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Eligio Bartoli
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Eligio Bartoli

Archivi del mese: aprile 2013

TEATRO DOVE SEI ?

Il fratello povero della Dea cinema ha sempre ricoperto ruoli di secondo piano nell’ arte della recitazione contemporanea. Ha rappresentato la nicchia snob di una ristretta cerchia di un pubblico preteso intellettualmente superiore e di attori, dichiaratamente autodefinitisi superiori rispetto ai loro colleghi del ciac. “Sì, ho fatto del cinema… ma il teatro è quello che amo davvero!” E’ la frase tipica di tante quasi soubrette, di tante quasi presentatrici di prima serata e soprattutto di tante divette che al primo calar della sera e al primo apparir di rughe, ripudiano l’ effimera arte del filmetto per diventare sacerdotesse del palcoscenico nobile. Ma dove è finito il teatro? Non potendo contare sugli effetti speciali da ipnosi collettiva e dovendosi alimentare con testi impegnativi nei quali ogni parola è una scultura fonetica, risulta necessariamente indigesto alle folle che adorano l’ ebete tormentone di moda. E poi Shakespeare e Platone hanno l’ insopportabile pretesa di costringere i neuroni ad esserci e a funzionare, e non è proprio il caso!  Inoltre il teatro giovane, contemporaneo, latitando l’ arte, si esaurisce come una bolla di sapone per lo più in serate monologo dove è imperativa la parolaccia strappa applausi e l’ introspettiva intestinale gradita e compresa da tutti. Oggi il teatro è questo: due ore a ridere come idioti nel sentirsi raccontare da qualche ispirato furbetto o ispirata furbetta del monologo sul caso limite. Non serve inventiva o capacità d’ analisi psicologica, basta ed avanza raccontare la giornata appena trascorsa, i suoi coatti e le sue coatte, alcuni dei quali diventano attori semplicemente salendo sul palcoscenico e avendo l’ unico merito di non vergognarsi della propria pochezza artistica.  Le fonti di questo pseudo teatro, i sacri testi, sono la pubblicità e l’ interpretazione demenziale di testi demenziali “pensati” in qualche garage adibito a camerino fra un bicchiere di birra e una siringa. D’ altra parte l’ Italia è sì la patria della cultura classica ma è anche la periferia culturale dove l’ arte e la scuola non si incontrano mai,  dove il 90% della popolazione ignora chi sia stato Esopo o Platone. Se il teatro è quella patetica vetrina di cariatidi in smoking e abiti da sera che sfilano solo per esserci e non per nutrirsi di testi con quali eccelse menti hanno disegnato l’ umanità, se oggi è molto più importante apparire che essere e la parola cioè è il pass partout di ogni conversazione, a cosa serve allora il Teatro con la T maiuscola? Meglio lo sballo, la sniffata e la risata ebete e sguaiata ma, è il comandamento, collettiva. Se la scuola forma analfabeti in tutto e quindi anche in analisi, autoanalisi e sintesi, quali speranze possono esserci per il Teatro?

CINEMA ADDIO.

Il dinosauro di celluloide tenta di resitere alla glaciazione della cultura che lo sta portando inesorabilmente verso l’ estinzione.  Il povero gigante di nome “Ciac!”  prova ad affidarsi alle sempre meno credibili storielle di invasori alieni, di catastrofi bibbliche, di guerre intergalattiche, fatte di effetti speciali, di fantasia digitale e di violenza autentica, che però finiscono per interessare solo i patiti di video games e i pronipoti di jeeg robot. Oggi il cinema è tutto quì. Non servono a dargli scosse vitali le penose storielle o pseudo psico drammi polpettoni coltivati nella serra ideologica del politicamente corretto e profondamente ipocrita che narra del piccolo universo omosessuale. L’ arte cinematografica fatta di idee geniali alla Hitchcock, di romanzi popolari neo realisti e di commedie intense come “Indovina chi viene a cena?”, pare ormai tramontata, dimenticata e sepolta sotto cumuli di pellicolette demenziali, prodotte ad uso e consumo del pubblico più abboccato e meno selettivo che esista, quello giovanile, che è ormai anche l’ ultimo acquirente dei biglietti di ingresso. Cosa fare per arrestare il declino e rivitalizzare il cinema? La moda-placebo in voga sempre di più, quello che chiamo l’ eventismo, invoca le capacità taumaturgiche dei troppi festivals del cinema  credendo nella magia delle sempre più irritanti e provinciali passerelle sull’ immancabile tappeto rosso di divi e dive ogni giorno di più non credibili. Questi cerimoniali sono i residui di una autocelebrazione non più praticabile, e il mito traballante della diva che catalizza attenzione ha bisogno di spalline che a comando scoprono un seno apparso già mille volte scoperto, o di trasparenze da spiaggia per tenere in piedi un carrozzone che ha perduto fascino e attrattiva. L’ eventismo porta solo alla clonazione e duplicazione di penosi vari di vascelli fantasma, produce gossip di basso profilo e pattume difficilmente smaltibile. L’ alternativa è semplice ed impossibile. Basterebbe chidersi quale sia il motore dell’ arte. La risposta non può che essere la fantasia, l’ idea innovativa ed il colpo di genio. E dove possono sbocciare simili fiori se non nel giardino di menti giovani che studiano i grandi narratori del passato, i poeti e gli autori di storie indimenticabili dai quali apprendere l’ arte del narrare il nuovo? Promuovere accademie fini a sè stesse non basta, pena il cadere ancora nell’ eventismo didattico, serve riempire di contenuti artistici gli studi e le lauree, svuotandoli dell’ ideologia politica che ne ha fatto mere officine di partito dalle quali escono in serie automi lobotomizzati, pronti ad incassare milioni di euro di finanziamenti pubblici in cambio di un cinema orientato, asservito, addomesticato e condizionato, che detti schemi di vita sociale.  L’ arte non sarà mai di parte e se la si rispetta e la si aiuta è destinata a produrre ricchezza sia di contenuti che economica. Ma in ciò consiste l’ impossibilità della sua salvezza.

