delle spie dell’ imminente arrivo del buio è la recrudescenza del maschilismo più becero o dell’ antifemminismo che, come morti viventi, riprendono insano vigore dall’ ideologia estremista e violenta che ha nella felicità e nel sorriso della gente i suoi acerrimi nemici. Le campagne anti donna che fuoriescono dai nauseabondi meandri in cui sopravvivono i vampiri del castigo del corpo, puntano, come secoli fa, a criminalizzare e definire peccaminosa quella autentica sintesi fra poesia e natura che è rappresentata dal corpo della donna. Ciò che Dio ha creato, non certo con fini malvagi, è ribattezzato blasfemo dai sacerdoti del politicamente corretto i quali  mentre promuovono isteriche crociate contra la sua mudità ne venerano l’ uso contro natura predicando l’ apologia dell’ omosessualità. Sorge il dubbio che se a mostrarsi nudi fossero solo gli omosessuali nulla di disdicevole o di censurabile sarebbe rilevato da questi patetici cacciatori del peccato. Il corpo nudo è l’ emblema della libertà con cui nasciamo e che ci viene scippata dall’ ipocrisia del buon costume in base alla quale veniamo sezionati e classificati in parti buone e cattive. Il viso se è brutto diventa anche buono, un corpo sinuoso, se femminile o vigoroso e snello se è maschile, diventa una vergogna da coprire. Basti pensare che nei secoli ed in particolare per la donna la punizione regina era rappresentata dal taglio dei capelli, del simbolo cioè della bellezza e della libertà di ostentarla. L’odio che queste schegge oscurantiste nutrono contro il bello la dice lunga sulla loro bruttezza interiore quasi sempre coincidente con quella esteriore. Chi è brutto dentro e fuori non riesce ad amare il bello e lo combatte spacciandolo per peccato. Quelli che stiamo vivendo sono anni bui e tristi per la cultura e la filosofia, per la fantasia e la creatività. L’ anima è negata, il corpo è odiato (se è bello), la vita deve essere sofferenza e la morte diventa l’ unico atto supremo di libertà che ogni persona deve scegliere e compiere con l’ assistenza di “dolci assassini” per rivendicare la sua indipendenza da Dio. In ultima analisi questi fabbricanti di dogmi aspirano solo a sostituirsi a Dio negando ciò che Egli ha creato e opponendogli la loro “creazione” di un ordine delle cose al servizio della follia ideologica. E mentre Dio non ha posto condizioni alla sacralità del corpo e della vita, questi sacerdoti dell’ idiozia la discriminano in base a variabili “politiche”. Una dottrina a corrente alternata che salva e santifica chi sceglie di appartenere al branco e che maledice e scomunica chi al contrario vuole appartenere solo a sè stesso e alla finalità della creazione divina. Miseri perchè non belli e brutti perchè miseri.

LADRI DI SCRIVANIA.

