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Eligio Bartoli
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Eligio Bartoli

Archivi del mese: novembre 2012

LA COSCIENZA DELLE PALLOTTOLE

Dal Blog “La coscienza degli animali” sono state rese note le imprese autolesionistiche di tanti cacciatori dalle quali scaturiscono le considerazioni che seguono.  Anche l’ attuale edizione della commedia interpretata dai penosi figli di Diana riporta numerose o mai troppo numerose, a seconda dei punti di vista, uccisioni di cacciatori e danni collaterali.  Si parla quindi di incidenti di caccia descrivendo episodi che a volte si concludono, anche con modalità comiche, con la morte di chi di buon ora si era alzato e si era armato di tutto punto per dare la morte. Ma siccome nulla avviene per caso sotto la volta celeste, parrebbe non essere azzardato parlare in questi frangenti di ritrovata consapevolezza della pallottola o del pallettone che consente loro di raggiungere il bersaglio giusto. D’ altra parte la caccia altro non è che un atto di guerra in tempo di pace, guerra vile contro inermi creature già stremate dal freddo, da scarsità di cibo e da varie forme di inquinamento ambientale. E come tale prevede che ci siano morti e feriti da ambo le parti, dunque perchè parlare di incidenti o peggio ancora di disgrazie quando a cadere sotto la polvere da sparo è chi la guerra l’ ha dichiarata?  Diverso, molto diverso è il discorso per gli innocenti cercatori di funghi o malcapitati in genere che hanno la sola colpa di trovarsi sulla traiettoria tracciata da un colpo di fucile su input di un demente con patentino che scambia una persona per un cinghiale e spara senza collegare il cervello (se c’è) al dito che preme il grilletto. In questi casi dovrebbe parlarsi di omicidio e basta, senza le attenuanti di colposo e preterintenzionale, omicidio punto.   E altra cosa è anche il fatto che a cadere per la ritrovata coscienza del pallettone siano figli minorenni o addirittura bambini degli stessi cacciatori, la follia dei quali non impedisce loro di trascinare in una guerra la propria disgraziata prole. Colpisce il fatto che nessun giudice pare abbia da ridire su questi esemplari genitori che amano così tanto i propri pargoli da rischiarne la vita nel gioco, a mio modo di pensare, più idiota che esista. Un’ ultima considerazione riguarda anche lo Stato cialtrone che pur di incassare le tasse sulla caccia se ne frega se circolano armati soggetti in avanzata età non più in grado di vedere bene, di distinguere i suoni dai rumori, che inciampano ad ogni passo e che per ciò lasciano partire colpi di fucile che ammazzano alla cieca. Lo Stato cialtrone assiste a questo far west con un disinteresse complice che si estende anche alle strutture da esso poste a guardia della caccia per cui abbiamo guardie forestali che la praticano e la difendono in barba al più clamoroso dei conflitti di interesse. Chi può spiegare e sostenere l’ imparzialità di una guardia venatoria che è anche, a tempo perso, un “cinghialaro”? E’ come porre il fuoco a guardia della polvere da sparo o della paglia. Ma si sa, in un villaggio primitivo come l’ Italietta miserabile si possono divorare monti con la giustificazione di “coltivare una cava e bonificare terreni” e si posso appendere negli uffici pubblici manifesti che glorificano la caccia come alta tutela dell’ ambiente. Roba da caverne e palafitte.

