Archivi del mese: gennaio 2013

I DIECI COMANDAMENTI

NON DESIDERARE LA DONNA D’ ALTRI.

Il tema della fedeltà è trattato dal nono Comandamento che sintetizza, con una formula ampiamente discutibile sia dal punto di vista della parità dei sessi che da quello ancor più dequalificante della appartenenza di una persona ad un’ altra, la necessità del comportamento responsabile nei rapporti sentimentali.  In questa formula traspare nella sua interezza il contenuto tribale del Comandamento, contenuto che identificava nella donna una qualche cosa posseduta da qualcuno e desiderata da qualcun altro. Va da sè che per parlare in modo accettabile della fedeltà e del principio in base al quale una persona legata sentimentalmente debba sempre essere considerata off limits, è necessario estendere anche all’ uomo tale Comandamento. Può sembrare una considerazione banale ma non lo è, tanto che dalla versione originale di esso è nato il figlio degenere chiamato delitto d’ onore con tutte le giustificazioni e le implicazioni del caso. Lo stesso rigurgito di  violenza religiosa contro la donna già trattato nell’ articolo “I roghi sono spenti ora spegniamo l’ ignoranza”, deriva dal considerarla un oggetto intorno al quale costruire una barriera difensiva con un Comandamento che, caso unico fra i dieci, proprio per questo non riesce a levarsi in volo e diventare un principio. Dover istituire un Comandemento per sancirne, non l’ intoccabilità sacrosanta   in quanto creatura di Dio, ma la non commerciabilità del desiderarla fa della donna un trofeo conquistato, appeso ad una parete e difeso da altri pretendenti. La fedeltà è altra cosa. E’ dedizione assoluta, è rispetto dei rapporti altrui senza bisogno di rappresaglie legali o morali, è consapevolezza che l’ universo di una coppia è sacro fino a quando la stessa non decida, di comune accordo, di scioglierlo e aprirlo a nuove vite. Questo Comandamento all’ inizio si pone come baluardo a tutela della integrità familiare ma subito scade nella classificazione della donna quale anello debole della catena sociale, quale possedimento di qualcuno. Non desiderare la donna e l’ uomo che hanno già un rapporto, senza per questo essere di qualcuno, è il giusto Comandamento che rende sacro l’ amore fra due persone e che cessa di essere tale nel momento in cui  necessita della fine di un altro amore per realizzarsi. Dei dieci Comandamenti questo è forse il più problematico e utopistico in quanto tenta di imbrigliare le acque agitate dei sentimenti dai quali nasce la poligamia quale indiscutibile attitudine naturale della specie umana. In chiave squisitamente religiosa chi dovesse riuscire a rispettarlo realizzerebbe il miracolo dell’ avvicinamento a Dio e del passaggio da un piano materiale ad un livello spirituale, una sorte di levitazione sulla umanità che regna in ognuno e che è il punto di arrivo della dottrina della reincarnazione.

SE PARTORISSE IL MASCHIO

” Tu donna partorirai con garn dolore…” al maschio, sia esso togato, in tonaca, in alta uniforme, in monoabito da rivoluzione culturale o in semplice tenuta da burocrate o in camice bianco sanitario, tale imperativo non è mai sfuggito di mano ed oggi, a roghi spenti e maschilismo alla massima fiamma, si deve assistere ad un nuovo giro di vite contro la donna e il suo destino di madre.  Infatti qualcuno che non sa fare i conti e che per questo si erge ad oracolo infallibile, ha latrato che sono troppi i parti cesarei praticati rispetto al parto “spontaneo” che, in moltissimi casi,  tale non è perchè necessita di una induzione farmacologica senza la quale il travaglio durerebbe un’ eternità. Ergo, secondo l’ oracolo, si spende troppo per eludere una presunta maledizione divina. Bugia più grande il burocrate non poteva dirla poichè, e lo capisce anche un neonato, sia in  termini di tempo di assistenza che di degenza,per non parlare della salute del nacituro, il parto pseudospontaneo costa molto di più di un veloce intervento cesareo proprio in relazione agli aspetti appena detti. Ma della sofferenza atroce che la donna deve patire con il parto naturale proprio non interessa a nessuno dei grandi geni della matematica statistica?  Evidentemente no! E mentre si bruciano miliardi di euro grazie ad un apparato sanitario malato di politica e di corruzione si vuole spaccare in quattro il capello del costo dovuto al parto cesareo. Non ci vuole grande fantasia nell’ immaginare come sarebbe affrontato il problema se a partorire fosse il maschietto universale, quali e quanti accorgimenti costosi o no verrebbero presi per evitargli il travaglio, il dover spingere fino a far saltare i vasi sanguigni del viso, degli occhi, o evitargli le lacerazioni dei tessuti dovute al transito del nascituro. Evidentemente non sono bastate le innumerevoli donne morte di stenti a causa di parti-tortura gestiti da macellai in camice bianco, come ancora più evidentemente, i progressi scientifici non devono essere utilizzati per alleviare i patimenti delle donne  altrimenti i conti non tornano. Se le donne si svegliassero dal torpore dell’ adorazione del piccolo maschio e lo obbligassero ad accettare la loro totale giurisdizione e capacità di scelta su come partorire non ci sarebbero burocrati idioti che latrerebbero.