Nella scala dei disvalori la corruzione di non pochi dipendenti degli Enti locali, retribuiti per tutelare la buona amministrazione pubblica, occupa uno dei primi gradini e, di riflesso l’ ultimo in quella della moralità. I fatti di cronaca insieme ai deficit nei bilanci di Comuni, Provincie e Regioni, denunciano lo scempio dei soldi pubblici perpetrato a fini di arricchimento personale e di corporazione,  quando non avvenga per soggezione verso i così detti “poteri forti”  locali. Non c’è settore che si salvi dalla longa manus dei ladri di scrivania, dall’ erogazione di acqua potabile (?) alla gestione dei rifiuti, dalla concessione di autorizzazioni alla cuccagna delle consulenze esterne, non si muove foglia che mazzetta non voglia, come la Corte dei Conti ammonisce in ogni occasione ufficiale.  Il potere politico locale, spesso in mano a caporali, compari e piccoli boss, tutti appena sopra la soglia di analfabetismo, è una droga irresistibile e chi lo detiene si vede riflesso nello specchio deformante della propria ambizione grande, irraggiungibile ed imbattibile. Il vergognoso mercato in valuta pubblica, cioè in soldi delle tasse, avviene ormai alla luce del sole secondo il teorema assolutorio del “così fan tutti”.  E allora non di rado si assiste al minuetto del professionista che presenta una pratica o un progetto e dell’ impiegato che la ostacola con lacci, lacciuoli e strategici ritardi fino a che il primo non capisce che bisogna agevolare l’ iter amministrativo spargendo tutt’ intorno il magico lubrificante in carta moneta. Solo allora le sudaticce mani del funzionario riescono miracolosamente  a sfogliare la pratica e giudicarla idonea elargendo il sospirato assenso della pubblica amministrazione. Il pizzo preteso da questa mafia senza lupara è, insieme alla sua inarrestabile attitudine allo sperpero di denaro pubblico, uno dei cancri che impediscono la civilizzazione della vita sociale la quale, alla faccia del preteso controllo dal basso e della trasparenza, è ancora oggi come era ai tempi del Re Travicello.  Ma mentre il ladro di strada, di banca o di appartamento, rischia la libertà e la vita, il ladro di scrivania resta tutelato da mille cavilli e da garanzie di impunità che poggiano sulla forza corporativa della lobby più trasverasale che esista. Grazie a ciò la cosa pubblica è divenuta cosa loro e fra delibere note solo alla ristretta cerchia dei cointeressati, fra do ut des sanciti in camera caritatis, e favori di ritorno tramite insospettabili, il minuetto va avanti senza sosta perchè a certi livelli la festa non finisce mai. Ogni tanto accade che qualche pesce rimanga nella rete dei controlli o più facilmente sia vittima di qualche “spifferata”, dal sen fuggita, di chi non sopporta oltre il tacco premuto sulla propria testa, e il formicaio viene scoperto. Scoop mediatici, moralisti che fanno gli straordinari, sdegno generale, invocazioni di pulizia, e dopo un tempo politicamente ragionevole arriva il carico di sabbia che i solerti insabbiatori rovesciano sul caso riducendolo al silenzio. Tanto rumore per nulla. O meglio, un po’ di rumore  val bene la “messa” in saccoccia di palate di euro!  “Così fan tutti” e allora “chi vuol esser lieto sia del doman non c’è certezza…”, a parte la certezza di poter continuare, reiterare direbbe il giudice, a giocare con i soldi e la vita degli altri. L’ immoralità della corruzione fra i dipendenti pubblici è allo stesso livello della evasione fiscale quanto a gravità di reato sociale e in moltissimi casi anche diversi gradini oltre il massimo sopportabile se si considera che oggetto del mercanteggiamento è il denaro pubblico.

DIO OLTRE LA NEBBIA.