MADRI OLTRAGGIO

I tempi cambiano e la violenza, come una metastasi inarrestabile, invade territori umani che storicamente le erano interdetti da una sorta di diversità della specie che faceva  dell’ essere madre una enclave al di sopra delle umane miserie. Sono ancora vive nella memoria collettiva le madri coraggio che, libere dalla vigliaccheria tutta maschile e, spesso connivente, delle istituzioni pubbliche, non hanno avuto paura di affrontare spacciatori e criminali vari per difendere i loro figli dalla droga.  Ad esse oggi tendono a sostituirsi le madri oltraggio, nuova specie di mammifero che  per coccolare i propri pargoli, rei di comportamenti da esse giudicati apertamente o velatamente “eroici“, non esitano a sputare sulla dignità delle vittime o dei destinatari di tali “eroiche gesta”. Alcuni giorni fa un “bravo ragazzo” è uscito di casa con un coltellaccio in tasca per far pagare alla sua fidanzata un  presunto gesto compromettente fatto verso il suo ex. Detto fatto ha ammazzato la sorella di lei solo perchè voleva difendere la congiunta dalla furia omicida del “bravo ragazzo”,  e ridotto in fin di vita l’ oggetto della sua ira. Sdegno generale, condanna unanime da parte di tutti o quasi. Sì quasi, perchè la madre del bravo ragazzo non è riuscita a non rivendicare pubblicamente  la “bontà” del pargolo e la ” santità” di tutta la sua famiglia. Cosa c’è di strano? C’è che l’ amore materno non può sconfinare nella giustificazione implicita e subliminale di un delitto efferato scaricando sibillinamente sul comportamento della vittima la responsabilità del delitto stesso. Dire che l’ assassino è un “bravo ragazzo” equivale a dire che “qualcuno” lo ha indotto al crimine quindi, implicitamente, è questo qualcuno il vero colpevole cioè la vittima.  Grande esempio di maschilismo materno e di solidarietà femminile. Altro caso di madre oltraggio lo si è avuto dopo i recenti disordini avvenuti a Roma ad opera di tanti alri “bravi ragazzi” armati di spranghe, mazze e molotov. La madre di uno di questi,  pizzicato e trattato dalla polizia nè più nè meno come essi stessi usano fare con le forze dell’ ordine, si è esaltata alle gesta del pargolo e si è detta orgogliosa delle botte da lui prese in risposta a quelle da lui date. Apologia di un martirio inesistente. Ora si narrerà che il pargolo e gli altri “pizzicati” erano estranei alla violenza ed erano lì per protestare civilmente. Certo, perchè i lanciatori di molotov e quelli che hanno quasi ammazzato quel poliziotto colpendolo con una mazza da baseball, non hanno madri o non esistono affatto. L’ apologia del pargolo, eroico perchè malmenato da chi egli voleva malmeare, non è compatibile con la figura di madre così palesemnte e vergognosamente usurpata da una non meglio identificata veste di mera genitrice biologica, che sembra godere del dolore di altre madri (quelle dei poliziotti) causato dalle gesta del suo “bravo” pargolo.

ECONOMIA DOMESTICA

Il nodo dei così detti debiti sovrani cioè l’ indebitamento irresponsabile degli Stati che hanno vissuto da ricchi non essendolo è venuto al pettine, ed ha causato la crisi economico-finanziaraia più grave della storia contemporanea. La gente si chiede se esistano rimedi ed è terrorizzata al punto da gettarsi nelle braccia di qualunque avventuriero privo anche della minima  cognizione economica che le promette vendetta. Ma, lasciando i pifferai ai pifferabili, proviamo a vedere se con poche mosse si possa dare scacco matto a questa crisi. L’ Italia è uno sputo geografico e come tale la si potrebbe amministrare benissimo senza tutte quelle sovrastrutture ideate da chi mirava solo a saccheggiarla. E’ stato come se per gestire un chiosco per la vendita di frutta, si fosse ricorso ad una multinazionale con stuoli di Presidenti, amministratori delegati, direttori commerciali, capi e sottocapi. Dunque essendo uno sputo geografico andrebbe gestita come tale e al posto delle venti micro regioni, autentiche macro voragini di spesa, si potrebbero istituire tre regioni: Nord, Centro e Sardegna, Sud e Sicilia. Tre presidenti e tre prefetti regionali per i rapporti con lo Stato centrale ed il suo Parlamento ovviamente ridotto ad un quinto della sua attuale e folle composizione. Nessuna giunta politica ma tre strutture amministrative gestite da personale selezionato dalla Scuola Superiore di Amministrazione Pubblica e non reclutato nell’ analfabetismo locale. Cesserebbe la proliferazione di valanghe di leggi regionali idiote, cesserebbero le ruberie diffuse, autentico cancro sociale, e pure le conflittuali politiche locali fra enti di diverso colore politico. Certo sparirebbero tanti parassiti della chiacchiera e tante compavendite di assessori da parte dei poteri economici locali, vere e proprie mafie con lupara sottoforma di carta bollata e appalti. Forse lo smaltimento dei rifiuti solidi politici e di deretani di pietra rappresenterebbe un problema non da poco ma considerata la penuria di mano d’ opera non qualificata per lavori bassa intellettualità, costoro potrebbero essere assorbiti ad abbuntantiam, e così i pomodori del salernitano non dovrebbero più essere raccolti da extracomunitari.  Immaginare l’ Italia libera da venti bilanci fallimentari della sanità, da venti deficit miliardari annui, è come rivedere quelle vecchie cartoline illustrate che ritraevano il mare nostrum di un blu inimitabile. Non più salari da fame a causa di sprechi e corruzione ma stipendi dignitosi grazie ad uno Stato federale efficiente. Sì, si potrebbe fare ma non si vorrà mai fare!    