TE’ ALL’ AMORE

Breve racconto per giocare con la fantasia

L’ acqua della doccia picchiettava sui vetri della cabina mentre Dafne si massaggiava voluttuosamente sotto il caldo getto. Eros ascoltava dalla stanza accanto standosene pigramente sdraiato sul letto disfatto che portava evidenti  i segni delle loro evoluzioni erotiche. Erano di nuovo le cinque del pomeriggio, l’ora magica dell’irrinunciabile e particolarissimo tè all’amore. Per due giorni della settimana Dafne lavorava nello studio dentistico di questa simpatica città di provincia, lì aveva conosciuto Eros quando, disteso sul lettino, aveva spalancato la bocca su una carie superficiale dell’arcata superiore. In due sedute gli aveva curato il dente e ammalato l’anima. Non ci fu bisogno di tante parole, bastarono le vibrazioni che emanavano dai loro corpi a tracciare il sentiero che, all’unisono, decisero di esplorare. L’appartamento di Eros era piccolo ma essenziale e caldo quanto bastava a far sciogliere i biondi capelli che Dafne teneva raccolti sulla nuca durante il lavoro. Quando si sedeva sulla sponda del letto e li lasciava liberi di inondarle le spalle la mente di Eros scattava come un purosangue alla partenza di una corsa. Nel loro cielo saettavano le scariche elettriche di un passione fisica senza controllo. In quegli interminabili, eppur velocissimi, minuti perdevano la loro identità per acquisire le sembianze di una donna e di un uomo senza nomi  e senza passato mentre il futuro attendeva di essere disegnato da quel bollente presente. Eros era single, Dafne felicemente sposata e madre di due bambine. Una donna che per due giorni alla settimana cambiava pelle ed anima avventurandosi alla ricerca di qualcosa che fino a poco tempo prima le era totalmente sconosciuto. Quante persone abitano nel corpo di un uomo e di  una donna? Se lo chiedeva accarezzandosi sotto l’acqua calda, quasi stordita dall’averne appena scoperta una nuova. La vita fluiva come un fiume di lava attraverso le sue vene e lei la dispensava senza riserve in quegli incontri fuori dal tempo e dallo spazio di tutti i giorni. Non pensava al male o al bene, aveva sete e si dissetava a quella fonte che, stranamente, non le mancava per nulla nei restanti giorni della settimana. Le sue vite erano sovrapposte ma separate ermeticamente dai bottoni della camicetta che per due volte liberavano una Dafne latente, quasi nascosta ed in paziente e silenziosa  attesa dell’uragano che l’avrebbe fatta volare. Eros aprì l’anta della cabina, entrò e si fuse sotto la doccia con quella magnifica donna  che viveva solo due giorni alla settimana. Il tè all’amore va servito fumante.