La Storia ha cessato da molto tempo di essere maestra di vita favorendo un analfabetismo sociale drammatico, e la ripetizione a cadenze ossessive di crimini contro interi popoli, guerre, distruzioni, affiancati dalla sistematica opera di demolizione degli istituti sociali fondamentali come matrimonio e famiglia, dimostrano quanta e quanto  impenetrabile sia la nebbia dell’ umana presunzione che ci circonda. Quando non bastano 91 anni vissuti frequantando cultura e scienza, amando quelle creature superiori che sono gli animali, rinunciando a mangiare carne, così dimostrando di essere inconsapevoli portatori di Dio, e non riuscire a riconoscerne l’ esistenza, vuol dire che altissime sono le vette della presunzione umana dove, respirando l’ aria rarefatta della pretesa onnipotenza razionale, si perde il controllo di sè stessi e si delira. Le armate del primato materiale sullo spirito si autodefiniscono culturalmente superiori a quei “poveri ingenui” che credono ai miracoli di Fatima, di Lourdes, di Medjugorje e alla santità di donne e uomini come Natuzza Evolo e Padre Pio da Pietrelcina.  Loro, gli scienziati, i facili decriptatori del mistero della vita che,  senza mai riuscire a spiegarne l’ origine, non esitano a pontificare che di certo essa non proviene da Dio. Solo di questo riescono ad essere certi nella nebbia assoluta della loro conoscenza.  L’ enciclica Lumen Dei è la risposta, razionalmente inconfutabile, alla razionalità, alla presunta capacità infinita ma in realtà di penoso breve respiro,  di negare l’ esistenza di Dio. Se l’ uomo avesse potuto fare a meno di Lui anche per un solo istante nel tempo, e se avesse quelle capacità intellettive che lo vogliono “superiore” alla “Favola Divina”, perchè da millenni è fermo come un lobotomizzato e ripete oggi le stesse nefandezze che perpetrava secoli e secoli addietro?  Se l’ uomo ha capito tutto perchè non riesce a risolvere il suo misterioso rapporto con la vita? E’ evidente come sia lontano anni luce non solo dalla verità ma anche dalla direzione in cui cercarla. E’ così perso dietro le sue certezze che è determinato a rifiutare la Luce di Dio pur di non accettarne l’ esistenza.  Certa umanità pare vivere una eterna età adolescenziale e, non crescendo, soffre il conflitto figlio-padre in tutta la sua drammaticità. Rifiuta l’ amore paterno per sentirsi maggiorenne e scientificamnte alternativo alla tesi della creazione divina. Lo scienziato, come i tanti presunti tali, vive il suo “tempo delle mele” in una aprioristica contrapposizione al mondo dei grandi,  a quel mondo adulto frequentato da pensatori non atei come S. Agostino e San Francesco d’ Assisi, e dalla semplice gente alla quale basta farsi il Segno della Croce per trovare la forza interiore di andare avanti nutrendosi alla fonte della speranza nella vita dopo la morte quale unica giustificazione dell’ altrimenti insignificante e squallido vivere quotidiano fatto solo di biologia. Dunque Dio è oltre la nebbia della umana presunzione, oltre quella insensata stagione dell’ autosufficienza morale e filosofica dei troppi cattedratici della domenica. Dio è oltre quella nebbia che solo sguardi umili sanno attraversare in un atto di fede che dona spiritualità alla carne e alla massa cerebrale. Questi scienziati negatori dell’ esistenza di Dio sembrano tanti poveri Cecco Angiolieri che “s’i fossero foco arderebbero ‘ l mondo, s’i fossero acqua l’ annegherebbero” con la loro ” sapienza” mai giunta ad uno straccio di risultato scientifico. L’ immodestia e la certezza di comprendere  cose che milioni di persone non capirebbero mai fa della scienza una casta, una loggia, una congrega  di narcisisti intenti a specchiarsi nella loro presunzione e vedersi indiscutibilmente belli e perfetti. Credo   che Dio non resterà a lungo ancora oltre la nebbia e modestia ed umiltà abbatteranno i templi della ” sapienza da salotto ideologico”.

LA PESTE BUROCRATICA.

L’ inizio del terzo millennio passerà alla Storia come l’ orrida era della nascita, della vita e della morte del morbo pestilenziale sviluppatosi dalla degenerazione della burocrazia nel politicamente corretto. Questa peste, che contrariamente a quella manzoniana non nasce dalla carestia e dal degrado sociale ma dalla bramosia di gestire il benessere e conseguire il trionfo e la dittatura della norma, contamina la mente lasciando al corpo la misera illusione di essere libero fra le catene di una tutela superiore praticata dallo Stato. Il burocrate diventa così l’ architetto sociale che crea nuove forme di pensiero e di linguaggio, espressioni come ad esempio “isola informativa” per definire una serie di tabelle che riproducono le planimetrie degli uffici pubblici, o ancor peggio “isola ecologica” per indicare il nauseabondo spazio ai lati di strade cittadine dove vengono allineati i cassonetti dell’ immondizia, differenziati per colore ma tutti affluenti del grande fiume di rifiuti che sfocia in discarica. Il burocrate è colui che fa una riforma fiscale cambiando unicamente la denominazione del balzello da ICI in IMU avendo cura di aumentare imponibili ed aliquote per il “bene sociale”. E’ colui che, illuminato da decenni di carriera di yesman, ritiene di salvare un’ economia in crisi tassando anche i sogni. E’ colui che trasforma la proprietà  di una casa da diritto primordiale  che discende dal possesso di una caverna o palafitta, in un crimine la cui pena si espia con l’ esproprio. E’ colui che di grigio vestito e da ancor più grigio pensiero ispirato sogna una povertà, per gli altri, generalizzata ed omogenea come la melma degli stagni. Il burocrate è incapace di parlare, sa solo codificare e asservire tutto alla dea norma. Il suo credo è appunto la norma, la sua religione professa una vita non spontanea ma “normata”, orribile espressione burocratica che vuol dire regolamentata e regolata. Il burocrate non ha occhi ma solo occhiali, non ha un cuore ma un apparato di commi e codicilli, è colui che impone di indossare il casco protettivo per visitare un ambiente di lavoro inattivo e privo anche del più insignificante pericolo. E’ colui che, per conto di uno Stato immorale e sfruttatore delle umane debolezze, reclamizza il gioco d’ azzardo tacitando la sua inesistente coscienza con il codicillo che recita “il gioco può produrre assuefazione, giocare con moderazione” e quindi raccomanda di morire con moderazione  come nel caso del fumo di sigarette. Il burocrate è quell’ ignobile arnese accessorio del Potere incapace di produrre ricchezza ma capacissimo di spremerla dal lavoro altrui attraverso il totem fiscale, che quando supera certe aliquote diventa quello che il pappone è per la prostituta. Il burocrate è colui che scrive pagine di parole senza comunicare nulla, che rimanda il significato di una frase alla negazione di un’ altra frase, che afferma la validità di una legge proclamandone al contempo l’ inapplicabilità a causa di un’ altra. Il burocrate è il piantumatore di foreste inestricabili di contraddizioni e di norme dentro le quali milioni di poveri Cappuccetto Rosso incontreranno famelici lupi a due zampe pronti a mangiarseli.  Il burocrate dice sì usando il no, e servendo la dea norma  e la sua infinita corte soffoca il battito del cuore di ogni società.