I DIECI COMANDAMENTI

RICORDATI DI SANTIFICARE LE FESTE

Lungi dall’ essere uno slogan sindacale il terzo comandamento prescrive la necessaria convivenza fra la vita materiale e quella spirituale sintetizzata nella santificazione delle feste quale riconoscimento dell’ esistenza dell’ anima. E’, in estrema sintesi, il principio ripreso successivamente dalla regola Benedettina Hora et labora cioè vivi con il corpo e agisci con lo spirito,  distinguiti dalle pietre ricordandoti di ringraziare il Dio che ti ha creato, riconosci che non sei sulla Terra soltanto per raderti ogni mattina o depilarti le gambe ogni mese, ma per essere una creatura migliore nel momento in cui, per tutti, si fa sera.  Santificare le feste significa quindi santificare sè stessi, ed implica la comprensione di ciò che siamo ben oltre quel che ci è concesso di vedere. Non dunque un appuntamento scandito dal calendario, un obbligo per l’ occhio della gente o per ingraziarsi prelati di Paese e Borgo ma la celebrazione, anche solo intima e personale, del miracolo della vita che, come testimonia la nostra presenza fra piante, animali e sassi, non è il risultato di un processo evolutivo biologico ma frutto della generosità Divina. Siamo carne e spirito e santificare le feste significa ricordarselo e cerebrarlo con doni che ognuno può fare offrendo la propria vita a Dio, al prossimo, ai propri figli, al proprio coniuge, e facendo sì che l’ esistenza sia scandita da una crescita spirituale e non dall’ ingrossarsi a dismisura dello stomaco.

LA MATTANZA DI EVA

Il peggior atto d’ accusa verso le società  di ogni epoca risiede nel detto che indica nel sesso debole la donna.  Le figlie di Eva infatti non sono deboli per struttura biologica ma semplicemente per la mancanza delle stesse tutele che assistono il maschio e che da lui sono decise.  La stessa legislazione, approfittando di un vuoto di princìpi, è carente e discriminatoria nei confronti della donna la quale, anche quando è oggetto di violenza e di stupro, deve scontare una responsabilità oggettiva dovuta all’ essere attraente o addirittura all’ essere ritenuta provocante. Il maschio della specie umana si sa è il meno sviluppato dal  punto di vista intellettivo e supplisce a questa carenza con la forza fisica, con la prepotenza e la crudeltà che in esso albergano in abbondanza.  Consapevole di questa sua inferiorità rispetto alla donna esso si avvale di ogni mezzo materiale ed economico per esercitare un dominio primitivo e intimamente criminale su colei che percepisce come oggetto di possesso e di totale  incondizionata disponibilità. Ma donna oggi si scrive con la D maiuscola, è cresciuta nella indipendenza economica e nella sua presa di coscienza di essere pensante e autonomo. Non deve più ricorrere soltanto alle risorse fisiche che hanno reso celebri le cortigiane di ogni regno maschile ma può contare su primati professionali da cui ricavare autonomia economica e rilevanza sociale. A tale rivoluzione corrisponde, gioco forza, la reazione maschilista che si esprime e concretizza con aumentata violenza e uccisioni di donne “resistenti e disubbidienti”.  Purtroppo è ancora attuale nel cranio di Adamo il primitivo concetto che lo autorizza, clava in mano, a prendersi la donna che gli piace e se questa non acconsente, a sopprimerla avendo in premio giudiziario qualche mese di arresti domiciliari.  A tutto ciò contribuisce il demente politicamente corretto che in ossequio alla sua demenza aspetta sempre che tutti i buoi escano dalle stalle prima di svegliarsi e provare a porre rimedio a tale incivile mattanza solo dopo migliaia di donnicidi. I dati di cronaca nera dicono che siamo in piena emergenza civile e che, come davanti ad una emorragia inarrestabile, non si può esitare e continuare a fare i buonisti psicologisti ma introdurre e rafforzare misure drastiche di carcerazione e di prevenzione.  Non dobbiamo avere paura di mettere la museruola al mister Hyde che è in ognuno di noi perchè solo così il dottor Jekil sarà più sopportabile.

