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IL CEFFONE DI ROMA

Il clamore suscitato dalla storica decisione del Papa si sta attenuando sovrastato dalla rumorosa campagna elettorale e dal penoso avanspettacolo che va in onda a Sanremo. Caduto il polverone mediatico possiamo parlare del paterno ceffone di Roma, storico al pari dello schiaffo di Anagni, dato dal più umano e più anticonformista dei Pontefici contemporanei all’imperante politicamente corretto. Risuona ancora quel frettoloso “dalla Croce non si scende” pronunziato con il chiaro intento di esaltare la presunta debolezza di questo coltissimo, e dunque umilissimo, erede di Pietro il quale, proprio per la Sua umiltà, sulla Croce non ha mai detto o pensato di esserci salito. Al contrario di tanti che asseriscono di averlo fatto generando, in chi li ascolta attentamente, il sospetto che l’obbiettivo di tale pretesa salita fosse quello di farne scendere il Figlio di Dio. Quanti oracoli, quante bocche della verità autorivelata, quanti profeti del giorno dopo, hanno incrociato le lingue in un dibattito dal sapore di Disfida di Barletta. I pro e i contro si sono affrontati in general tenzone non pensando un solo attimo  a quanto di evangelico e di profondamente cristiano  ci possa essere nel rinunciare al potere per amore del dovere. Eppure sarebbe bastato guardare negli occhi del Papa, in quei due specchi di un’anima già volata via e affrancata dal vocìo di sacrestia, più vicina a Dio di quanto non lo siano le stelle. Occhi ormai rivolti al Cielo in una personale certezza di aver dato quel che potevano e, premurosi come soltanto quelli di un genitore generoso sanno essere, hanno voluto indicare qualcuno più forte, più deciso, cui affidare il timone di una nave che, purtroppo, non si può governare col solo amore. Grazie a Benedetto XVI per non aver voluto rovinare un sapiente Papato con una vecchiaia pastorale inguardabile.  

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