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LA RELIGIONE DELLE TASSE

Correva l’ anno 1992 (Silvio Berlusconi politico  non era ancora nato) e il debito pubblico italiano toccava quota 1.633.770 miliardi di lire quando uno dei profeti delle tasse patrimoniali, nottetempo, introdusse la longa manus del fisco nei conto correnti e perfino negli accrediti salvo buon fine bancari, cioè soldi virtuali, a copertura di crediti prelevando quanto serviva per arrivare ad un salasso totale di 93.000 miliardi di lire. Il profeta della mannaia fiscale giustificò tale incursione espropriatrice con la necessità di salvare il Paese e di dare un futuro alle nuove generazioni che dal “sacrificio” avrebbero tratto benessere nel tempo. Il mare del debito pubblico inghiottì quei 93.000 milardi di gocce, nulla cambiò ed oggi a distanza di 20 anni tornano a galla, come vecchi relitti, gli stessi profeti della tassa patrimoniale, che vogliono gettare le residue gocce di sangue in quell’ oceano nella folle certezza di risolvere tutto. Coloro che in quegli anni non erano ancora nati oggi voteranno e in molti purtroppo abboccheranno all’ esca della dottrina “più tasse più benessere”, crederanno che con una patrimoniale, che darà il colpo di grazia alla nostra moribonda economia, il loro futuro sarà tutto rose e fiori. Non sanno che invece faranno la stessa fine dei ventenni di 20 anni fa, che sono andati ad ingrossare le fila di un precariato ultra decennale ed oggi sono quarantenni in cerca di autore. Perchè la Storia non riesce ad entrare nelle teste della gente? Perchè si continua a dare credito a chi ha già fallito miseramente? Perchè i profeti delle tasse riescono sempre a trovare qualche sprovveduto disposto a credere ciecamente alla fandonia delle fandonie? Semplicemente perchè la Storia si può truccare e raccontare a proprio tornaconto, perchè il fallito sa riciclarsi in mille modi e colori e perchè, da furbo quale è, sa che se al popolino si dà in pasto qualcuno da sbranare  esso non si accorgerà di chi intanto gli fa il mazzo fiscale. Dal “dividi ed impera” si è passati al “fai odiare e dilapida”. E intano mezze figure di mezzi busti sedute da trenta o quaranta anni sulle poltrone della scena politica dopo aver opportunamente cambiato pelle più spesso dei serpenti e colore politico più dei camaleonti, si propongono come i salvatori della patria, di quella stessa patria che hanno ucciso con il debito pubblico. Ma se il povero italiano medio imparasse dalla Storia e riconoscesse questi saltimbanchi non li voterebbe più e si salverebbe.

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