ITALIA PICCOLA PICCOLA

La vicenda scaturita dalla cancellazione di alcune Provincie, finalmente e maldestramente, decisa dal Governo tecnico denuncia al mondo intero la consistenza di piccolo villaggio primitivo di quell’ insieme di repubblichette che formano la Repubblica Italiana. Finalmente perchè è dall’ epoca della costituzione delle Regioni, come enti politici locali, che le Provincie avrebbero dovuto essere cancellate in forza di precisi accordi allora stabiliti per non creare inutili sovrapposizioni di livelli amministrativi. Maldestramente perchè dovevano essere cancellate tutte, senza cervellotiche distinzioni per popolazione ed estensione, tutte  proprio perchè tutte inutili e dannose fonti di sperpero del denaro pubblico. Ma, si sa, la vocazione burocratica che ispira la mentalità politica gode nel creare problemi più grandi di quelli che finge di voler risolvere. E cosa è saltato prepotentemente fuori da questa “geniale” opera di risanamento amministrativo? Il livore campanilistico, le rivalità contradaiole, gli odi medievali e la pervicace volontà di mantenere a tutti i costi le fonti di guadagno facile offerte dalla cuccagna pubblica. E’ un dato di fatto sancito dalla Storia che l’ Italia, come Nazione, non esiste.  Che non esiste il senso patrio e lo spirito di appartenenza che distinguono le Nazioni più grandi come gli Usa, l’ Inghilterra e la Francia. L’ Italia no, è rimasta al tempo dei Comuni, delle guerre e guerricciole fra le patetiche “potenze economico-militari” rappresentate da paesini e borghi. In Italia si fa a sassate ancora oggi per un nonnulla accaduto mille anni fa, ci si odia fra italiani da secoli di generazioni, mentre si “amano” incondizionatamente gli stranieri che vi approdano da ogni latitudine. Un pisano si farebbe ammazzare pur di non essere amministrato da un livornese ma andrebbe in brodo di giuggiole se a governarlo fosse un ghanese o un marocchino. L’ italiano si gonfia più di un rospo nel sentirsi multiculturalista ma muore se gli si chiede di abbracciare un altro italiano e dimenticare una faida domestica. E’ così privo del senso di appartenenza che un qualunque “condottiero” straniero lo può allineare e comandare più e meglio di quanto riesca a fare un cane da pastore con il gregge. E’ esterofilo in modo rivoltante ed è italofobo in modo altrettanto rivoltante, denunciando una sorta di bastardaggine atavica nata dalle tante dominazioni straniere subìte e favorite proprio dalla mancanza di un sano nazionalismo. In 150 anni di vita l’ Italia non è riuscita a nascere e vive ancora quel travaglio infinito che la ridicolizza agli occhi delle Nazioni evolute ed esalta la permanenza delle toppe di miseria culturale che fanno dello Stivale un’ unica piccola toppa.