LA RIVOLUZIONE DELLE PUSTOLE.

Il panorama politico italiano è caratterizzato, oltre che da una crisi economica figlia del saccheggio ultra decennale operato da schiere di deretani di pietra del seggio parlamentare, dal proliferare di bassi figuranti del comizio insurrezionale irradiato via internet e via Tv. Sono le pustole che deturpano una faccia a prescindere dal fatto che essa sia bella o no. Hanno diversi connotati comuni che le identificano come opportuniste dello sfascio procurato a fini di lucro politico ed economico. Sono  i piromani della politica che incendiano le istituzioni sfruttando le foglie secche del parassitismo di partito e, nascondendosi dietro il fumo del populismo più becero, usano la rabbia e l’ ignoranza delle masse come trampolino di lancio per arrivare nei posti della politica che contano. C’è tutta una letteratura sulle pustole politiche che narra le gesta di presunti condottieri di sè stessi verso la gloria e il privilegio. Mao, Castro,Stalin, Lenin e tutta la pletora infinita di mezze figure che hanno fatto loro da zerbini sui quali pulire gli scarponi pseudo proletari affinchè sembrassero scarpe da cerimonia. In questo squallido presente si replicano tragiche comparse della più totale ignoranza economico-finanziaria-istituzionale, che si arrogano la capacità di guidare una Nazione. Patetici personaggi che, intravisto il pertugio della protesta, vi si infilano per entrare nelle stanze dei bottoni pur non avendo la minima cognizione di dove mettere le mani se non alla cassa senza fondo del denaro pubblico. I codazzi che li seguono hanno la bava alla bocca e la benda ideologica sugli occhi, non vedono, non capiscono che i loro pretesi salvatori li stanno turlupinando esattamente come i totem canonici che vogliono abbattere. Caduto un totem se ne erige un altro identico e tutti sono convinti di aver fatto la rivoluzione delle pustole. Partiti liquidi, pustole, movimenti che si vergognano di chiamarsi partiti politici ma che parlano e agiscono come tali. Alla loro guida ci sono  tribuni dalla saliva abbondante, gonfi di violenza verbale ed intellettuale, straripanti di egocentrismo e pronti a dettare la propria legge. L’ Unica giusta e sacrosanta.

SETTE ANNI DI DISGRAZIE.

La vecchia e superata Costituzione italiana dispone che il mandato del Presidente della Repubblica duri quanto le disgrazie conseguenti alla rottura di uno specchio secondo una credenza popolare molto radicata. E fra pochi giorni uno stuolo di oltre mille “grandi elettori” si riunirà in conclave laico per nominare il nuovo inquilino-padrone del Quirinale e procurare così altri sette anni di disgrazie al Bel Paese. Il cerimoniale è pronto: i corridoi e i sottoscala del potere sono affollati come formicai da congiurati muniti di una serie di pugnali pronti ad avventarsi sulla democrazia e farla a pezzi con accordi, tradimenti, voltafaccia e prostituzione di voto. E’ il gioco delle parti, un torneo che tutti vogliono vincere anche se molti si accontenteranno dei premi di consolazione consistenti in future prebende in cambio dell’ odierno tradimento. E’ la politica bellezza! L’ unica cosa rimasta intatta con il passare dei secoli e forse anche i pugnali sono gli stessi che hanno ucciso Cesare e armato la mano dei Pazzi. La politica è quel regno virtuale dove i miliardi di euro sono reali e i “valori democratici” che li smuovono abitano stabilmente in fondo alle tasche dei sacerdoti del potere. Siamo nel periodo in cui, come un serpente, essa deve cambiare pelle cercando di rimanere sempre serpente. Vengono eretti altari al dio potere e cortei di vestali intonano canti e filastrocche perchè si compia il prodigio della trasformazione di un politicante, di un ex portaborse, di un ex attacca manifesti, in divinità politica, nel presidente saggio e difensore della democrazia per autodefinizione.  E’ comico e al tempo stesso tragico che da un istante all’ altro una persona possa divenire semidio per nomina, per votazione e, con esse, acquisire i crismi  dell’ immortalità storica. Proviamoci noi semplici mortali, non frequentatori dei seggi parlamentari a realizzare simili prodigi!  Proviamo a fare di un carretto una carrozza, di un’ utilitaria una limousine.  Falliremmo miseramente perchè a noi manca quel fluido gelatinoso e viscido che permette al politicante di passare indenne nei pertugi del compromesso, nei cunicoli dell’ oggi a te  e domani a me. Si compirà ancora il destino e rotto lo specchio avremo altri sette anni di disgrazie garantite costituzionalmente dal nuovo vate e dai suoi prossimi sette messaggi di fine anno. Siamo vino nella botte e qualcuno, anzi molti ci berranno, si ubriacheranno di noi e chi non vorrà farsi bere avrà una sola alternativa: suicidarsi e consentire alle ombre istituzionali di presenziare addolorate dalla dipartita. Abbassiamo i calici, c’è poco da brindare per uno specchio rotto e altri sette anni di disgrazie tutte e solo per noi.  

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