Archivi del mese: maggio 2013

RAZZISMO DA LABORATORIO

Le diversità razziali, politiche e di religione sono, insieme alla congenita follia umana che le strumentalizza sponsorizzandole e facendone vessilli per alimentare faide di contrada,  la miscela esplosiva che origina guerre e guerricciole ad ogni latitudine. L’ intellighenzia occidentale, malata terminale di quel cancro ideologico denominato “politicamente corretto” ha scoperto il filone del razzismo a senso unico cioè quello praticato o suppostamente praticato dai “ricchi e spietati occidentalcapitalisti” verso i popoli dei pretesi terzo e quarto mondo, e ne ha fatto la religione sul cui altare bruciare in sacrificio riparatore la propria  identità nazionale. Per questi nuovi sacerdoti del superamento delle razze quale vero paradiso sociale e vaccino contro la naturale tendenza umana alla violenza e alla sopraffazione, è razzismo solo se a manifestare insofferenza,  diffidenza   e rifiuto dello straniero è il bianco, l’ occidentale visto alla stregua dell’ usurpatore del mondo.  Ad  essi, troppo indaffarati ad autoflagellare la propria razza, sfugge il razzismo del così detto diverso che pretende di imporre la sua filosofia, le sue leggi e la sua religione all’ odiato ma desiderato occidente. Di più, di fronte alla chiara volontà  di rifiutare l’ integrazione nell’ ambiente che le ospita da parte di queste popolazioni, l’ intellighenzia si taglia ancora una volta la gola delirando che tale rifiuto è solo una legittima reazione dell’ immigrato all’ ostilità dell’ indigeno. Costui quindi, cioè noi, sarebbe razzista due volte. Da ciò discende che qualunque vicenda riguardi liti, dispute o fatti di cronaca, l’ aggravante razzista interviene sempre e solo a carico dell’ ospitante. Il caso del calcio è in tal senso emblematico. Negli ultimi cento anni sia arbitri che giocatori si sono sorbiti insulti di ogni tipo provenienti dagli spalti degli stadi, mogli, sorelle e madri di tutti gli attori di questa commedia domenicale e infrasettimanale  hanno ricevuto ogni titolo della suburra e mazzi non di fiori ma di parolacce. Finita la partita finita la gazzarra, e tutti a casa fino alla prossima. Oggi non è più così.  Oggi se insulti o fai buu ad un negro sei razzista ma se lo stesso insulto o lo stesso buu lo rivolgi ad un calciatore bianco ridiventi di colpo un tifoso nell’ esercizio delle sue legittime funzioni. Il razzismo a senso unico è figlio di una ideologia malata di paternalismo a scopo elettorale, di apologia del valore  di precise categorie di persone e di un non sradicabile odio paesano e campanilistico verso il vicino di casa, che di diverso ha solo l’ idea politica. Quale sia il vero razzismo da combattere è lasciato alla scelta di chi legge.

PROPOSTA INDECENTE

Il disegno di legge presentato dai due vecchi esponenti della sinistra italiana, Finocchiaro e Zanda sulle modalità di partecipazione alle elezioni,  erede legittima  delle mire illegittime che il mai morto PCI coltivava sul pensiero unico, sul partito unico e sull’ unanimismo di Stato, rappresenta un tragico passo indietro della cultura. E’ gravissimo e spaventoso che ancora si manifestino i rigurgiti di quel controllo d’ opinione e di voto che ha armato la mano assassina di tutte le polizie segrete serve delle dittature rosse e nere. Il terzo millennio è appena iniziato e anzichè proiettarci verso il superamento dell’ età della pietra, nel suo pieno fulgore per quanto riguarda la politica, sembra destinato a ripetere e rinnovare passate tragedie attraverso l’ esclusione dai diritti politici di una parte della società italiana. Aguzzare la mente (?) per realizzare scenari di interdizione a movimenti politici e d’ opinione che non siano strutturati come le gabbie di ferro di quei partiti che, quando sono al potere, sanno creare solo delle squallide cuba, è un tangibile segno di progetto dominante non per supremazia elettorale ma per prepotenza ed esclusione a priori. E’ una dichiarazione di guerra contro lo spontaneismo, contro il desiderio di sfumare le tinte politiche schiacciate dalla morsa anacronistica del rosso e nero. E’ infine un chiaro segno di razzismo politico per cui ci si arroga  il diritto di escludere coloro che non vogliono cantare in quel coro ufficiale che fornisce al partito Stato voci prive di suono ma piene del rumore dei cingolati, e che dal pulpito unico ed ufficiale livella le masse verso il basso. Una proposta socialmente, politicamente e filosoficamente indecente.