I DIECI COMANDAMENTI

“Non nominare il nome di Dio invano”

Il secondo comandamento e secondo princìpio, anch’ esso, come del resto tutti gli altri, valido e sacrosanto per utte le religioni del mondo, prescrive che non sia fatto il nome di Dio vanamente e non sia usato come pretesto per azioni che nulla hanno a che fare con la Fede ma che rispondono solo a logiche ed ambizioni di bassa umanità.  La Storia, e questo davvero invano,  prova da millenni ad insegnare al peggiore allievo che esista, l’ umanità, come troppo spesso il nome di Dio sia stato utilizzato per giustificare guerre e come, sia in Suo nome che contro, siano stati perpetrati delitti inenarrabili. Utilizzare il nome di Dio per realizzare progetti di dominazione e di espansione è l’ esercizio preferito del penoso bipede cha sa di trarre vantaggio dal grande richiamo e dal fascino che esso esercita sulle masse. E’ l‘alibi per eccellenza che serve a “santificare” le più abiette azioni umane. Sono nate così espressioni-ossimori come “guerra santa“, utilizzate per giustificare le Crociate e per legittimare lo sterminio di chi professa un diverso Credo. Ma quale Dio può celarsi dietro le armi, dietro l’ uccisione “ imposta per comandamento divino“? E’ il dio uomo che per i suoi squallidi disegni ha bisogno di un paravento, di mettere a tacere la coscienza ipocrita che lo agita, scaricando le responsabilità di chi si macchia le mani di sangue con l’ imperativo di difendere il suo preteso Dio. In nome  di questo sono stati consumati sacrifici umani  e di animali su altari edificati sull’ ignoranza e sulla sottomissione delle masse acefale, in nome di questo inesistente dio la donna è stata consacrata ad immagine vivente del male, sono stati accesi infami roghi e sono state spente le speranze di interi popoli. Il nome di Dio è servito da pretesto all’ Impero Romano per sterminare i cristiani portatori del virus, per esso letale, del Suo messaggio spirituale, insopportabile antitesi del regno dell’ uomo. Le stesse confessioni religiose si combattono ancora, in nome di un loro Dio, per stabilire la supremazia di una sulle altre. Protestanti contro cattolici, mussulmani contro cristiani, taoisti contro buddisti, hanno rappresentato e ancora oggi, nel mezzo della finta apoteosi della civiltà, continuano a rappresentare la negazione assoluta del comandamento-princìpio “Non nominare il nome di Dio invano“. Le gesta umanoidi hanno visto innalzare la Sua effige per sottomettere interi popoli, e hanno visto combatterla per annientare ogni altra “divinità” che non fosse l’ ideologia della supremazia dell’ uomo sull’ uomo.Non nominare il none di Dio invano” significa non dare un nome, un’ identità, una patente a un Dio a scapito di altri. Il Dio che ama, che perdona, che non chiede sacrifici di sangue, che non discrimina fra la “santità intrinseca” dell’ uomo e della donna, che non professa la crudele sottomissione degli animali e della natura, è Dio in ogni parte del mondo e comunque lo si chiami, è Lui il solo Dio.

TESTA O NON TESTA?