IL DOPING DELLA MORALE

Il caso di Lance Armstrong  sta catalizzando l’ attenzione dell’ opinione pubblica americana che forse non vedeva l’ ora di poter sostituire il fallimento delle Leman Brothers e l’ inarrestabile crescita del debito federale quali argomenti di cronaca dominanti. E dunque via al cerimoniale per esorcizzare la cruda realtà attraverso il rito sacrificale dell’ agnello di turno, il ciclista prima osannato e reso un semidio e ora spogliato e fustigato a sangue davanti all’ immenso tribunale di una Nazione bisognosa di scaricare le tossine di una crisi economica mai conosciuta prima dalla quasi totalità della popolazione. La sacerdotessa mediatica è lì a stimolare l’ apoteosi della confessione con la stessa tecnica che i picadores usano con il toro nell’ arena. Le telecamere indugiano sul reo evidenziando il suo tumulto interiore e, avide di cogliere la prima lacrima segno della resa emotiva, riempiono lo schermo con la sua disperazione. Il semidio è nella polvere. L’ emblema di un Paese al quale nessuna impresa è preclusa è lì ridotto ad una penosa allegoria morale del proverbio che recita “chi troppo vuole nulla stringe”.  La stessa società che lo ha esaltato ora lo giudica colpevole di aver voluto essere grande ad ogni costo. Questa società, culla del mito dell’ impossibile, ora si fa giudice spietato di chi, spinto dalla forza inarrestabile del desiderio di gloria, ha barato inventando assi e re che non aveva. Ma se è fin dall’ asilo che veniamo massacrati ai fianchi dallo sperone  del successo ad ogni costo, se soltanto chi vince vive nel paradiso terrestre del lusso, della celebrità e dei milioni di dollari o euro, se solo vincendo si ha il mondo ai propri piedi, perchè fare finta di sdegnarsi quando un Armstrong qualsiasi è disposto a polverizzarsi il cervello pur di vincere?  E’ il mito del vincitore che ha dopato la morale stabilendo che il fine giustifica i mezzi e che tutti sono leciti pur di arrivare in vetta. Non è forse doping morale quello che spinge ragazzine a scappare di casa e prostituirsi pur di  diventare celebrate icone di qualche cosa? E non è doping della coscienza quello che spinge rampanti e attempati consulenti finanziari tristi strumenti di banche d’ affari (sporchi)  a divorare i risparmi della gente che lavora pur di scalare le classifiche dei fabbricanti di sogni e di facili guadagni? Quanto, tutti noi, siamo disposti ad essere  tali e quali ad Armstrong forse nemmeno ce ne rendiamo conto ma di certo siamo pronti a giudicare, a condannare, e a giustiziare scagliando tutte le pietre dalla prima all’ ultima.

I DIECI COMANDAMENTI

NON DIRE FALSA TESTIMONIANZA

L’ ottavo Comandamento prescrive alla persona l’ onestà intellettuale e la purezza di mente indispensabili affinchè la propria vita sia una testimonianza dell’ esistenza di Dio.  Non dare falsa testimonianza è, in senso ampio, non diffondere falsi messaggi morali, false deità, false dottrine dell’ uguaglianza basate sull’ appartenenza a determinate classi sociali, gruppi etnici o ideologie politiche. Il Comandamento, si eleva ben oltre il non dire bugie, come semplicisticamente insegna certa dottrina da sacrestia, esso investe prima di tutto i così detti depositari storici o istituzionali della “verità”: le gerarchie delle varie confessioni religiose le quali non devono contendersi seguaci o affiliati, come fanno i supermercati alimentari, con tessere di pseudo verità confezionate su misura o con ricette morali dai millantati successi garantiti. Disorientare le anime tirandole ora verso l’ una ora verso l’altra di queste “verità” è dare falsa testimonianza, è prestarsi all’ asta dei princìpi come banditori imbonitori e prezzolati.  E il richiamo forte del Comandamento è verso l‘ amore per la verità che, per definizione, non è negoziabile o subordinabile ad alcun interesse di parte. E’ un  richiamo  a fondare su di essa l’ esistenza di persone e popoli, perchè non tradisce mai e non fa distinzioni di caste o di poteri. La verità è l’ unico valore rispetto al quale ogni idea o ideale risulta credibile e definito nella sua moralità o immoralità. Di conseguenza tutto ciò che si discosta dalla verità rivelata da Gesù Cristo,  e che è matrice comune alle grandi religioni monoteiste, diviene falsa testimonianza diffusa allo scopo di spacciare teoremi politici  e filosofici per ideali superpartes.  In tal senso negare l’ esistenza di Dio senza avere in mano la formula “magica” della reazione chimico-fisico-temporale che possa spiegare la nascita dell’ Universo è puro esercizio di falsa o approssimata testimonianza praticato da pretesi scienziati divenuti tali solo per essersi  iscritti alla facoltà di fisica.  L’ importanza quasi drammatica di questo Comandamento investe il destino dei popoli che, se privati di una speranza, di una finalità superiore della vita, trascorreranno l’ esistenza  brucando passivamente come greggi sperdute ed ignare della loro stessa dimensione spirituale.