AD UN PASSO DALLA SANTITA’

 I casi penosi di Eluana Englaro e  di Piergiorgio Welby ieri, e la storia di Piera oggi,  ripropongono all’attenzione delle coscienze il problema, mai risolto, del rapporto fra l’essere umano e la vita. Su questo devastante tema si confrontano due posizioni che appaiono inconciliabili, quella della Chiesa  e quella laica, entrambe prigioniere di schemi rigidi e dogmatici che ne limitano fortemente il respiro etico. Esiste una terza via che può portare la nostra mente, e quindi i nostri comportamenti, più vicini alla verità?  Proviamo a percorrerla. Le prime domande a cui cercheremo di rispondere sono: di chi è la vita e chi ha giurisdizione su di essa? La  Chiesa insegna che essa è di Dio e che solo Lui ne decide l’inizio e la fine. La posizione laica afferma invece il primato della persona e il suo diritto di decidere come debba essere e quanto debba durare la sua vita. La terza via, come virtuosa media, suppone  che la vita sia di Dio che la dona e della persona che la riceve, accettandola, uniti nel comune obbiettivo di utilizzarla come mezzo per la loro riappacificazione. Corollario di ciò potrebbe quindi essere l’ affermazione che la vita non è una sola ma una prova che si ripete tante volte quante ne servono ad ogni anima per tornare a Dio. Se così non fosse perché qualcuno vivrebbe cent’anni e altri qualche ora o pochi giorni fra mille sofferenze o nella prosperità materiale? Non è il caso di rifugiarsi nei misteri perché la verità è sempre semplice e chiara a dispetto dei dogmi di ogni genere e colore. Quindi la vita o meglio le vite, sono dei percorsi di ritorno a Dio ogni volta diversi, perché se siamo d’accordo sul fatto che da Lui siamo stati creati, dobbiamo anche essere d’accordo nel non considerarlo un essere perverso e ingiusto che distribuisce a caso disgrazie o felicità. In questi percorsi dunque ci sarà accaduto o ci accadrà di vivere una vita come Eluana o Piergiorgio o Piera, o essere campioni, poeti o re. Il punto cruciale è riuscire a viverle sino in fondo tenendo fisso lo sguardo sul fine ultimo che è la Santità della nostra anima. Non è per niente facile perché, pur essendo fatti di Spirito e corpo è con quest’ultimo che ragioniamo di più. E allora vorremmo fermare il tempo se siamo felici e interrompere la vita se è di sofferenza. Fa tenerezza e rabbia sentire da più parti invocare una legge che autorizzi la persona a liberarsi della vita: non esistono leggi che possono regolare il rapporto di ognuno di noi con Dio. In questo stretto pertugio della fragilità umana si insinuano i “saggi” e gli opportunisti della politica che gridano al vuoto legislativo in materia. Se un vuoto c’è è quello morale e spirituale per cui l’uomo si arroga il diritto di legiferare su tutto, anche sull’ anima. Se deleghiamo perfino il nostro personale rapporto con Dio al potere legislativo poi non ci devono meravigliare i tentativi di eliminare il Crocifisso per legge o per sentenza e la santificazione dell’ateismo. Allo stesso tempo non può essere una vergogna mostrare la propria debolezza umana come è accaduto a tanti prima di Piera. Costoro non ce l’hanno fatta e si sono fermati ad un passo dalla santità. Ma Dio darà loro ancora una possibilità, ancora una vita per riuscire a fare anche quell’ ultimo passo.