C’è un programma che Rai Due trasmette il sabato e la domenica mattina dal titolo “Mezzogiorno in famiglia”  (ovviamente allargata). Nulla da segnalare di questo modestissimo remake del lontano e famoso “Campanile Sera” dove si cimentano volenterosi concorrenti in rappresentanza di paesini e città, e condotto da presunte “celebrity” che al confronto con personaggi  storici della Rai  del  calibro di Enza Sampò, Renato Tagliani ed Enzo Tortora, paiono parcheggiatori abusivi infiocchettati che tentano di guidare una rolls royce. Dunque questa sorta di “Campanile mattina” non avrebbe nulla meritevole di essere menzionato se non fosse per la pretesa della voce fuori campo, non a caso chiamata condominio, di dettare una nuova lingua italiana. Infatti quando si verifica la parità di punteggio nei “giochini“, il punto viene assegnato per sorteggio tramite il classico testa o croce mutato per l’ occasione, in ossequio non si sa se di sudditanza religiosa o politica o soltanto in omaggio ad una demenza semantica, in testa o non testa.  Sta di fatto che la parola croce è proibita e bandita  su questa piccola e infantile ribalta. Dunque secondo tale follia dovremmo parlare di Benedetto Non Testa in filosofia, l’ incontro di due strade si chiamerà Non Testo, le braccia, in caso di sciopero, saranno Non Intestate e le razze si “Non Intesteranno” mescolandosi fra loro. I cristiani si faranno il segno della Non Testa e sulla scheda elettorale si apporrà la Non Testa sul nome del “non candidato”. Ora, lasciando perdere le convinzioni religiose di ognuno quel che preme sottolineare è che questo termine sostitutivo coniato dalla zecca  (proprio nel senso di parassita) dell’ ideologia, lo si pretende di diffondere attraverso la Tv di Stato, quella che sta in piedi (si fa per dire) con il canone pagato dagli italiani. Ragione per la quale un programma di intrattenimento, con qualche risvolto anche piacevole, viene trasformato in pulpito per prediche e comizi di parte, in cattedra per insegnamenti di partito.  Proprio come facevano le dittature comuniste e fasciste che, al loro nascere, per prima cosa hanno dettato e imposto un nuovo modo di parlare, ad esempio coniando al posto del termine persona i surrogati di compagno e camerata e al posto del, per loro, pericoloso termine individuo la più manovrabile collettività. La cosa oltre modo penosa è la genuflessione, l’ atto di ubbidienza, il chinare del capo delle tante pretese “celebrity” a questo diktat dal sapore nazi-comunista, le quali per una comparsata e pur di esserci rinunciano all’ esistere. L’ oltraggio peggiore che si possa fare ad una persona è imporle un modo di parlare con la violenza silenziosa della normalizzazione. Se la Rai dovesse fare il testa o croce non v’è dubbio che uscirebbe sempre il Non Testa.

I DIECI COMANDAMENTI

NON AVRAI ALTRO DIO ALL’ INFUORI DI ME.

Riferendomi al precedente articolo “Pricìpi e leggi” desidero iniziare una disamina laica dei Dieci Comandamenti contenuti in quelle che sono state, ritengo erroneamente, chiamate le Tavole della legge essendo esse in realtà le Tavole dei princìpi. Non avrai altro Dio all’ infuori di me appare a prima e superficiale vista essere una dichiarazione esclusiva e preclusiva rispetto alle religioni che non siano quella cristiana. Ma proprio perchè esso è un princìpio e non una legge, si colloca al di sopra delle dispute di navata o di sacrestia, ponendosi come riferimento esistenziale e morale privo di insegne e colori sociali, contro le “divinità” del denaro, del potere, dell’ egoismo e della sopraffazione.  “Divinità” che generano violenza, malvagità, guerre e distruzioni. Non avere altro Dio all’ infuori di Lui significa non essere servi di queste divinità, ma essere liberi dal loro potere e dal loro dominio. Significa non prostitursi al più forte, non rinnegare mai la sacralità della vita di ognuno, non cibarsi dei sogni e delle carni dei propri simili. Non avere altro Dio all’ infuori di me è la condizione ineludile  per fare della natura umana, incline al peccato e a fare del male quasi implicitamente al suo essere, una espressione divina diretta emanazione di Dio. Questo primo principio dei Dieci è stato invece snaturato ed utilizzato come autocertificazione di superiorità di una religione sulle altre. Il Dio di cui si parla in modo sbagliato appare come l’ unico autenticato, in chiave notarile, e abilitato ad essere chiamato tale e a rappresentare uno schieramento, quasi un partito. La verità è il contrario di ciò. Essa afferma che l’ unico Dio, che può essere comune a tutte le religioni, è Colui che rappresenta la negazione delle “divinità” di derivazione umana menzionate prima.  Non avrai altro Dio all’ infuori di me significa che non ucciderai mai, non sfrutterai il tuo simile per denaro, non ne comprerari mai il corpo e la mente, non farai guerre, non sterminerai popoli e animali, non ucciderai in nome Suo o di qualunque altro Dio.

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