“SENTENZIOLOGIA”

La Cassazione dopo aver pontificato sui jeans stretti al punto che non potevano consentire la violenza sessuale denunciata da una donna, torna alla ribalta con una sentenza che sentenzia la sparizione della politica, della morale, della psicologia e dell’ antropologia culturale come pratiche di studio, finite fra le cose inutili e superate come la medicina lo è stata in materia di eutanasia. Dunque oceani di inchiostro stesi su ettari di pagine di libri e trattati che hanno istruito e illuminato secoli di storia, sono gettati in discarica da una semplice sentenza che attribuisce fondamenti psicologici, sociologici e morali alla prospettiva di dare in adozione o in affido, a due omosessuali un povero disgraziato bambino il cui accidente storico chiamato nascita lo condanna a tale triste destino. Con questa sentenza pare che venga ribaltato l’ ultimo baluardo a difesa dei soggetti deboli: non è importante lo sviluppo psichico dei figli che, si certifica tout court, non risentirebbe di uno scenario genitoriale da pura follia caricaturale, ma  è invece decisivo l’ esaudimento del desiderio infantile di mancati adulti di possedere la bambola o il bambolotto.  Siamo passati dalle superselezioni di genitori veri ed eterosessuali che dovevano essere perfetti, come gli atronauti, sotto ogni profilo per poter adottare figli, alla liberalizzazione del mercato dei bambini come fosse quello dei carburanti o della telefonia. Oggi i requisiti richiesti non sono più la capacità genitoriale ed economica o la cultura dell’ amore per i figli o la cultura in senso lato no, oggi basta desiderare, basta volere il giocattolino e con esso giocare a fare mamma e mamma o papà e papà, finchè la voglietta non passa. Non una parola sul futuro che attende i martiri di questa che appare come la follia del secolo, non un dato scientifico o statistico che supporti la sicurezza di affermare che nulla ci sarebbe di negativo, per loro, nel crescere nella più totale confusione di ruoli e di identità. Questa sentenza appare come una autocertificazione di bontà del vino rilasciata dall’ oste che lo vende. E’ la sentenza di una causa che vede contrapposti i desideri di due genitori ma che ignora, proprio perchè non può escluderlo a priori, che a pagare il conto salatissimo sarà soltanto l’ oggetto del desiderio conteso, il bambolotto o la bambola.  Ne discenderà, per dottrina, che d’ ora in poi non solo si nascerà e si morirà per sentenza, a prescindere dai medici, ma che si vivrà o non si vivrà secondo il diritto naturale ancora per sentenza. E ciò sarebbe come dire, da matti, che in Cassazione o in qualunque Tribunale o nella Corte Costituzionale, se al posto dei giudici ci fossero tutti parcheggiatori abusivi, la Giustizia non ne risentirebbe.