LA SANTITA’ DEI BAMBINI.

Uno dei parametri sui quali si misura il grado di civiltà di un popolo è il livello di attenzione, di protezione e di rispetto della sacralità inviolabile, sia fisica che mentale, di cui devono beneficiare i bambini. Lungi dal cadere nella viscida trappola del politicamente corretto e suddividere la società civile in categorie o corporazioni di individui basate su età, sesso, mestiere o altro, con conseguente istituzione delle ancor più ipocrite “giornate” della donna, del panettiere, della natura o del bambino, credo che collocare al centro di ogni azione politico-culturale l’ attenzione per l’ età infantile sia un obbligo ineludibile e non solo moralmente.  Essa infatti rappresenta l’ unico stadio della vita umana in cui è presente ed incontaminata quella santità donata da Dio che rapidamente scema con il passare degli anni proprio perchè non esiste, al di là delle chiacchiere, tale obbligo di tutela. Dando uno sguardo panoramico a questo nostro disgraziato mondo appare evidente come non esista latitudine nella quale quello che io chiamo “anima adulta in corpo di bambino” non subisca la prepotenza, la violenza e l’ ignoranza da parte dell’ ex bambino malato terminale di quel morbo esistenziale che è la maggiore età. Lo sfruttamento dei bambini come operai, soldati, terroristi, prostituti, giocattoli in carne ed ossa, è praticato in ogni angolo del pianeta. Cosa accade in alcune famiglie, nelle scuole, nelle sacrestie, sia del mondo ricco che nelle sue parti più povere, ce lo raccontano le cronache di tutti i giorni, e più la narrazione è cruda più ci abituiamo ad espressioni terribili come pedofilia, turismo sessuale pedofilo, mercimonio di corpicini anche di pochi mesi. Pare ormai che a tutto si faccia il callo, e un risarcimento in denaro, un pentimento ipocrita, un insabbiamento politico, bastano a sotterrare responsabilità di personaggi famosi o semplici persone della porta accanto. Ma non è solo l’ abuso fisico, che per altro mai è soltanto tale poichè coinvolge sia la mente che l’ anima dell’ abusato, a dover essere perseguito e punito in modo esemplare. Anche la corruzione didattica, la normalizzazione politica, l’ inquadramento ideologico in schemi che deformano la psiche e provocano la produzione in serie di componenti del branco anzichè di individui, sono crimini contro la morale e la vita. Fabbricare maschilisti inculcando loro una forma di odio razziale contro la donna tanto da renderla ai loro occhi un oggetto disponibile pare essere la missione di tanti genitori, di scuole e media. Fabbricare cloni, privi della molla originale del cambiamento generazionale, ad immagine e somiglianza di adulti protagonisti di fallimenti esistenziali drammatici, sembra rappresentare la continuità della tradizione sociale. Tale padre tale figlio. E il mondo non cambia. La tutela della santità dei bambini è la sola arma per vincere questa continuità dell’ ignoranza perchè solo essa è in grado di creare individui affrancati dai rituali tribali che il mondo adulto si tramanda e che scandiscono la morte quotidiana della libertà facendo sì che il mondo di oggi non sia affatto dissimile da quello di un millennio fa.

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