PICCOLI RAIS

Il caravanserraglio della politica italiana è in fermento nell’ apprestarsi del pellegrinaggio al santuario dell’ urna, il rito da commedia dell’ arte che consacrerà tutti vincitori e un solo sconfitto: la civiltà democratica. Sì perchè,  ancora inconsapevoli di tale materia e bruciati dal ricordo del triste ventennio fascista, gli italiani si recano alle urne immaginando di contare qualcosa, di poter dire la loro, di influire sul destino del Paese. Pare che ignorino di essere alla mercè dei piccoli rais che nascono ad ogni giro di lancette d’ orologio. Eppure sono costoro, con le loro falangette di portaborse, a godere dei frutti dati dalla sindrome campanilistica, dal fervore di contrada, dall’ atavica rivalità che pone padri contro figli delle stesse famiglie. Sono i piccoli, insignificanti e furbi rais che dopo aver piazzato i propri fidi scagnozzi in lista, attendono di mietere quel pò di voti dai quali trarranno il beneficio di una poltrona offrendoli al miglior acquirente. E chi ha votato?  Si potrà arrovellare nel veder il proprio voto, magari di sinistra, portato in dote al monsignor Centrista o nel veder riesumata la salma di qualche messia tecnico che, alla faccia di maggioranze scaturite dalla volontà popolare,  potrà sedersi, sorretto dalla nomenklatura, sui banchi del governo.  Oggi è questo il luna park sempre aperto della politica, pieno di giostre, di saliscendi, di tunnel dell’ untore nei quali si entra democristiani per uscirne comunisti, clericali per divenire anticristi, moralisti delle tasse per mutarsi in opportunisti dell’ elusione fiscale. Un immenso, solo per dimensioni, circolo riservato a masticatori di idee politiche e sputatori di sentenze valide però solo per gli altri, cioè per il popolo pellegrino del voto. Ora mi chiedo, ma questi piccoli rais che confondono la democrazia partecipata con il loro orticello di ambizioni personali, sono dunque un segno del trionfo della democrazia? O sono soltanto l’ emblema di un popolo in eterna contraddizione con sè stesso che cerca di spigolare nel grande latifondo della chiacchiera? A sentirli declamare ideali sembrano tutte vergini immolate sull’ altare del bene comune, martiri che passano notti insonni al pensiero che qualcuno non  arrivi alla fine del mese, pur con i lauti stipendi da mille euro o con le ricche pensioni sociali che essi elargiscono. Ma poi li si ritrova ad immergersi in fondali proibiti per interminabili sub-safari fotografici con annesso souvenir tutelato e asportato. Oppure a bordo di modeste Ferrari mentre sfrecciano urlando “te la do io la democrazia”. Quest’ anno poi va molto di moda il modello, prevalentemente in tinta rossa, ex toga o tale in aspettativa al motto di “io ci provo e male che vada torno ad emettere avvisi di garanzia ad orologeria”.  Piccolo italiano guardati dai piccoli rais, stanne alla larga perchè come sanno succhiare il sangue loro non lo sa nemmeno Dracula.  No, non intendo quello soprannominato così, lui lo sa e resta insuperabile in materia.

SIAMO UOMINI O CAPORALI?

Il caso di Enrico Forti è ormai sulla cresta di un’ onda di indignazione  che giornalmente si abbatte sulla resistenza ottusa  di un sistema giudiziario che si pavoneggia della sua “perfezione tecnica” ma non arretra di un millimetro davanti agli ormai dodici anni di tortura  detentiva ai danni di un innocente. In questi giorni altri due nostri connazionali sono tornati volontariamente agli arresti domiciliari in India, due uomini non due molluschi vigliacchi come quel terrorista assassino pluriprotetto e intoccabile in vacanza in Brasile. Forse anche Chico Forti, se non fosse stato un imprernditore di grido, avrebbe ricevuto la  ‘solidarietà di massa’ che ha coperto i tanti latitanti di quella risma. Ma purtroppo, se non ultimi, siamo solo… terzi nella diplomazia e quando vediamo  un assassino cubano, che uccide in Italia e scappa, venire custodito gelosamente dalla sua patria, ci cadono le braccia a sentire le dichiarazioni di principio sterili e grazie anche alle quali l’ India ci prende in giro da un anno. Già pare di sentire il solito idiota buonista e pacifista che liquida il caso Forti con la sua frase tipo: “con tutti i problemi abbiamo non possiamo preoccuparci di un singolo caso.”  A questi paladini dell’ indifferenza dico che non serve che ci venga strappata tutta la bandiera per indignarci ma basta anche che un solo brandello sia lacerato per far scattare il senso patrio e, giustamente, nazionalista. Ma pare sia più facile e redditizio, visti i soldi che ci girano intorno, occuparsi e indignarsi per clandestini, per immigrati, quasi sempre arruolati dalla camorra, dalla mafia e dalla ‘ndrangheta.  Quel pezzetto d’ Italia che sta dietro le sbarre a Miami vale una guerra di liberazione che lo Stato italiano è tenuto a combattere al massimo livello e con il massimo sforzo. E vincere.

L’ ECO DELLA LIBERTA’

Non sono un tremontiano ma di certo mi sento anti montiano e per questo sacrosanto motivo compio un atto di legittima difesa fiscale riprendendo l’ articolo de “il Giornale” sull’ intervista rilasciata dall’ ex ministro delleconomia Tremonti a proposito della incostituzionalità dell’ IMU montiana e sulla possibilità di averla rimborsata. Ripeto, è un atto di legittima difesa contro l’ offesa più grave ed iniqua perpetrata ai danni dei cittadini, del risparmio e dell’ economia tutta, in quanto tale legge ha portato alle stelle gli estimi catastali,  che nella normalità sono dati dal mercato e non definiti per legge, in presenza di una crisi del mercato edilizio senza precedenti. Voglio dire, a chi avrà la bontà di leggere e divulgare questo articolo, che cosa ha significato l’ introduzione dell’ IMU montiana per la vita dell’ Italia. Ha significato il rastrellamento di tanti di quei miliardi di euro, che sono stati letteralmente presi dalle tasche degli italiani e gettai al vento, cioè nell’ infinito calderone del debito pubblico. Tanto per capirci, questa tassa ha tolto dalla circolazione soldi-ossigeno per l’ economia reale bloccando l’ indispensabile circolazione di denaro a beneficio dei consumi, e ciò equivale al soffocamento di una persona a mezzo di nodo scorsoio. Ma oltre al danno c’è anche la beffa dell’ inutilità di tale tassa di fronte a non una sola riduzione dei privilegi legati alle spese folli della casta politica che hanno raggiunto e superato quelli che aveva il Re Sole e che, anni dopo la sua morte, hanno portato alla rivoluzione francese. Quindi il sangue di chi paga l’ IMU serve solo a mantenere intatto il cancro del debito pubblico mentre avvilisce l’ economia e la vita di tutti. Che ciò non sia compreso da Monti è nell’ ordine naturale delle cose, ma che non lo sia da noi cittadini che la paghiamo, subendo un progressivo esproprio del bene casa, è follia pura, è il massimo dell’ autolesionismo, è masochismo sociale e sudditanza da popolazione analfabeta. Se noi non ci consideriamo tali dobbiamo diffondere questo messaggio e svegliare i dormienti con un SOS sociale da raccogliere tutti insieme. Scarichiamo dal sito www.listalavorolibertà.it il modulo per chiedere il rimborso dell’ IMU e andiamo avanti senza paura. Diventiamo tutti eco della libertà.

I DIECI COMANDAMENTI

 NON RUBARE

Il furto, l’ atto del rubare è ciò che ancora identifica l’ individuo ad uno stadio di evoluzione precedente la nascita del Diritto, e lo rende paragonabile ad un organismo, non meglio identificato, che è lungi dal raggiungere la dimensione di membro di una società evoluta. Dal punto di vista sociale il furto e il rubare sono le prime cause scatenanti delle più misere dinamiche di risposta che vanno dall’ aggressione personale alla dichiarazione di guerra fra nazioni. Il comandamento non rubare impone all’ uomo di rispettare lo spazio esistenziale altrui definito oltre che da invalicabili frontiere morali, personali e religiose, anche da quella patrimoniale che poi è la sintesi delle precedenti.  Non rubare significa non invadere territori altrui, non togliere ad altri cose per goderne senza aver sofferto, lavorato e sudato per averle. In quest’ ottica rubare è dunque la forma di parassitismo assoluto che contraddistingue, in questo senso, l’ atto sia esso compiuto da persone su persone o da uno Stato sul suo popolo. Non rubare chiede all’ individuo di staccarsi  dalla materialità, di non considerarla il fine ultimo ma solo un deserto da attraversare per giungere alla spiritualità la quale, entro limiti ben  precisi, risiede anche nelle cose, quando esse siano il frutto del lavoro e della generosità. Ma il comandamento Non rubare vuole raggiungere terre esistenziali più lontane dalle semplici cose materiali, vuole infatti ricordare che non si deve rubare la buona fede altrui, la libertà fisica e di pensiero, la speranza di una vita dignitosa garantita da principi di fronte ai quali  tutti gli individui sono uguali. Ed ecco allora che uno Stato dittatoriale trasgredisce il  comandamento rubando i valori morali che sono a base della vita. Un amministratore pubblico che ruba non sottrae solo denaro ma l’ essenza stessa della convivenza civile rappresentata da norme uguali per tutti. Il dispregio che si concretizza nel furto è letale per la democrazia come per la vita  del singolo, poichè essa altro non è che la somma di tante vite. Il senso lato in cui va inquadrato il comadamento è la garanzia affinchè non esistano zone d’ ombra o zone franche entro le quali il fine giustifica i mezzi e la pochezza della ormai famosa mela rubata non santifichi il furto. La parola morale si scrive senza se e senza ma e non rubare non è un comandamento a sovranità limitata.